Il mio amato direttore Guglielmo Boselli segnava con la penna rossa sui fogli dattiloscritti, in epoca predigitale, qualsiasi parola che rischiasse nei nostri articoli di non essere compresa dalla casalinga di Voghera (non ho mai capito perché avesse scelto la casalinga di quel paesello che mi è ancora sconosciuto). Una delle parole che vedeva come fumo negli occhi era “antropologia”, o il relativo aggettivo “antropologico”. Era inflessibile, e aveva ragione, non lo metto in dubbio. Ora il giornalismo è cambiato, il vocabolario del lettore medio si è ancora ridotto (a causa delle tivù di Berlusconi più che della rivoluzione digitale, a dire il vero), ma certe parole sono state sdoganate dal poetare dei cantautori e dai vocabolari istantaneo dei nostri telefoni cellulari.
Dunque, finalmente posso usare anche sulle colonne di Città Nuova, anzi sulle schermate di cittanuova.it, la parola incriminata da Boselli, “antropologia”, cioè secondo la corretta etimologia greca “tutto ciò che ha a che fare con l’uomo” (anthropos), tutto ciò che studia i comportamenti umani, la parola sull’umano. Dunque, quest’oggi scrivo qualche pensiero estivo in libertà sull‘antropologia del vacanziero marittimo. Mi trovo in effetti sulla riviera marchigiana, all’ombra, si fa per dire, del Conero. La mattina presto cerco di sfruttare le sole ore climatologicamente potabili durante l’assalto dell’anticiclone per camminare lungo il mare. Non sono ovviamente il solo, tutt’altro: sui marciapiedi del lungo rettilineo tra Marcelli e Numana incrocio centinaia di persone che praticano lo stesso esercizio ambulante o deambulatorio (ahi ahi, Boselli ricoprirebbe il dattiloscritto di segnacci rossi!). In fondo sarebbe più semplice puntare lo sguardo sul mare piatto come l’olio, o sul sole che rosseggia gli umani sbucando dall’acqua, o ancora osservando la vegetazione, pensando a nulla, o quasi. Guardando i propri passi, quasi un’ossessione salutista. Ma poi mi dico che è molto più interessante puntare lo sguardo sulle persone, sugli uomini e sulle donne che incrociano i miei passi.
E parto così con l’esercitazione antropologica: ecco una coppia di ventenni in abiti succinti che hanno tutta l’aria di desiderare solo un letto su cui sdraiarsi, dopo la notte trascorsa con gli amici; segue un’altra coppia di settantenni artrosici che cercano di alleggerire la pressione ossea sulle cartilagini ridotte a poca cosa: mi salutano con cordialità e complicità, forse notando come anch’io abbia problemi cartilaginei; c’è poi l’aitante culturista, senza un pelo di grasso nell’adipe che si sorprende che qualcuno lo fissi, ma poi alza la mano in segno di saluto; e che dire della giovane donna che spinge un passeggino con un frugoletto umano, mentre il suo uomo cinque metri dietro consulta il cellulare? Solo il bimbo mi degna di una risposta… E poi la fauna umana al guinzaglio dei propri cani, quanti vuoti da compensare!
Così per un’ora e passa, un campionario di umanità mi si para davanti, pare un caleidoscopio colorato più del sole che sorge all’orizzonte. Non penso ai miei problemi, cerco di alzare lo sguardo, di capire quelli degli altri e così mi ritrovo come d’incanto senza problemi, o quasi. Anche questo è un esercizio di antropologia estiva.
Che poi tanta gente guardi altra gente per far passare il tempo è normalità estiva. Tanto vale fare upgrade e trasformare il passatempo senza gran senso in un esercizio… semplicemente umano. E così anche Boselli sarebbe soddisfatto. E forse persino il direttore Meazzini.
