Il mondo è cambiato a partire dal 7 ottobre 2023, giorno in cu si è consumata la strage negli insediamenti limitrofi alla Striscia di Gaza. Un attacco pianificato dalla direzione militare di Hamas che ha provocato, secondo le stime ufficiali di fonte israeliana, circa 1200 vittime tra militari, forze di sicurezza e civili. Tra questi ben 360 i giovani partecipanti al festival musicale Supernova che si stava svolgendo nei pressi del Kibbutz Re’ im. Il Kibbutz è il nome che definisce il sistema dei villaggi di impronta socialista e collettivista promossi originariamente dai primi pionieri sionisti ad inizio del secolo scorso.

Memoria dei giovani massacrati durante il festival Supernova ANSA EPA/ABIR SULTAN
Al trauma per l’operazione terroristica inattesa, si è aggiunto lo sgomento per il destino delle 250 persone rapite dall’organizzazione estremista palestinese secondo una prassi ricorrente di trattare il loro rilascio in cambio della liberazione dei detenuti nelle carceri israeliane.
Come era prevedibile immaginare, la reazione del governo guidato dall’ultraconservatore Netanyahu è andata abbondantemente oltre ogni ipotetica proporzionalità fino a pianificare la distruzione di Gaza sul presupposto esplicitato dall’allora ministro della Difesa Yoav Gallant di trovarsi davanti non ad esseri umani ma ad “animali”.
I bombardamenti indiscriminati sulla popolazione civile, senza alcun rispetto per luoghi di culto, scuole e ospedali ha trovato la sua motivazione in una convinzione esposta nel sito ufficiale dedicato alla memoria del 7 ottobre, dove si afferma che l’eccidio degli israeliani «non è stato compiuto solo dai combattenti di Hamas. Oltre all’uso deliberato da parte di Hamas di scuole, ospedali, moschee e aree residenziali come scudi per la sua infrastruttura terroristica, anche civili di Gaza hanno attraversato il confine con Israele e si sono uniti alle atrocità». In sostanza, secondo tale tesi è stato Hamas ad «aver trasformato l’intera società in un’arma, cancellando il confine tra combattenti e civili».
Il sito web “Archivi del 7 ottobre – Il male organizzato”, promosso sotto l’egida del Ministero israeliano per gli affari della diaspora e la lotta all’antisemitismo, è così documentato da poter esporre la copia autentica dell’ordine esecutivo della strage firmato dal Ibrahim Hasan Sinwar, leader di Hamas, e perfino le mappe operative della strategia seguita. Ma, ovviamente, non accenna alle inchieste in corso sulla responsabilità diretta di Netanyahu nel non aver dato seguito alle numerose informative provenienti dall’intelligence di alcuni Paesi arabi circa l’imminenza del grande attentato terroristico, per tacere dell’improbabile negligenza della potente organizzazione investigativa del Mossad su un territorio sottoposto ad una stretta sorveglianza dotata dei più sofisticati dispositivi tecnologici di sicurezza. Tutti elementi abbondantemente indagati dai media indipendenti israeliani come Haaretz.
Non dimenticheremo mai
Evidenze e dati che fanno assumere una valenza politica pesante alla promessa “non dimenticheremo mai” esposta sul sito del 7 ottobre che provoca, tra l’altro, un forte impatto emotivo non solo per i video disponibili circa le violenze perpetrate sulla popolazione civile ma in ragione dei volti sorridenti delle vittime di tale ferocia.
Davanti a queste foto, strazianti quelle bellissime dei bambini, che sappiamo rimandare a nomi con una storia familiare ben conosciuta, non si può non avvertire un senso di smarrimento per l’effetto paradossale del loro oscuramento avvenuto con la tremenda vendetta programmata e realizzata dal governo israeliano che si è macchiato di atrocità tali da essere sotto osservazione della corte penale internazionale per l’accertamento del crimine di genocidio.

Manifestanti israeliani contro Benjamin Netanyahu ANSA. EPA/ABIR SULTAN
Ma quel che inquieta profondamente, a parere di chi scrive, è la pervasiva convinzione che si diffonde nell’opinione pubblica finora rimasta ignara della questione palestinese sulla necessità della violenza, anche estrema, come via per dare voce ad un popolo oppresso.
È accaduto, infatti, che anche in presenza di governi e media, dagli Usa all’Italia, schierati a favore del governo israeliano, le notizie e le immagini circolate fuori dai canali ufficiali sulle stragi senza fine perpetrate sui palestinesi di Gaza, sottoposti a forme di assedio impietoso, abbiano finito per suscitare uno profondo sdegno morale. Non si spiegano altrimenti le tante manifestazioni spontanee fino alla fila interminabile di persone davanti ai punti di raccolta di beni e medicinali che gli equipaggi delle diverse flottiglie hanno cercato di trasportare fino a Gaza, pur sapendo di esporsi alla cattura da parte della marina israeliana che applica la regola di fatto per cui “il diritto internazionale vale fino ad un certo punto”.

