Nel 2019 lo Sri Lanka stava riemergendo, a fatica ma con indomito coraggio, da una guerra durata quasi tre decenni, di cui mai o quasi mai si è parlato in Europa, ma che ha segnato uno dei momenti più crudeli e assurdi della storia recente dell’intero genere umano. Quel 21 aprile, domenica di Pasqua, migliaia di cristiani cattolici e protestanti stavano celebrando la festa più importante della loro tradizione quando una serie di esplosioni segnò un attacco cruento e inspiegabile per l’intero Paese. L’attacco terroristico, pur avendo preso di mira chiese cristiane, aveva colpito anche 4 hotel e un centro residenziale. Poco si è riusciti a capire su che cosa avesse causato un crimine di questa portata, almeno apparentemente diretto verso la comunità cristiana che era stata coinvolta nella guerra civile solo marginalmente, limitatamente all’etnia tamil, che fra l’altro comprende una larga maggioranza di indù. Nel tempo, è emerso che la responsabilità dell’attacco era da attribuirsi al gruppo musulmano National Thowheeth Jama’ath, un’organizzazione terroristica islamista locale. I fatti, oltre al numero delle vittime e a una nuova ondata di terrore a livello nazionale, ebbero grosse conseguenze economiche perché colpirono anche il settore del turismo, uno dei più importanti per l’economia del paese. Il tutto è stato, poi, ulteriormente aggravato dallo scoppio della pandemia.
Negli anni successivi, le autorità religiose del Paese – in particolare il card. Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don – hanno ripetutamente chiesto alle autorità politiche, civili e alla polizia di individuare le cause vere della tragedia e, soprattutto, di smascherare sia gli autori che la vera strategia che sembrava restare incomprensibile. Nel febbraio 2026, dopo 7 anni, durante i quali gli inquirenti sembravano aver brancolato nel buio, è stato arrestato l’ex direttore del Servizio di Intelligence dell’isola, Suresh Sallay. Il generale è stato inizialmente fermato ai sensi della Legge sulla Prevenzione del Terrorismo. Il fermo dell’alto esponente militare e del governo era stato facilitato anche da un’inchiesta che la televisione britannica – Channel 4 – aveva realizzato nel 2023, intervistando alcune persone coinvolte nella tragica serie di esplosioni. Era emerso che Suresh Sallay aveva partecipato agli attacchi per influenzare il risultato delle elezioni presidenziali del 2019, affinché venisse eletto Gotabaya Rajapaksa, la cui agenda politica era tutta incentrata sul nazionalismo e sulla sicurezza interna. Rajapaksa, il cui fratello era stato a sua volta presidente dell’isola (2005-2015), si candidò ufficialmente due giorni dopo gli attacchi, e, a novembre 2019 vinse le elezioni. Nominò a capo dell’intelligence srilankese proprio Sallay, che fino a quel momento lavorava in un dipartimento dell’intelligence che si occupava di monitorare l’attività dei gruppi islamisti.
L’agenzia AsiaNews ha pubblicato in questi giorni una attenta analisi sulle accuse mosse a Suresh Sallay, affermando che esse si fondano soprattutto sulla testimonianza di Azad Maulana, ex segretario personale dell’ex ministro e leader tamil Sivanesathurai Chandrakanthan, conosciuto come Pillayan. Gli investigatori dello Sri Lanka si sono recati in Francia, dove attualmente vive Pillayan, per raccogliere la sua deposizione. Maulana avrebbe dichiarato che Sallay mantenne rapporti continui con il gruppo di Zaharan Hashim e che furono conservati registri dettagliati degli incontri e delle comunicazioni tra militari e jihadisti. La Procura ha inoltre rivelato presunti legami politici di alto livello. In tribunale è stato affermato che, dopo gli attentati del 2019, l’ex presidente Mahinda Rajapaksa, insieme ai suoi figli e alleati politici Namal Rajapaksa e Basil Rajapaksa, avrebbe visitato Pillayan nel carcere di Batticaloa promettendogli la scarcerazione entro una settimana dall’elezione di Gotabaya Rajapaksa. Secondo l’accusa, in quell’occasione sarebbe stato anche annunciato il ritorno di Sallay alla guida dell’intelligence nazionale. Come ben si comprende, si tratta di una intricata questione interna al Paese dell’Oceano Indiano, che tuttavia è da sempre al centro dei delicati equilibri dell’Asia meridionale. È bene ricordare che nel 2022, Gotabaya Rajapaksa dovette rassegnare le dimissioni, fuggendo a Singapore, a causa di una tremenda crisi economica che aveva colpito il Paese portando per le strade milioni di dimostranti.
In questi mesi, ovviamente, la difesa di Sallay ha respinto tutte le accuse. L’avvocato Shaveendra Fernando ha sostenuto che la testimonianza di Azad Maulana non costituisce prova valida finché non verrà verificata e Maulana controinterrogato in tribunale. Ha inoltre messo in discussione l’affidabilità di Channel 4, l’emittente britannica che in passato aveva diffuso documentari sulle presunte responsabilità statali negli attentati di Pasqua. Il magistrato ha rinviato il procedimento al 2 giugno 2026, data in cui il tribunale deciderà se Sallay dovrà comparire pubblicamente in aula e se potrà rilasciare una dichiarazione riservata. Intanto il caso continua a scuotere la politica dello Sri Lanka, riaprendo interrogativi sulle responsabilità dietro uno dei peggiori attacchi terroristici della storia del Paese. Intanto, il fermo dell’ex uomo dei servizi cingalesi, attualmente ricoverato in ospedale per una seria malattia, è stato convalidato e prolungato fino al 1° luglio. Il magistrato di Colombo Fort, Pasan Amarasena, ha inoltre disposto che l’indagato rimanga in custodia cautelare fino a tale data e che vengano presi accordi per la sua comparizione in tribunale. Forse, qualcosa comincia ad emergere in questa tragica storia che ha messo ancora una volta in ginocchio l’isola di Ceylon.
