La prima volta in cui ho intervistato un diacono permanente è stata nel 1982 ad Acilia, popolosa borgata romana. Poco prima, nella chiesa di San Leonardo da Porto Maurizio gremita e tra il lampeggiare dei flash, Tullio Maiorino – 50 anni, sposato con tre figli e impiegato all’Italcable – era stato ordinato dal cardinale vicario della diocesi di Roma Ugo Poletti. L’eccezionalità dell’evento era giustificata: si trattava del primo diacono permanente dell’Urbe dopo secoli, riprendendo una tradizione che risale ai tempi del martire san Lorenzo.
Era stato il Vaticano II a rivitalizzare, quale forma privilegiata di servizio ecclesiale, questo ministero già esistente agli albori della Chiesa, ma che col tempo, da grado autonomo degli ordini sacri, era diventato una semplice tappa nel cammino verso il presbiterato; esso pertanto era stato ristabilito come «proprio e permanente grado della gerarchia», e Paolo VI ne aveva previsto il conferimento ad «uomini di età matura, anche coniugati, e così pure a giovani idonei per i quali rimanesse ferma la legge del celibato».
In quell’anno 1982 erano 173 i diaconi permanenti in Italia, distribuiti in 40 diocesi, e circa 400 i candidati che si preparavano a ricevere l’ordinazione. Di essi la maggior parte erano sposati con figli e di varia estrazione sociale: insegnanti, operai, impiegati, medici, infermieri, vigili urbani, avvocati, pensionati. In seguito non ho avuto modo di intervistare altri diaconi permanenti. Ricordo però di averli sentiti definire in più occasioni «mezzi preti» da qualcuno poco informato su questo specifico tipo di servizio ecclesiale.
Recente, invece, è la mia riflessione riguardo al diaconato femminile. Ne è stata occasione una visita alle catacombe di San Gennaro a Napoli, dove esiste un unicum: gli arcosoli, datati al V-VI secolo, di due anziane donne, Bitalia e Cerula (quest’ultima vedova perché in veste nera), raffigurate nel gesto tipico dell’orante. Dovevano essere versate nelle Sacre Scritture, stando ai dipinti dei 4 Vangeli con iscritti i nomi degli evangelisti ai lati di entrambe, ciascuna col capo sormontato dai simboli dell’Alfa e dell’Omega di Cristo. Altro particolare inusuale, trattandosi di una donna: il monumento funebre di Cerula è reso prestigioso anche dalle figure degli apostoli Pietro e Paolo sull’estradosso dell’arcosolio come a vigilare la defunta.
L’insieme di questi elementi sembra qualificare due donne con funzioni di rilievo in seno alla comunità dei fedeli. Del resto lo stesso san Paolo nella sua Lettera ai Romani accenna a una di esse: «Vi raccomando Febe, nostra sorella, che è al servizio della Chiesa di Cencre: ricevetela nel Signore, come si conviene ai credenti, e assistetela in qualunque cosa possa avere bisogno di voi; anch’essa infatti ha protetto molti, e anche me stesso» (Rom 16,1-2). «Al servizio», dice l’apostolo, o «ministra»: tale è il significato del termine greco oráxovo, qui applicato per la prima volta nella Chiesa nascente e nel quale si può ravvisare, almeno in embrione, l’ufficio delle diaconesse che si sarebbe affermato nei secoli successivi.
È accertato, infatti, che nella Chiesa primitiva alcune donne, di solito vedove e attempate, erano incaricate in modo permanente di varie opere di carità e di servizi come vigilare le porte dei luoghi di riunione, istruire le catecumene, aiutare le donne adulte a svestirsi e vestirsi in occasione del loro battesimo, che avveniva per immersione; come pure assistere le povere, le malate e le isolate. Nel IV secolo fu creato apposta per loro un rito consistente in una sorta di benedizione (è incerto a tutt’oggi se fosse un’ordinazione). Oltre a Febe, si ricordano almeno altre 8 di queste diaconesse considerate sante dalla Chiesa cattolica.
Nel riuscire all’aperto dalla catacomba, continuavano a visitarmi le immagini altamente spirituali di Cerula e Bitalia col sorprendente “corredo” dei 4 Vangeli, quasi a testimoniare la consuetudine di entrambe con la Parola divina. Furono diaconesse? Alcuni studiosi lo ipotizzano. A donne come loro si riferiva nel V secolo papa Gelasio I, che in una lettera ai vescovi del meridione d’Italia deplorava il protagonismo di alcune “presbitere” in seno alle rispettive comunità? In ogni caso dovettero essere entrambe donne di fede al servizio della comunità.
