Il sistema giudiziario degli Stati Uniti d’America è bizzarro per noi europei, con poteri per noi eccessivi dati ai giudici locali e la mannaia finale della Corte Suprema che noi non abbiamo. Ma il sistema ha fatto le sue prove e alla fine si manifesta imperfetto, come tutti i sistemi giudiziari di questo mondo, ma comunque atto a non lasciare che il sopruso e il desiderio di primeggiare nonostante tutto abbiano via libera comunque e dovunque. La recente sentenza della Corte Suprema sui dazi imposti dall’amministrazione Trump ai partner in giro per il mondo, afferma che tale imposizione non è legittima: ciò rasserena un po’, l’esuberanza del tycoon ha un limite imposto dalle leggi federali.
Un altro grande personaggio della scena politico-economica statunitense, Mark Zuckerberg, colui che controllo attraverso le sue società guidate da Meta, già Facebook, circa tre miliardi di umani – li controlla, nel senso che avendoli iscritti a una delle sue attività – da Facebook a Instagram a Whatsapp –, colui che quindi è in possesso dei loro, dei nostri dati sensibili, ha dovuto testimoniare in un tribunale di Los Angeles rispondendo ai giudici ma soprattutto alle madri di alcuni giovanissimi suicidatisi, così dice l’accusa, perché troppo esposti ai social.
Zuckerberg, in effetti, ha la possibilità, attraverso algoritmi e strumenti di intelligenza artificiale, di orientare il sentire di grandi e piccoli. Di noi tutti. Come lo fa? Polarizzando, innanzitutto, cioè mettendoti in contatto con persone che la pensano come te e che quindi ti rafforzano nelle tue convinzioni, rendendoti così meno capace di capire le ragioni altrui e di dialogare, e soprattutto rende vulnerabili alle pubblicità esplicite o implicite di prodotti che ricerche di mercato straordinariamente precise attribuiscono come consumabili di preferenza dal tuo gruppo d’opinione.
Lo fa anche solleticando gli istinti meno nobili di chi usufruisce dei servizi di Meta: per intenderci, l’odio che si rivolge a un avversario politico viene ingigantito dalla continua visione di immagini che lo denigrano e che, per la polarizzazione, vengono fatti vedere a te ma non ai tuoi avversari politici. Ancora, le immagini e i testi di Facebook, Instagram e via dicendo spingono chi non ha una psicologia ancora ben formata a cedere a istinti di emulazione di quanto si vede sullo schermo, arrivando a mettere in pericolo la propria vita: pensiamo al bullismo, alla facilità di mettere online atti riprovevoli, ma che servono a farti sembrare più ardito e più capace nella tua comunità, nella tua classe, nel tuo gruppo di amici. Pensiamo anche alle sfide sportive estreme, come i tuffi da altezze inusitate, con la ricerca di performance sempre più ardite. Sui social si vedono i tentativi andati bene, ma non quelli andati male.
Com’è, ancora, che questi strumenti digitali posseduti da Mr Facebook hanno la possibilità di orientarci? Pensiamo all’istigazione a comprare un dato oggetto. Appena fai una ricerca su Internet di un biglietto per Lubumbashi, nella Repubblica Democratica del Congo, ecco che vieni letteralmente bombardato da due, tre, dieci compagnie aeree che ti offrono prodotti analoghi e da tour operator, come ditte che vendono vestiario adatto a quei luoghi… Ciò dà certamente la possibilità di valutare le offerte e di capire quella che è la più conveniente, ma nello stesso tempo tali pressioni all’acquisto sono capaci di trasformare una semplice curiosità in un imperativo categorico.
Ciò fa pensare all’uso che queste società fanno dei tuoi dati. Quante volte siamo costretti a fare una scelta sulla privacy, attraverso i pop-up che appaiono sullo schermo e che ci dicono che se vogliamo continuare a usare una data app o un dato programma dobbiamo accettare le condizioni da loro imposte? Condizioni che sono scritte in corpo 8 in qualche altro pop-up, ma che mai e poi mai consulteremo, flaggando (che orribile neologismo!) le caselle che autorizzano il trattamento dei nostri dati. Qualche tempo fa, mi arrivò una telefonata commerciale che diceva: “Amazon sa tutto di te», e seguiva un’offerta che non ricordo. Ma quella domanda mi colpì, perché da una parte mi dicevo che non conosceva che la parte superficiale e pubblica del sottoscritto, ma dall’altra mi faceva capire che sul web ti denudi, svendi la tua identità, e talvolta pure la tua intimità.
Sono sempre più convinto che debba essere portata avanti la proposta di un grande uomo del digitale, Fadi Chehadé, già CEO dell’ICANN, la società che gestisce le basi di Internet: bisogna che, come i medici hanno un “Giuramento d’Ippocrate”, gli ingegneri informatici, e tutti coloro che in diversa misura hanno la possibilità di influire sui motori che gestiscono la Rete, emettano un Digital Oath, un “Giuramento digitale”, con norme che lo impegnino moralmente a certi comportamenti, evitandone altri. È necessario, ormai, perché le leggi degli Stati e quelle più aleatorie del diritto internazionali non avranno mai la possibilità di tutto regolare. Bisogna coinvolgere anche le responsabilità personali in una sfida da cui dipende il nostro futuro.
