Aprile ad Atene. Nel clima dolce, tra i profumi della primavera, tante persone sono assiepate nel teatro di Dioniso, per le grandi rappresentazioni teatrali.
Si è nel 410 a.C. o giù di lì. Va in scena Le Fenicie, del grande Euripide, ormai anzianotto. Si è in un momento triste della vita politica in Grecia: è in corso la Guerra del Peloponneso, il conflitto bellico fratricida tra Atene e Sparta.
La tragedia di Euripide è quanto mai adatta al momento storico. Ma dà suggestioni che attraversano i secoli e rimangono pertinenti anche ai nostri giorni. Vediamo la trama. Edipo, dopo aver scoperto di aver ucciso il padre e sposato la madre Giocasta, si è accecato e vive recluso a Tebe.
I suoi figli Eteocle e Polinice, essendo gemelli, hanno stabilito di alternarsi annualmente sul trono. Eteocle, però, una volta ottenuto il potere non vuole cederlo al fratello, anche perché governa bene e ha il favore del popolo. Polinice si reca ad Argo, città nemica, sposa una principessa argiva, e dopo un anno torna con un esercito guidato da sette guerrieri formidabili per reclamare il proprio diritto al trono.
Giocasta tenta disperatamente di riconciliare i due figli, per scongiurare la guerra. È la celebre scena di mediazione. Eteocle e Polinice accettano di incontrarsi. Si parlano. Giocasta vuole che sia anche presente un pubblico, perché i discorsi non rimangano tra loro. I fratelli espongono le proprie visioni della situazione, ma non rinunciano alle rispettive pretese.
Poi parla la loro madre in uno dei monologhi più belli della letteratura antica. Un vero gioiello sulla riconciliazione. Dice Giocasta a Eteocle: «L’uguaglianza è inscritta nella legge della natura: essa regola le misure, i pesi e i numeri. La notte e il giorno percorrono ugualmente il loro corso annuale; nessuno dei due invidia all’altro il momento in cui deve cedere il posto. E tu, perché non vuoi dividere equamente il potere con tuo fratello? Dov’è, allora, la giustizia? Perché tieni tanto al dominio?»
Poi si rivolge a Polinice: «E tu, Polinice, non sei senza colpa. Ti è stato dato un aiuto e sei venuto contro la tua patria con un esercito straniero. Se vincerai e conquisterai Tebe come potrai innalzare trofei per celebrare la vittoria sulla tua stessa città? E se invece Eteocle vincerà, come tornerai ad Argo lasciandoti dietro migliaia di morti?».
Ma questo non smuove i due contendenti. Eteocle dà una risposta agghiacciante: «Madre, è ormai troppo tardi per parlare. Non possiamo accordarci se non alle condizioni che ho già stabilito: io devo regnare su Tebe». Sembra di sentire politici contemporanei.
La mediazione di Giocasta è fallita. Lo scontro tra Eteocle e Polinice è imminente. Creonte, fratello di Giocasta, convoca allora l’indovino Tiresia per chiedergli consiglio sulla situazione di Tebe. Tiresia rivela che per salvare Tebe, Meneceo, figlio di Creonte, deve essere sacrificato.
Meneceo, venuto a conoscenza della profezia, sceglie volontariamente di morire. Avviene lo scontro, nel quale Polinice e Eteocle si uccidono reciprocamente. Saputolo, Giocasta si suicida. Ma i tebani vincono e Tebe non viene distrutta. Il sacrificio di Meneceo ha contribuito alla salvezza di Tebe.
Ascoltando i discorsi di Eteocle e Polinice, sembra di sentire voci dei conflitti della nostra epoca: Israele-Hamas, Iran-Usa, Russia-Ucraina, Cina-Taiwan, destra-sinistra… un lungo elenco.
Eppure, Giocasta, pur fallendo, fa cose pregevoli: fa incontrare i due fuori dal campo di battaglia; li invita a guardarsi negli occhi; chiede di lasciare momentaneamente da parte le vecchie recriminazioni. Soprattutto ascolta e riconosce le ragioni di entrambi.
Poi fa qualcosa di ancora più sorprendente. Se Polinice afferma: «Io ho diritto», se Eteocle risponde: «Io ho il potere, il popolo mi vuole», lei introduce una terza posizione: «Avete un legame».
Queste azioni di Giocasta portano due insegnamenti di grande utilità anche ai nostri giorni. Il primo: non reagire alle parole o alle azioni della parte opposta, non partire da posizioni ideologiche che in partenza già condannano l’operato dell’altro, ma ascoltare e cercare di comprendere le ragioni dell’altro, quelle che stanno dietro i fatti e le parole.
Il secondo: siccome è impossibile trovare una quadra tra due posizioni opposte, si deve cercare un terzo elemento che possa aprire un varco di possibilità alla pacificazione, se non si trova questo terzo elemento, il dialogo diventa infruttuoso.
La tragedia di Euripide fa vedere il fallimento anche di questo nobile e intelligente tentativo di conciliazione. La mediazione, infatti, non può sostituirsi alla volontà delle parti.
Un mediatore capace può creare uno spazio, ma non può obbligare due persone a rinunciare alla propria posizione. Ed è proprio questo che rende la scena tragica. Giocasta dice amaramente: «Quando due uomini stolti si incontrano, il risultato è il più terribile dei mali».
I due non sono «stolti» perché privi di ragioni. Entrambi hanno ragioni. Sono «stolti» perché ciascuno ha trasformato la propria ragione in una ragione assoluta.
La tragedia nasce dal fatto che il diritto e il potere diventano più forti del legame. Euripide mostra, con una delle prime grandi scene di mediazione della letteratura occidentale, quanto sia difficile riconciliare due persone quando ciascuna è diventata prigioniera della propria versione della giustizia.
Ma oltre ai due già detti insegnamenti di Giocasta, ne rimangono altri due validi oggi: 1) donne e uomini «sapienti e buoni» devono essere al governo al posto di «uomini stolti». Questo presuppone un lungo lavoro di preparazione.
2) Le soluzioni che sembrano semplici e ammirevoli – io governo un anno tu l’altro – il più delle volte sono foriere di sventure perché non si basano sulle reali capacità o intenzioni dei protagonisti, e non considerano la realtà del male che è sempre presente e va sempre tenuto in considerazione.
Una tragedia di quasi 2500 anni ancora oggi può essere presa come spunto per ragionare sulla pace. È cosa si è cominciato a fare a Torino, nel convegno “Se vuoi la pace, prepara la pace”, con lo stimolo di Gabriele Vacis e un gruppo di giovani attori.