Si riassumevano qui tutte le mie conoscenze sul diaconato maschile e femminile, prima che approfondissi l’argomento sul volume edito da Città Nuova Il diaconato tra storia, esperienze e prospettive. Un ruolo per le donne. All’autore Fabrizio Mastrofini, saggista specializzato nell’informazione religiosa, si deve questo testo documentato ma anche di agevole lettura, grazie alle sue doti giornalistiche. Mastrofini vi passa in rassegna attraverso i secoli l’evoluzione del diaconato, ministero di origine apostolica che non è stato inteso sempre allo stesso modo e ha avuto uno sviluppo non lineare, fino alla sua stabilizzazione a partire dall’età medievale. Successivamente il focus è sul ruolo delle donne nella Chiesa antica (le cosiddette “diaconesse”), di cui si ha solo una conoscenza parziale. Quindi si passa alle definizioni dei primi Concili al riguardo e alle differenziazioni nella Chiesa d’Oriente e in quella d’Occidente.
Si arriva poi al rilancio di questo ministero dal Concilio Vaticano II, che però non ha detto una parola definitiva su di esso, lasciando aperto il dibattito. L’autore riassume i risultati dell’ultima commissione vaticana incaricata di fare luce sul diaconato per renderlo idoneo ai tempi moderni. Intanto la riflessione sul ruolo della donna nella Chiesa – stimolata non solo dalle sue conquiste nella società civile all’insegna del riconoscimento effettivo di una pari dignità con l’uomo, ma anche dalla comparsa delle prime donne sacerdote e vescovo nelle Chiese non cattoliche – rinfocola il dibattito intorno a un suo maggiore inserimento e valorizzazione.
Nell’importante conclusione, Mastrofini s’interroga: «La diaconia della carità come si esprime oggi? È possibile esprimerla de-clericalizzando i ministeri, lasciando spazio alle donne e agli uomini in termini nuovi? […]. Cosa potrebbe accadere aprendo oggi il diaconato alle donne e domani l’accesso ai ministeri ordinati? Entrerebbe in crisi definitiva la Chiesa cattolica? Certamente no, come non sono crollate le Chiese cristiane che hanno aperto al sacerdozio e all’episcopato femminile. Nel diaconato, la Chiesa cattolica potrebbe giovarsi di una marcia in più, di fronte alle povertà materiali e spirituali del mondo contemporaneo. Paolo scrive: “Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”.
Le differenze permangono sul piano storico, ma nella comunità cristiana sono annullate. La finalità dei diversi carismi è la crescita della comunità cristiana. È l’aspetto essenziale e mancante della situazione odierna, effetto di una clericalizzazione che indurisce la dinamica comunitaria all’interno di una strutturazione gerarchica maschile incentrata sul ruolo del parroco, frammentando le potenzialità e le risorse ecclesiali, suddivise tra ruoli e funzioni al di fuori di una visione unitaria. Abbiamo così il catechismo per bambini e ragazzi, attività caritatevoli e umanitarie, nel migliore dei casi attività per adulti, possibilità di scelta tra movimenti giovanili e carismatici differenti, tutti all’interno della medesima compagine parrocchiale. Chi coordina? Quale ruolo potrebbe avere una diaconia efficace della carità, che esprime figure di riferimento, maschili e femminili, in una visione polifonica e ordinata?».
Una considerazione personale a fine lettura. Quando ha inviato i suoi apostoli a evangelizzare il mondo, Gesù non ha precisato nei dettagli come doveva organizzarsi la Chiesa nascente. Ha dato fiducia ai suoi che, decidendo in modo diremmo oggi sinodale, con l’aiuto dello Spirito Santo avrebbero saputo fare le scelte giuste per quel dato tempo storico e per quella data società, tenendo conto che l’unità non è uniformità (cosa che molto lentamente nel corso dei secoli si è andata affermando). Papa Francesco ci ha abituati ad aspettarci le “sorprese” di Dio, docili ad assecondare il soffio dello Spirito e senza pretese di anticipare i tempi che sono suoi.
