Elena Granata è docente di Urbanistica al Politecnico di Milano, «cittadina curiosa del mondo e militante del mio tempo», madre felice di tre figli grandi. Il suo ultimo libro, La città è di tutti – ciò che ha valore non ha prezzo (Einaudi 2026), è una miniera di spunti, idee e provocazioni.
Cosa c’è dietro questo libro?
Mi muove l’idea che ciascuno, col suo lavoro e impegno quotidiano, possa cambiare la realtà. Con l’obiettivo di ritrovare, insieme, il piacere di vivere. Potremmo essere felici se condividessimo di più. È uno sguardo sul mondo, che diventa proposta politica.
Quando la città diventa disumana?
C’è un’ansia devastatrice, per riscrivere il mondo attraverso un brutale azzeramento della storia, sulla base solo del profitto. Non si erano mai viste azioni così devastanti come a Gaza, Teheran, Kiev. C’è l’idea che si possa cancellare la storia distruggendo le città, senza considerare la sofferenza delle persone. Lo vediamo anche nelle città del capitalismo, che ha in sé una forza negativa distruttrice.
Le città sono affollate di persone isolate. Siamo diventati una specie che teme il contatto esterno?
Lo vediamo nella città di Dubai, costruita per proteggersi dal fuori, dall’esterno, con alti palazzi di vetro, lontano dalla plebe. Una città ricca, per soli ricchi, che è in realtà fragile come un cristallo, ora che è scoppiata la guerra. L’abbiamo visto un anno fa negli incendi di Los Angeles, quando Hollywood è stata distrutta dal fuoco perché non c’era un sistema di sicurezza collettivo. Da soli non si sopravvive, ma abbiamo costruito le città pensando che bastassero le case, gli edifici.
Tutto ruota intorno al possesso, mentre tu affermi il valore della città gratis…
Le città, quelle europee in particolare, sono nate dall’idea che le persone potessero condividere gratuitamente gli spazi, dalla piazza al mercato, dalle spiagge all’accesso a laghi e fiumi. E ai servizi pubblici con il welfare. Per due secoli abbiamo costruito la città per tutti, mentre da 30 anni abbiamo accentuato la privatizzazione e il possesso. Questo ci rende tutti più soli e più fragili.
Come invertire la tendenza?
Il mio modello di città è più sostenibile nel lungo periodo, perché una città di elementi isolati e di monocultura non regge. Mentre una città mescolata, dove si vive di cose in comune, dove la dimensione privata interagisce con quella pubblica, è una città destinata alla felicità delle persone e a resistere nel tempo. Oggi rischiamo di avere città senza legame sociale. Dal punto di vista economico, una città individualista e consumista costa moltissimo in termini di impatto sulla salute e di richieste di servizi, perché vengono meno il legame sociale e la cooperazione. Dovremmo quantificare l’impatto negativo della solitudine. Ci sono situazioni, dalla malattia all’infanzia, alle fragilità e all’apprendimento, che si vivono bene solo se sono condivise dentro micro o macro comunità. Stiamo mettendo in piedi un modello stupido, pensando che sia efficiente. Per esempio, l’isolamento fa sì che non siamo più abituati ad avere intorno bambini. Questo ha impatto sulla natalità. Non siamo più abituati ad assistere alla morte dei nostri cari, né abituati ad avere il disabile accanto. Rischiamo di divenire analfabeti relazionali e affettivi.
I ragazzi stanno chiusi in camera, con rapporti mediati dai social…
I ragazzi stanno davanti al cellulare perché non hanno alternative. Se potessero andare in cortile, giocare in bicicletta sotto casa, avere un fiume balneabile accessibile, una biblioteca o un locale libero, o panchine nei parchi e nelle piazze, dove chiacchierare, i social avrebbero meno ascendente. Quante cose possono fare i ragazzi fuori casa senza pagare? Pochissime. E allora l’alternativa è solo il cellulare. Il sistema capitalistico ci vuole consumatori nel privato.
Com’è una città che rispetta i primi 5 mila giorni di vita dei ragazzini?
I primi 15 anni d’età sono il periodo nel quale un ragazzino impara a uscire di casa da solo, a gestire il pericolo, la notte e quindi le relazioni nello spazio aperto, il gioco per strada, al parco, le amicizie. Se avessimo a cuore democrazia ed educazione, dovremmo lavorare su ciò che si impara entro i 15 anni, altrimenti non trasformiamo i ragazzi in cittadini attivi. Specialmente nell’età della scuola media. È una proposta politica e una domanda: cosa fa il tuo Comune per i primi 5 mila giorni di vita dei suoi cittadini?
Cosa significa un agire pensante?