Blocco della stazione di Genova ANSA/LUCA ZENNARO
La riscoperta della questione palestinese
Soprattutto si è assistito nel nostro Paese ad un risveglio di una solidarietà diffusa, a livello politico e sociale, fino agli anni ‘90, verso la causa palestinese. Sono noti i discorsi dei personaggi della prima Repubblica, da Andreotti a Craxi, che giustificano le ragioni della lotta di liberazione dei palestinesi mentre l’archivio Ansa riporta foto di incontri cordiali tra il segretario della Dc De Mita e Yasser Arafat, leader dell’Olp. Nel 2025 è scomparso Ali Rashid, scrittore e politico palestinese, che è stato parlamentare italiano e cantore struggente della devastazione della sua terra (fondamentale il testo “Eppure un tempo eravamo fratelli”).
Per ragioni che merita approfondire, negli ultimi decenni si è imposta, invece, la narrazione di tipo colonialista che disegna i palestinesi come corrotti o feroci criminali. Più o meno quanto accade ai messicani negli Usa.
Serie tv di grande successo e notevole bravura prodotte a Tel Aviv, come ad esempio Fauda finiscono per indurre una fisiologica identificazione con le forze di sicurezza israeliane che appaiono come obbligate ad uccidere. L’ultima stagione racconta del trauma del 7 ottobre ponendo in evidenza il costante senso di insicurezza per l’avverarsi di un nuovo sterminio o pogrom che legittima le reazioni più estreme.
In tutti questi anni sono passati sotto silenzio mediatico sia le azioni eclatanti quali i bombardamenti a tappeto su Gaza (a partire dall’operazione Piombo fuso del 2009) come lo stillicidio costante dei soprusi con omicidi e incarcerazioni senza prove dei civili palestinesi esposti alle violenze delle centinaia di migliaia di coloni fondamentalisti sostenuti dall’esercito israeliano nella spoliazione progressiva delle terre e delle abitazioni delle famiglie palestinesi.

Parenti in lutto delle vittime palestinesi a Khan Younis ANSA EPA/HAITHAM IMAD
La narrazione censurata
Una sorta di tabù interiorizzato ha ristretto la circolazione di notizie e approfondimenti provenienti da realtà impegnate, nonostante tutto, a costruire
rapporti di pace nella giustizia. Dalla campagna
Ponti e non Muri, con il sito
Bocche scucite dedicato alla voci dei Territori palestinesi occupati, all’
Assopace Palestina. Dai report di
Operazione Colomba alla solidarietà di
Save the Children verso i bambini di Gaza fino alla coalizione
Assisi pace giusta rilanciata nel 2021, insieme all’
Alleanza per la pace in Medio Oriente, nella consapevolezza della necessità di prevenire la prevedibile deflagrazione di così tante contraddizioni.
Tutte realtà e percorsi sostenuti e riportati da
Città Nuova che si è concentrata, dopo il 7 ottobre, nel porre in evidenza quella parte di umanità, palestinesi e israeliani, che non sottostanno alla logica dell’odio. Dai
Combattenti per la pace al
Circolo dei parenti delle vittime che rifiutano ogni vendetta. Volti e storie di chi si espone senza tregua per testimoniare che esiste un altro tipo di umanità, come fanno
Aziz Abu Sarah e Maoz Inon immortalati nell’iconica foto che li ritrae nell’abbraccio comune con
papa Francesco nell’Arena di pace del 2024.

Papa Francesco abbraccia l’israeliano Maoz Inon, al quale sono stati uccisi i genitori da Hamas il 7 ottobre, e il palestinese Aziz Sarah, al quale l’esercito israeliano ha ucciso il fratello, durante l’incontro “Arena di Pace” a Verona, 18 maggio 2024. ANSA / VATICAN MEDIA
L’eccidio del 7 ottobre 2023 e poi la strage senza fine perpetrata a Gaza, non interrotta di certo dall’operazione di immagine trumpiana denominata Board of peace, fanno parte di uno scenario internazionale in cui la guerra appare sempre più inevitabile dopo il precipitare della crisi avvenuta in Europa con l’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022.
È stato così un esempio di assuefazione verso tale stato di fatto la decisione del governo italiano del 31 maggio 2023 di rimuovere il divieto di esportazione di missili e bombe verso l’Arabia Saudita con la giustificazione della “attenuazione del rischio del loro utilizzo sulla popolazione civile dello Yemen”. Sorprende poi la mancata reazione italiana verso la fornitura di mine antipersona all’Ucraina da parte dei nostri alleati Usa e Gran Bretagna, dopo che il nostro Paese si è distinto per l’abolizione di tali odiosi strumenti di morte.
Per questo motivo il 7 ottobre segna un punto di non ritorno nella storia di ognuno, oltre che in quella collettiva.
Se, infatti, non riusciremo ad offrire una narrazione credibile alternativa alla logica delle armi, ad una strage non potrà che seguirne un’altra giustificata da ragioni di vendetta per dolori inenarrabili.
Per tale motivo, occorre seguire con grande attenzione il cammino proposto dal
cardinale Pizzaballa alla comunità cattolica di Gerusalemme che parte dalla consapevolezza che «il conflitto continuerà ancora per lungo tempo ad essere parte integrale della vita personale e comunitaria della nostra Chiesa».

Cardinale Pizzaballa ANSA FRAME VIDEO AFP
In tale contesto, «la mancanza di chiarezza sulle prospettive future contribuisce al senso di disorientamento e fa crescere il sentimento di sfiducia». Ma proprio per questo, afferma Pizzaballa, «siamo chiamati a dire una parola di speranza, ad avere il coraggio di una narrativa che apra orizzonti, che costruisca anziché distruggere, sia nel linguaggio che usiamo che nelle azioni e gesti che porremo».