Una donna incredibile. Questa la prima impressione avuta quando casualmente ho incrociato la persona di Liliana Siracusano durante una celebrazione nella chiesa degli oblati di Palermo, in cui veniva presentata come appena insignita del titolo di oblata onoraria. Confesso che in quel momento non sapevo cosa volesse dire tale titolo. Ho appreso poi che viene dato a persone cui viene riconosciuta una condivisione profonda del carisma degli oblati e che sono poche quelle che finora lo hanno meritato. Di Liliana mi aveva colpito l’eleganza, il portamento, l’umiltà, la caparbietà, la vitalità. Non avrei mai pensato che avesse 84 anni. A distanza di due anni la “ritrovo” sul mio cammino e mi faccio raccontare qualcosa della sua storia.

Liliana Siracusano. Foto L. Siracusano
«Ho avuto una vita fortunata – esordisce la mia interlocutrice –. Sono nata in una famiglia cristiana benestante ed anche con mio marito ho costruito un’azienda importantissima. Ho avuto due figlie e 6 nipoti, e sono anche bisnonna. Sin da ragazzina mi sono posta alla ricerca di Dio, e a 30 anni ho incontrato gli oblati nella parrocchia di santa Caterina a Messina. Lì ho percepito l’invito di Gesù a seguirlo in una maniera più profonda, missionaria, una chiamata prorompente, che continua ancora oggi, come un fuoco che brucia sempre. Posso ben dire che da allora la mia vita è cambiata, la mia storia si è intrecciata veramente con la storia di Dio, quella chiamata mi ha fatto scendere dal piedistallo perché prima cercavo solo il successo. Aprivo un negozio dopo l’altro di abbigliamento e confezione di grandi firme (da Versace ad Armani, Moschino…). Incontrando gli oblati ho visto, però, che vivevano l’amore scambievole: è stata la scoperta di uno stile di vita completamente diverso da quello che vigeva negli anni ’60 e ’70 del boom economico. Una volta, partecipando ad un cocktail, un mio amico ha parlato male della Chiesa e io mi sono sentita in colpa perché non ho saputo rispondere alle accuse che lui poneva. Allora sono andata in parrocchia e lì mi hanno consigliato di frequentare una scuola di Teologia di cinque anni. Mi sono iscritta non solo per il desiderio di conoscere meglio Gesù, ma anche per essere in grado di difendere la Chiesa al momento giusto senza vergognarmi di farne parte. Il punto è che io sono sempre stata fondamentalmente una persona combattiva».
Insomma, una brava cristiana a cui tutto andava bene…
Non proprio. Nella mia vita ho avuto tanti dolori, a cominciare da due aborti che mi hanno segnato molto: ho sempre pensato a questi figli non nati e così, quando ho avuto l’occasione di poter andare al Policlinico per il Centro della vita, non me la sono lasciata scappare. Avendo conosciuto bene questo dolore cerco di convincere le donne a non abortire, ma nello stesso tempo non le colpevolizzo. Non conto più tutti i corredini e le carrozzelle che ho preparato, però ho continuato anche a sentire le donne che avevano abortito per consolarle, per assicurare loro soprattutto l’abbraccio di un Dio che è misericordioso. Mi interessava poterle sostenere pure dal punto di vista umano.
E in ambito familiare e lavorativo com’è andata?
Nella mia casa regnavano la pace e la serenità fino a quando è successo un “patatrac”. La grossa esperienza della mia vita è stata infatti il fallimento, un vero e proprio uragano che ha travolto me e tutta la mia famiglia. Ero diventata davvero ricca, avevo 20 appartamenti, 18 negozi, una villa con piscina, lo yacht… Ma all’improvviso è crollato tutto. La sera in cui l’azienda è fallita tornavo a casa dopo aver vissuto un momento di adorazione in chiesa e ho trovato tutto il mio palazzo circondato dalla polizia. Sono entrata in negozio e c’erano giudici, carabinieri, tante persone, tutte le commesse e mio marito che piangevano. È stato un colpo pazzesco: all’improvviso ho perso ogni cosa, compresi gli affetti familiari e gli amici. Si sono allontanati tutti, per non essere coinvolti, per paura che chiedessi soldi. Sono venute a mancare tutte le sicurezze, i privilegi sociali, non ero più nessuno. Ho provato un’angoscia profonda ma, al contempo, ho riconosciuto che questa grande prova avrebbe potuto essere la mia grande occasione per ripartire. In questa situazione mi ha aiutato molto la preghiera e la vita del Vangelo che negli anni avevo approfondito grazie anche alla parola di vita mensile col commento di Chiara Lubich.