Non possiamo partire da grandi slogan, non funzionano. Dobbiamo invece sperimentare azioni concrete, come la gratuità dei mezzi pubblici in certe fasce orarie, o di musei e biblioteche. Nessun museo delle arti e mestieri è aperto ai ragazzi che vogliono studiare il pomeriggio in compagnia; ma ogni spazio chiuso alle persone è sottratto alla collettività, quindi è un furto. Noi paghiamo le tasse, questi servizi sono di tutti. Il nostro Paese ha 8 mila km di coste, ma gran parte sono private, a pagamento. Le ritengo sottratte rispetto a benessere e vita collettiva: c’è chi sostiene che la longevità dei cagliaritani, adesso studiata, dipenda dalla qualità della vita, dal mare, dal movimento. Andare col bus alla spiaggia libera del Poetto tutti i giorni, anche d’inverno, allunga la vita. È un presidio di salute, senza inventarsi la palestra per gli anziani.
Perché ridurre la velocità a 30 km/ora?
La prima ragione sono gli incidenti stradali, anche sulle strisce pedonali. Se vogliamo salvare vite umane, abbassare la velocità è l’unica strada che abbiamo, lo dicono tutti i dati europei. Secondo: in questo modo ci riprendiamo lo spazio della strada, che non è delle automobili, ma delle mille cose che ci si possono fare: spazio per il passeggio, i giochi dei bambini, i cani, gli anziani, i tavolini, le panchine. Per 50 anni abbiamo regalato alle auto gran parte dello spazio pubblico, ma non significa che dobbiamo continuare a farlo.
Cos’è l’architettura ostile?
Significa rendere così scomodo stare nello spazio pubblico, soprattutto per chi non è desiderato come i bambini, i ragazzini che schiamazzano, i teenager, i senza fissa dimora, che le persone sono costrette a muoversi. Stare seduti oggi è un privilegio. Mentre invece a Vienna o Praga in ogni luogo ti puoi sedere. L’architettura ostile impedisce la vita nello spazio aperto, mentre invece dovremmo costruire città accoglienti, dove si può sedersi, stare insieme, socializzare.
Corriamo sempre…
Rallentare, guardare la natura, l’acqua, il cielo e le stelle favorisce il benessere, che influisce anche sull’incidenza di tumori e malattie psichiche. Chi dalla finestra di un ospedale vede la natura, ha tempi di remissione della malattia più brevi. Siamo influenzati da spazio, luoghi, vista, natura. Anche le neuroscienze riabilitano dimensione contemplativa e contatto con la natura.
Scrivi che la cura modifica chi la esercita…
Mentre ci prendiamo cura dei luoghi e delle persone, facendo l’orto, occupandoci dei bambini, stando attenti agli altri, prestando servizio, ci trasformiamo. L’architettura delle città dovrebbe favorire comportamenti di cura, positivi, sorridenti, che salutano, che si accorgono degli altri. Mentre abbiamo una società violenta, che spinge al conflitto. Soprattutto, non basta insegnare principi, dobbiamo facilitare azioni positive. Le nostre abitudini quotidiane incidono più delle teorie. Per questo la città è lo strumento di educazione collettiva più importante che abbiamo a disposizione.
Il tuo libro è un manuale per la vita buona?
Sì. Dobbiamo generare ambienti che consentano alle persone di fiorire, di dare il meglio di sé, di accudire gli altri, di prendersi cura della natura. Oggi la filosofia morale si interroga molto su cos’è una vita buona, che non è una vita di buoni principi, ma una vita che genera il bene. Abbiamo bisogno di condizioni abilitanti, di strutture, ambienti, occasioni, spazi, comportamenti che ci facciano star bene con gli altri ed essere più aperti, generosi, creativi, perché la vita buona è quella che ci rende felici.
Da dove prendi l’energia, la passione, la spinta che hai, a cosa ti aggrappi quando tutto va a rotoli?
Ho l’abitudine ostinata di riconoscere che anche nelle situazioni più disastrose c’è sempre qualche cosa che vale la pena di essere vissuto. Come diceva don Bosco, anche nel ragazzo più sciagurato c’è almeno un dettaglio positivo. È una questione di sguardo, di gusto del rovesciamento, del paradosso. È la consapevolezza che nella storia periodi di grande aridità culturale e sociale danno poi adito a una grande voglia di cambiamento. È la consapevolezza che il male non prevale per sempre, che c’è un’insurrezione del bene in cui bisogna credere. Ce l’ha raccontato mons. Pizzaballa da Gaza quando ha detto: «Anche qui le mamme preparano con cura il pane per i figli e si prendono cura dei malati, come se non ci fosse la guerra».
