Come era prevedibile, giovedì 8 ottobre 2026, la Camera ha approvato in via definitiva il testo della nuova legge elettorale proposta dal governo Meloni. Pochissimi, nonostante il voto segreto, i franchi tiratori interni ai partiti di maggioranza che nelle grandi occasioni si dimostrano sempre uniti e fedeli alle indicazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Si tratta effettivamente di un risultato importante per la leader di Fratelli D’Italia che ha puntato a cambiare le regole del gioco elettorale introducendo una sorta di premierato assieme alla previsione di un premio di maggioranza inteso a dare una forte stabilità al prossimo governo. Stabilicum è, infatti, il nome ideato per definire la legge che l’opposizione chiama invece “Melonellum” indicando l’interesse di una sola parte a confezionare in sostanza una “legge truffa” ritagliata sugli interessi della destra.

La protesta delle opposizioni dopo il voto finale sulla Legge elettorale, Camera dei Deputati, Roma 8 ottobre 2026. ANSA/FABIO FRUSTACI
In sostanza, rimandando nel dettaglio ad un precedente articolo, la novità maggiore consiste della riforma nel ritorno ad un sistema proporzionale con la possibilità tuttavia per la lista o coalizione che raggiunge il 42% dei voti espressi, di vedersi assegnati in Parlamento in maniera automatica altri 70 deputati e 35 senatori. Il premio comunque non potrà superare il tetto complessivo dei 220 seggi alla Camera ( il 55% del totale) e 113 al Senato ( 56,5%).
I sondaggi elettorali riscontrano un consenso costante dei partiti di governo che raggiunge e supera tale soglia del 42 % con il riconoscimento non contestato della leadership di Fratelli D’Italia e quindi di Meloni.
L’opposizione è invece, come è noto, divisa in partiti che non si sono alleati nella precedente tornata elettorale che si è svolta con le regole del Rosatellum, dal nome del deputato Ettore Rosato transitato dal Pd a Italia Viva per approdare poi ad Azione.
Stavolta sembra che esista una certa intesa tra Pd, M5S e Avs ma la sommatoria dei voti non garantisce prospettive di vittoria. Sono in corso, pertanto, trattative per arrivare ad un cosiddetto Campo largo capace di includere, oltre alle due formazioni espresse da Renzi e Calenda, anche altri partiti minori che stanno sorgendo in particolare in un’area di ipotetico centro.
L’impresa appare disperata anche perché la nuova legge elettorale prevede la nomina diretta del presidente del consiglio, che spetta sempre al Quirinale in base alla Costituzione, ma ha inserito l’obbligo per i partiti alleati di indicare il nome del leader della coalizione.
Nel cosiddetto centrosinistra la competizione è aperta tra Schlein e Conte su questioni difficili da mediare. Esiste il timore di una spaccatura in caso di ricorso alle primarie e avanza perciò l’ipotesi di un nome unitario come fu quello di Romano Prodi al tempo dell’Ulivo.
Tra le novità introdotte dalla nuova legge c’è anche il ritorno al voto di preferenza ma questo non vale per i capilista designati dai partiti nei diversi collegi.
La vittoria dell’attuale maggioranza governativa è perciò assai probabile ma non certa.
Pesa nell’area di destra il fattore dei cosiddetti futuristi che si riconoscono nell’ex generale Vannacci. Questi, dopo essere stato eletto dalla Lega al parlamento europeo, ha fondato un nuovo partito, Futuro nazionale, simile all’AfD in forte crescita in Germania. Basandosi solo su ipotetiche indicazioni di voto, l’élite economica del Forum Ambrosetti lo ha già invitato al Forum che si tiene ogni anno a Cernobbio sul lago di Como.
Un’alleanza con Vannacci potrebbe assicurare una vittoria più sonante per Meloni oppure rivelarsi un boomerang allontanando gli elettori cosiddetti moderati? Oltre il dilemma delle percentuali possibili si pone la questione del profilo politico di Fratelli d’Italia come possibile perno di una coalizione conservatrice fortemente atlantista, lontana da antiche nostalgie.

