Guglielmo Boselli per me è fuor di dubbio, e rimarrà, “il mio direttore”! Non me ne vogliano quelli che sono venuti dopo, ma fu lui ad accogliermi a Città Nuova nel lontano 1998 e ad accompagnarmi nei miei primi tre anni da giornalista nella redazione romana. E quando, a mia volta, mi ritrovai a ricoprire questo ruolo, prima donna direttrice dopo oltre 60 anni di direzione al maschile, fu ancora a lui che feci ricorso in tante situazioni, traendo ispirazione dai profondi insegnamenti che ci aveva lasciato.
Sono l’ultima giornalista giunta a Città Nuova quando era ancora direttore Guglia. Così, infatti, era comunemente chiamato e non avrebbe potuto esserci nome più adatto a descrivere la sua dirittura morale, il suo puntare in alto come le Dolomiti che tanto amava, sempre proteso ad una dimensione superiore che andasse oltre non solo la mediocrità che aborriva sin da giovane, ma anche una vita che non producesse frutti significativi.
Quarant’anni della sua vita dedicati a Città Nuova, lui che di professione faceva l’architetto e si ritrovò fra i giovani talentuosi scelti da Chiara Lubich, la fondatrice dei Focolari, per dar vita ad un giornale che tenesse collegate le persone che credono nella fraternità.
Conte per nascita – i Boselli in quanto nobili erano noti e stimati nella loro città natale, Parma – dopo un lungo periodo di ricerca religiosa, culturale e politica, mai pago di un cristianesimo che gli sembrava inadeguato, non aveva esitato a rinunciare a titolo e beni per seguire Dio entrando a far parte di una comunità del Movimento dei Focolari.
Da bambino, ebbe a raccontare, un bagnino, incaricato di insegnargli a nuotare, dopo tentativi di galleggiamento andati a vuoto per paura dell’allievo, provò la tattica di portarlo al largo e lasciarlo andare. «Da allora sono rimasto sempre a galla», raccontò. Un’icona del suo animo, sempre capace di trovare il coraggio anche nei marosi della vita che non sono mancati.
Sguardo cristallino, modi eleganti, toni gentili. Arrivata in redazione, ho compreso subito che avevo avuta la grande fortuna di trovarmi di fronte a un maestro di vita e di pensiero, prima ancora che di giornalismo. Mai “sulla cattedra” ma sempre “a fianco”, come se fra me – alle prime armi – e lui – una vita dedicata alla professione – non ci fosse alcuna differenza. Fiducia piena, dal primo momento in cui ho varcato la storica sede di viale Carso, quella stima che non ti fa mai sentire l’ultima arrivata o la più giovane (uguale inesperta), anche se lo sei.
Venivo da una prestigiosa scuola di giornalismo della capitale e il bagaglio di relazioni che mi portavo dietro, sia tra colleghi che coi docenti, era composto di ben altri elementi. Mi ero preparata ad un mondo dove l’arrivismo sarebbe stata la cifra dell’ambiente di lavoro. Con Guglia – sempre pronto ad assumersi le responsabilità degli errori, mai tentato dall’esibire meriti personali – ho capito che a fare la differenza sarebbe stato il lavoro di squadra col quale, da grande allenatore e applicandolo lui per primo, riusciva ad ottenere con la redazione risultati importanti. Come sapeva infatti stemperare l’esuberanza di qualche collega, così riusciva a incoraggiare i più timidi, non facendo mai sentire qualcuno meno capace di altri; correggeva sì gli articoli con scrupolosa attenzione, mai però con pignoleria, fornendo spiegazioni che erano al contempo un amorevole insegnamento.
Fischiettare anziché imprecare era una delle sue caratteristiche, perché l’impazienza non faceva parte della sua personalità piuttosto incline a giustificare, con quell’amore sostanziato di misericordia, che lo animava.
Tra i suoi lasciti un intervento su “Dio amore e la comunicazione” a un gruppo di giornalisti, il 21 settembre 2001. Una sorta di testamento professionale e spirituale molto articolato in cui diceva, tra il resto, che «per chi opera nei media, si tratta di acquistare, per così dire il “fiuto” dell’amore, per coglierlo ovunque ce n’è traccia».
Neanche due mesi dopo, il 6 novembre, Guglia ci avrebbe lasciato. Ricordo come fosse ieri quella giornata in cui, arrivati in redazione, ci venne comunicato che il nostro direttore aveva avuto un ictus, così come ricordo esattamente il momento in cui arrivò la notizia che non ce l’aveva fatta. Ho pianto per lui, assalita da un senso di “orfanezza”. Tre anni di lavoro insieme, i miei primi tre anni come giornalista, mi avevano segnata. E come in me, avevano lasciato un’impronta indelebile nella vita di tutti quelli che, in un modo o nell’altro, avevano avuto la fortuna di incontrarlo lungo il loro cammino.
