Non abbiam bisogno di parole, cantava Ron diversi anni fa, e da questo verso prendono spunto (e titolo) i produttori Netflix per il remake italiano dell’incantevole commedia francese (campione d’incassi) La famiglia Bélier. Disponibile, appunto, sulla piattaforma dalla grande “N” rossa, la versione tricolore rilegge la bella storia di partenza nota a molti: una protagonista adolescente vive con madre, padre e fratello sordomuti. La sua particolarità, però, è di possedere un gran voce, un dono nel canto che però si vive in modo conflittuale. Perché sente la diversità rispetto al mondo della sua famiglia e perché questo talento, se coltivato, la porterebbe lontano da quel nucleo molto unito per il quale ha sempre fatto da tramite col mondo.
Saranno però l’intelligenza degli stessi genitori, l’aiuto esterno di un’insegnante e l’unità (e l’amore) tra la giovane e la sua famiglia, e rendere possibile quella sorta di equilibrio nuovo in cui c’è crescita per tutti. Questa formazione collettiva e dinamica, che passa per una sana, evolutiva e necessaria crisi, forma l’happy end emozionante di una commedia tanto intelligente, quanto scoppiettante, brillante e toccante.
Nella versione nostrana, diretta dall’esperto in dramedy Luca Ribuoli (Speravo de morì prima, La mafia uccide solo d’estate − per citare un paio di lavori), ci sono Serena Rossi (nei panni della docente di canto) e la giovane cantante Sarah Toscano (che ha vinto Amici e fatto Sanremo) in quelli della giovane Eletta, che coi buffi e gustosi genitori, con un bizzarro (e altrettanto gustoso) fratello, vive in una fattoria dando una mano (e mezza) in tutto quello che c’è da fare, barcamenandosi tra i suoi compiti di studentessa di scuola superiore.
La giovane cantante/attrice è misurata e brava nel mostrare il sentimento ambivalente verso quella passione/ambizione per nulla calcolata, esplosa nella sua gola in modo improvviso e inaspettato. Eletta trattiene le emozioni, le teme, come inizialmente temono quel “terremoto” i suoi genitori, non appena il fatto viene fuori. L’elaborazione del nuovo richiede tempo: la vita è quella cosa che mentre capita − anche in modo positivo come in questo caso − porta rotture di stasi consolidate e più o meno confortevoli. Ci vuole sempre energia − possiamo dire lavoro − per accogliere davvero le migliorie del cambiamento.
Nel modo in cui il film (poggiandosi con decisione sul delizioso originale) affronta il suo doppio tema di fondo, stanno i suoi aspetti positivi, i messaggi interessanti che porta con sé. Se Non abbiam bisogno di parole ci consente di immergerci nuovamente nel mondo della disabilità uditiva (in modo piuttosto profondo) e di riflettere su questa condizione, dall’altra ci parla di temi universali come quelli della crescita personale e familiare: del cammino che il singolo e il gruppo intorno a lui deve sempre compiere per il bene di ogni suo componente e, allargando, dell’intera società, di quel mondo intorno a sé di cui è ponte e decisiva parte integrante.
