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In profondità > 70 anni di città nuova

Alte pareti e ghiacciai

a cura di Roberto Di Pietro

- Fonte: Città Nuova

Roberto Di Pietro

Nel racconto di un’escursione in montagna Padre “Novo” (Padre Andrea Balbo OFM), naturalista, guarda le cose attorno a sé con l’occhio e la scienza del geologo e del glaciologo. Pubblicato su Città Nuova, Anno II n° 15-16, del 5/20 Agosto 1958

Nella foto il ghiacciaio della Marmolada. “Nell’ultimo secolo, i ghiacciai delle Alpi hanno perso il 50% della loro copertura. Di questo 50%, il 70% è sparito negli ultimi 30 anni”. Lo rivela Renato Colucci, glaciologo del Cnr, in una intervista all’ANSA. “I ghiacciai alpini si stanno ritirando a una velocità senza precedenti in migliaia di anni – spiega -. I ghiacciai delle Alpi sotto i 3.500 metri di quota sono destinati a sparire nel giro di 20-30 anni. Le temperature medie degli ultimi 15 anni non ne permettono la sopravvivenza sotto questa quota”. 5 agosto 2019. ANSA/RENATO COLUCCI

L’atmosfera limpida e trasparente dei 2000 metri permette al nostro sguardo di spaziare libero sul mondo sottostante.

Siamo usciti dal regno delle conifere. Il loro limite è laggiù ormai, lungo quella linea che si spinge, ondulata, sulle balze montane, come l’infrangersi di giganteschi marosi sulla riva del mare. Lì, il verde cupo delle conifere svettanti si stempera nel verde delicato dell’erba nana, occhieggiata da miliardi di bottoni sgargianti.

Più su il verde tenero già lascia qua e là trasparire il dorso crudo della montagna, e appare nel contempo, un po’ ovunque, rotto da macigni di varia grandezza, franati chissà quando.

Qui s’avverte un senso d’incertezza e di discontinuità, acuito dallo spettacolo di quei solchi profondi e disordinati che le acque selvagge degli uragani hanno scavato con la loro furia nei costoni sciogliendo e sgretolando terra e argilla fra i macigni di roccia. Quei letti aridi e asciutti t’appaiono bianchi alla luce del sole, come ossa spolpate di mostri antidiluviani.

Sulla riva scoscesa di quel torrente taccio, tu intravvedi i vari sedimenti della roccia corrosa dalle acque: depositi alluvionali di sassi e di argilla, di terreni marmosi, materiali calcarei di differente spessore…

Ed ecco quel costone più alto ad un certo punto s’inflette − malleabile, si direbbe, come un foglio di carta − in una curva sinuosa; esso ci racconta la storia delle formidabili pressioni telluriche che hanno spinto e domato la roccia a queste altezze.

Volgiti dall’altra parte; una parete a picco s’innalza snella e leggera, pur nella sua mastodontica possanza, la guglia di un duomo medioevale, superando in arditezza qualsiasi progetto d’architettura umana. Quella parete vertiginosa rimanda l’eco plurisillabico dei suoni che salgono smorzati dal fondo valle, o dal vocio sfumato di comitive erranti, o del gracidare isolato di corvi neri. Quassù si fondono così all’eco continua, in sommessa armonia, tutti i rumori vicini, lontani e d’ogni provenienza, tanto da darti l’impressione di partecipare in quel paesaggio immoto, allo spiegarsi vario della vita e della natura, e di assistere, con quelle pareti sublimi, al susseguirsi dei millenni.

Ora guardi in su, lungo la parete che si erge ardita a stagliarsi nell’azzurro: e ti senti a contatto col cielo.

Dall’altra parte invece la parete si protrae in aspre scoscese, in picchi improvvisi, in baratri profondi, senza alcun ritmo, senza alcuna regolarità in uno scenario di luci e d’ombre inaspettate. E se t’avvicini a quel paesaggio “lunare”, t’accorgi che ai ghiaioni enormi − franati nei secoli sotto l’azione corrosiva dell’acqua, del ghiaccio, del sole e del vento − succedono conche soffici che sotto il tuo passo cedono molli, accettando l’impronta fedete dei tuoi scarponi chiodati.

