Attenzione alle possibili ritorsioni. Così, con prudenza, all’inizio del film Il mago del Cremlino si sottolinea che si tratta di un racconto di finzione. Di questi tempi, e con certi potenti in circolazione, occorre stare attenti. Il lavoro del regista Olivier Assayas, infatti, basato sull’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, racconta gli ultimi trent’anni di storia russa. Dal periodo di Boris Eltsin a quello di Putin: invasione dei ritmi dell’Occidente e sfrenata libertà dopo la caduta del Muro di Berlino, strapotere degli oligarchi nati dal nulla, “legittima” invasione della Crimea (nel silenzio occidentale), della Cecenia, del Donbass e poi dell’Ucraina. E l’ascesa di un oscuro burocrate del KGB, Vladimir Putin, ad opera di un personaggio dai molti talenti, Vadim Baranov, prima artista d’avanguardia, poi produttore di Reality show e infine regista dell’ascesa di Putin. Ne diventa l’amico, il braccio destro, “il mago del Cremlino” che gestisce lo zar, lo apre ai media, al mondo, ne propone l’immagine pubblica ad un uomo silenzioso e sulle prime riluttante, ma poi durissimo e deciso ad amare solo “il potere”.

Il presidente russo Vladimir Putin. Foto Ansa EPA/SERGEI ILNITSKY
E questo potere, ossessivo, implacabile, gli fa decidere di ricostruire la Federazione russa, convinto che essa è ancora viva e deve avvenire con ogni mezzo di propaganda, vero o falso che sia, disposto anche ad eliminare gli amici, o ex amici, anche lontani dalla Russia, attraverso incidenti di percorso che avvengono quasi “per caso”. Non c’è perdono per chi vuole essere troppo furbo o influenzarlo, lo zar decide lui, non ha scrupoli morali, fa come Stalin con gli oppositori. Stalin che è ancora, secondo lui, “popolare”. Lentamente, si capirà quanto Putin sia freddo, calcolatore, astuto, come la sua idea di democrazia sia solo una apparenza – inganna gli Occidentali che non “capiscono” la Russia, ne è convinto – perché in realtà egli è un tiranno.
Il film che inizia con un’intervista di un giornalista a Baranov per raccontare appunto la storia di Putin, finisce in modo imprevisto, scioccante, ma logico secondo la “morale” del potere politico. Che è dura, crudele, assoluta.
Non è allora questo un film soltanto sulla Russia di Putin, ma su ogni personaggio che aspira al potere assoluto pur inventandosi una forma di democrazia. Perciò questo lavoro, benché troppo parlato, diventa un racconto-metafora di estrema attualità perché svela intrighi, speculazioni, morti “opportune”, uso demagogico dei media, di cui è autore chi brama il potere.
Putin è Jude Law in una delle sue migliori interpretazioni dal lato non solo fisico (volto, capelli, andatura), ma caratteriale, insieme a Paul Dano come Baranov (che riecheggia il vero consigliere di Putin, Vladislav Surkov) e Alicia Vikaner nel ruolo di Ksenia, donna inafferrabile e libera, il volto di una Russia spostata, o meglio in bilico, tra Oriente ed Occidente, pericolosamente tra presente e passato.
Duro, crudele, un vero puzzle narrativo intrigante ed inquietante, il film fa pensare all’attualità della malattia del potere – gli esempi non mancano – ,che è davvero una malattia dalle forme perverse e insinuanti grazie alle quali si diventa disumani. Da non perdere.