Come ci si rialza da una simile tempesta?
Il dono più grande che ho ricevuto da tutta questa terribile vicenda è stato soprattutto imparare a perdonare: io non ricordo più le cose brutte che sono successe ed anche ora, se mi capita qualcosa di negativo lo immergo nella preghiera e tutto si trasforma, mi rende libera, non mi lascia rancore. La notte del fallimento piangendo ho scoperto una cosa bellissima: che sapevo dipingere. Da lì è cominciata una nuova vita.
Cioè?
Attraverso la pittura ho fatto tantissime cose: murales, quadri modulari, tele… che ho realizzato per le comunità africane dove ho iniziato a recarmi. Ad esempio, nella diocesi di Bafatà, in Guinea-Bissau, ho dipinto 70 tele con tutta la storia della salvezza; ne ho realizzata un’altra in 130 tele, ho dipinto alcune via crucis, Madonne, l’Ultima cena, decorato tabernacoli.

Liliana Siracusano in Africa. Foto di Siracusano
Perché ha cominciato a fare questi viaggi in Africa?
La prima volta sono andata con padre Ettore, il mio padre spirituale che ora è morto, e dell’Africa mi ha colpito non solo la bellezza della natura, ma anche la gente che magari si trova al limite della sopravvivenza però sa reagire sorridendo ed è piena di umanità, diversamente da noi che ce ne siamo veramente scordati. Per me il viaggio in Africa è un viaggio nella fede, una sorta di esercizi spirituali che trasformano il mio rapporto con le persone, con le cose, con la vita. Ora ci vado tutti gli anni, porto tanti medici e mi rigenero. Io sto soprattutto con i bambini, faccio giochi di prestigio ed è bellissimo vedere questi bimbi che ridono guardandomi con i loro occhioni meravigliosi. Un vescovo della Guinea vedendo le mie opere artistiche mi ha proposto di insegnare all’università, per cui quando vado tengo un corso di 15 giorni che si chiama “Coloriamo la vita”, col quale insegno come fare delle decorazioni o realizzare una festa per bambini.
In quali Paesi dell’Africa è stata?
In Senegal, Tanzania, Guinea-Bissau, Egitto ma sono andata anche fuori dall’Africa, in Bangladesh, dove una mia amica ha una missione. Lì, ad esempio, insegnavo ai ragazzi come realizzare icone indù, che è la loro religione.
E a Palermo in cosa è impegnata?
Per tanti anni ho tenuto dei gruppi di autoaiuto per genitori di tossicodipendenti e ogni settimana vado in carcere perché ho sempre avuto contatti con persone segnate dal dolore alle quali sento di poter portare un po’ di speranza. Alle donne, per esempio, ho fatto un corso di trucco ed erano super felici. Ora vado sempre dai detenuti cosiddetti “protetti”, quelli rifiutati anche dai carcerati per la tipologia particolare di reati che hanno commesso, con cui ho instaurato un rapporto veramente bello e di grande amicizia. Con queste persone si costruisce un rapporto profondo, ricevo le loro confidenze e con diversi di loro facciamo il percorso di preparazione ai sacramenti. Ad esempio, l’anno scorso nel gruppo abbiamo avuto un nonno che si è battezzato: un’emozione vedere questo omone alto 1 metro e 90 col camice bianco ricevere nello stesso giorno battesimo, cresima e comunione. Sento che queste visite per me sono come una medicina perché mi fanno guarire da quello che mi rimane di orgoglio, di superficialità, di banalità.
È stata nominata oblata onoraria. Cosa vuol dire per lei questa nomina?
Ma guardi io sono rimasta sorpresa perché non sapevo neanche che esistesse questa figura. Mi sembra che i padri abbiano proprio esagerato, io non mi sento all’altezza, spesso mi sento come Pietro che cade e si rialza. La mia è una storia di tristezza e di gioia insieme, di coraggio e di paura. Comunque, far parte della famiglia oblata a me ha dato tanta forza, tanta serenità perché la mia comunità è fatta da persone molto semplici, mi aiuta a camminare, rafforza la mia vocazione: veramente posso dire che è stata per me un grande sostegno.