Giorgia Meloni con Sergio Mattarella e Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, all’assemblea di Confindustria 26 maggio 2026. ANSA/US CHIGI/FILIPPO ATTILI
Tra le nuove regole previste nella nuova legge c’è anche quella che alza il numero delle firme ( da 1500 a 6000) necessarie per presentare in ogni collegio le liste elettorali discriminando i partiti che non sono presenti in Parlamento. Ma esistono esperti che sanno districarsi dentro queste maglie strette come, ad esempio l’ex Dc Bruno Tabacci che ha annunciato la creazione in tempo utile di una rappresentanza minima in Parlamento per agevolare la presentazione di un neonato partito fondato da Ernesto Ruffini e Franco Gabrielli, entrambi papabili secondo alcuni come federatori del centro sinistra. Tabacci è stato così abile in passato da entrare in Parlamento come unico eletto dopo aver creato una lista assieme ai radicali.
È sicuro comunque che la legge appena approvata verrà impugnata davanti alla Corte costituzionale per farne dichiarare la completa o parziale contrarietà con i principi della Carta.
I tempi potrebbero essere accorciati grazie a nuove tattiche messe in campo da giuristi di grande esperienza come lo scomparso Felice Besostri, ma non è sicuro che la Consulta riuscirà ad intervenire prima dell’apertura dei seggi elettorali prevista per settembre 2027. Per aggirare questa remota eventualità è emersa anche l’ipotesi di anticipare il voto delle politiche a maggio 2027 ma di certo è prevedibile un intervento di garanzia di Mattarella chiamato a gestire una fase molto difficile della democrazia in Italia. Le leggi elettorali vengono infatti periodicamente approvate senza accordo tra tutte le forze politiche mentre sempre più gente non si reca più alle urne. Alle ultime elezioni suppletive in Calabria ha votato solo il 27% degli aventi diritto.
Tutte le proiezioni dei sondaggisti sono destinate tuttavia a saltare in caso di un ritorno massiccio degli elettori nelle urne come è avvenuto con il referendum sulla giustizia. E come potrebbe accadere in forza di un’emergenza istituzionale.
Il più noto tra i filosofi del diritto, il giurista Luigi Ferrajoli, allievo di Norberto Bobbio, parla di una legge pericolosa che costituisce una vera e propria aggressione alla democrazia parlamentare.
Il professore della Luiss Roberto D’Alimonte, fondatore del Cise, Centro italiano studi elettorali, aveva suggerito di introdurre la possibilità del ballottaggio tra i due principali schieramenti in caso di mancato raggiungimento del 42%. È forte il timore da parte sua del caos seguente al ritorno del sistema proporzionale senza correttivi.
Esiste invece tutta una scuola di pensiero, ad esempio il giurista Massimo Villone, che considera il proporzionale come l’unico sistema in grado di rispettare lo spirito democratico della Costituzione che prevede meccanismi di garanzia e tutele proprio in ragione di maggioranze raggiungibili senza alterare la parità di valore di ogni singolo voto.
Altri giuristi sottolineano, invece, il rispetto sostanziale della Costituzione nel promuovere sistemi elettorali in grado di garantire la governabilità. Tra questi il consigliere giuridico della Meloni Francesco Saverio Marini, di fresca nomina nel 2025 alla carica di giudice della Corte Costituzionale.
Secondo il capogruppo di FdI alla Camera Galeazzo Bignami che ha presentato la proposta di legge elettorale, il nuovo sistema assicura «stabilità, governabilità, rappresentatività» cioè «principi che valgono per tutti».
Ma il problema che la nuova legge elettorale pone in evidenza è proprio la mancanza di consenso sulle regole del gioco come base per una convivenza pacifica.
Qui il dossier della Camera in merito alla Legge elettorale
