Nella storia affettivo-relazionale di ciascuno ci sono eventi che accadono e cose che non accadono. La mancanza di risposta ai bisogni affettivi fondamentali del bambino da parte dei caregiver lascia segni profondi anche se apparentemente invisibili. La psicoterapeuta Kathrin Stauffer parla di emotional neglect, che non è ciò che è accaduto, ma ciò che non è accaduto. Spesso si cerca nella storia delle persone un avvenimento traumatico che ne possa giustificare il malessere da adulti, l’individuo stesso non si capacita come sia possibile che ci sia un disagio che l’accompagna. Il senso di vergogna per queste persone è pervasivo, non si sentono “volute”, hanno un senso di vuoto e di inutilità, tendono ad andare spesso in bournout, in iper-lavoro, di dipendere affettivamente, chiedere aiuto non è accettabile e dare nome alle emozioni è molto complesso. Quale connessione tra questo vissuto e l’emotional neglect? Il malessere è frutto di un’esperienza di trascuratezza nell’infanzia: nei primi mesi e anni, spesso, non parliamo di bisogno di cibo o di un vestito pulito, ma di bisogni emotivi ignorati. È qualcosa che viaggia nell’invisibile. A volte è dovuto a sindromi ansioso-depressive vissute dai caregiver o ad altri disagi, alle difficoltà emotive dei genitori stessi.
Ogni giorno mi capita di incontrare diversi di questi bambini che oggi sono diventati adulti. Miriam non ha un trauma narrabile, ha difficoltà a capire perché sta male, a volte tende a compiacere, minimizza il proprio dolore, protegge i genitori come se avesse paura di parlarne male, quando le dimostro vicinanza si imbarazza come se non la meritasse; ricevere attenzioni le provoca vergogna. Si dà la colpa del suo disagio, dice che è lei quella “sbagliata” e che i suoi hanno lavorato sodo per crescere quattro figli. Come lei anche altri, mi chiedono e si chiedono, perché? Perché non mi sento degna? Perché mi sento inutile? Perché la vergogna mi blocca?
Quando non ci sono chiare esperienze traumatiche di abuso o abbandono, c’è un registro affettivo che non viene calcolato. Queste persone pensano che nessuno potrà veramente sostenerle nelle difficoltà. È allora che la relazione terapeutica diventa una nuova esperienza relazionale. All’interno del percorso si accolgono emozioni mai validate prima, c’è presenza (lenta e un pezzettino per volta). La prima volta che siamo state in silenzio con Miriam quello spazio per lei si è riempito di angoscia. Incontro dopo incontro, è stato un processo verso l’alfabetizzazione emotiva, nel sentire il corpo, le sensazioni e le emozioni.
Essere trascurati emotivamente porta a trascurarsi emotivamente, si tende a ri-attualizzare quello che è stato vissuto nelle prime relazioni. L’esperienza della relazione terapeutica diventa un contenitore emotivo dove sperimentare qualcosa di nuovo, essere visti e ascoltati profondamente, dove le emozioni più fastidiose possono trovare spazio senza giudizio. Accompagnare è un viaggio delicato e lento, perché fare un’esperienza “nuova” per la persona può essere pauroso. Chi decide di prendersi cura di sè, sotto traccia ha paura di cosa succede se qualcuno la “regge” in ciò che non è stato mai retto. La relazione di ascolto empatico e di comprensione profonda permettere al bambino trascurato interno di esistere. La terapia ripara ciò che è mancato, non ciò che è stato rotto.
Miriam col tempo ha iniziato a prendersi cura dei suoi momenti di fragilità, la vergogna ancora non è totalmente scomparsa, ma notevolmente ridotta ed è diventata accettabile. Adesso si prende anche un breve abbraccio affettuoso e si concede di chiedere qualcosa di cui ha bisogno. Sperimenta uno spazio nel quale le sue emozioni possono essere sentite, riconosciute e trasformarsi in parole, e questo la fa sentire voluta.