Sono i resti delle nevi antiche che resistono da anni negli anfratti vietati ai raggi del sole e che lagrimano qua e là stille gelide d’acqua limpida. Quell’acqua scorre poi tremula fra rigagnoli d’argento, che scendono a raccogliersi nei torrenti delle valli.

E se t’accosti alla roccia, che da lontano può apparirti quasi soffice, vellutata, la vedi rigida e spugnosa insieme.

Gli è che l’acqua compie sulla sua superficie una lenta corrosione capillare per asportarne sali solubili: l’acqua crea così infiniti interstizi e in essi, ai freddi improvvisi, si gela, e gelando aumenta di volume e rompe le pareti degli alveoli, che tuttavia vengono trattenute dal ghiaccio, fin quando a primavera, ai primi disgeli, il leggero strato superficiale di roccia frantumata e di ghiaccio scivola giù e la parete appare più candida e lucente che mai. Ma presto, alle prime piogge riprenderà il processo di asportazione dei sali solubili e così sulla superficie della roccia si riformerà il sottile strato spugnoso… Risalendo col pensiero nei secoli, ti vien fatto allora di pensare che tutto il materiale sottostante a questi picchi, ha avuto su per giù quest’origine.

Un senso di rispetto e di ammirazione ti invade l’anima quando d’autunno, nelle giornate limpide, vedi questi paesaggi rocciosi assumere mille tinte, sempre diverse col trascorrere delle ore, fino alle più delicate sfumature dei tramonti, passando per una gamma così vasta di colori che solo la fantasia forse può immaginare, ma nessun pennello ha mai saputo ritrarre.

Ed ecco, sul fianco più cavernoso della parete più alta, il ghiacciaio.

I freddi rigidi di queste altezze, le nevicate abbondanti nei lunghi inverni e il disciogliersi rapido delle nevi sulle sommità a primavera − per cui rigagnoli saltellanti cercano di guadagnare la valle ma incappano in questa zona proibita ai raggi del sole e al calore − hanno dato origine a questa grande conca uniforme e biancastra.

Su, avvicinati al suo limitare: scoprirai una serie di cavità − una centrale, altre laterali − da cui esce dell’acqua che s’incanala in un rigagnolo più o meno abbondante.

Quest’acqua solo dalla pressione esercitata dal peso enorme della massa ghiacciata, una volta sciolta non trova più più il tempo di raggelare, perché la forza di gravità l’obbliga a correre giù per la discesa verso la valle. Non così avviene ai margini del ghiacciaio: qui lo stillicidio, più lento e pacato, origina fantasiose stalattiti e stalagmiti di ghiaccioli.

Lentamente tutta la massa del ghiacciaio si sposta verso il basso, spinta dal suo stesso peso gigantesco, trascinando inesorabilmente con sé sassi e macigni divelti dal fondo o strappati dai fianchi o semplicemente caduti nel suo seno dall’alto delle pareti sovrastanti.

A queste altezze, a queste temperature, vedi il tuo respiro condensarsi all’uscita dalla bocca e dalle narici; e ora provi il bisogno di muoverti, per riscaldarti. Finché raggiungi una gola stretta che s’apre in basso su un ghiaione a conchiglia. Ti ci butti, e il ritorno precipitoso a valle è così divertente che non trovi modo di pensare alla storia di quei sassi, che nei secoli sono andati là accumulandosi l’uno sull’altro.

Ma nella tua anima gioiosa ogni aspetto della natura a queste altitudini lascia impressi sentimenti di riconoscenza per il Creatore, che sostiene e vivifica, alimenta e ritocca, con eccelsa maestria e secondo una armonia meravigliosa, quello che è della sua sapienza e della sua potenza.

Padre “Novo” (Padre Andrea Balbo OFM)

Riproduzione riservata ©

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