La mia vocazione politica è nata da un profondo stimolo ricevuto all’interno dell’esperienza dei Gen e dei Giovani per un Mondo Unito, in particolare attraverso le formazioni sull’economia di comunione e sulla partecipazione. Questi percorsi mi hanno spinto a guardare oltre me stessa e a rispondere al messaggio di “uscire fuori opportunamente preparati”. Sebbene il mio movimento ecclesiale sia spesso visto come orientato alla scelta personale, la spinta ricevuta mi ha incoraggiata a non rimanere ferma e a non limitare l’applicazione della mia fede a un contesto cattolico, ma ad agire nel mondo esterno, a “sporcarmi le mani” in ambito politico e sociale.
Hai cominciato nel 2015 con una lista civica alle regionali legata alla candidata presidente del Pd. Come è andata?
La mia candidatura alle elezioni regionali, seppur inaspettata e con poche speranze di successo, è stata proprio l’occasione per mettermi in gioco e vedere “cosa c’era lì fuori”, guidata dalla buona volontà e dalle esperienze di attivismo pregresse.
La mia elezione come “riempilista” è stata un evento inatteso, e trovarmi ad essere “il caso che non doveva esistere” ha comportato un vero e proprio “calvario” una vera corsa ad ostacoli personale e professionale, sfidante ma talvolta anche dolorosa.
Cosa significa esporsi pubblicamente con una scelta di parte?
Ho sperimentato la sensazione di “essermi sporcata”, anche perché molte persone, persino all’interno del mio movimento di origine, hanno mostrato paura o reticenza nel relazionarsi con me. Ho notato una difficoltà generale nel movimento a confrontarsi con posizioni diverse, spesso preferendo l’unità apparente al conflitto costruttivo, talvolta accettando opinioni che, a mio avviso, erano eticamente inaccettabili per un cattolico, come l’indifferenza verso la sorte dei migranti in mare, giustificando trattamenti inumani e anti costituzionali. Questa esperienza mi ha mostrato la complessità dell’umanità anche all’interno di certi ambienti che pensavo indenni e la necessità di affrontare temi scomodi, come la carità selettiva.
Come è avvenuto il passaggio e l’adesione al mondo dei Verdi?
I primi anni della mia esperienza politica sono stati caratterizzati da una profonda solitudine. Nonostante il supporto di reti associative, sentivo di lavorare per obiettivi a lungo termine senza veri “compagni di viaggio” a cui lasciare i progetti seminati. L’adesione al mondo dei Verdi, e in particolare a Europa Verde, è maturata dopo circa quattro anni, quando ho iniziato a vedere un ritorno dei Verdi a livello europeo e a confrontarmi con persone che stavano ricostruendo la rete in Veneto. Ciò che mi ha attratto è stata l’assenza di una logica personalistica nel loro approccio, a differenza di altri partiti dove l’attenzione era spesso focalizzata sulla difesa di una singola figura piuttosto che su un progetto collettivo. Ho trovato un “contenitore” che mirava a obiettivi chiari come la lotta alla crisi climatica e la giustizia sociale, dedita alle sorti anche delle future generazioni, e questo mi ha fatto sentire finalmente parte di un progetto e non più sola.
Quali contraddizioni o complessità hai riscontrato all’interno del partito dei Verdi, in particolare riguardo a questioni etiche e al tuo percorso personale?
L’adesione ai Verdi ha comportato delle contraddizioni, specialmente perché ero stata sostenuta da un elettorato molto variegato, inclusi ambienti di centro e centrodestra. Il partito dei Verdi, pur avendo un’anima prevalentemente orientata su alcune questioni etiche, presenta al suo interno diverse sensibilità, ad esempio sull’aborto o sulle tematiche LGBTQ+. Ho dovuto spiegare ai miei sostenitori il significato di questa scelta, chiarendo che il mio “bene assoluto” era la prevenzione sanitaria ambientale e il benessere futuro delle comunità, e che all’interno del partito c’era libertà di posizionarsi eticamente. Il partito è in costante discussione e rappresenta anime diverse che si uniscono sui temi fondamentali della sopravvivenza dei territori. Ho trovato bellezza in questi rapporti, ma anche una complessità infinita, dovendo confrontarmi con visioni non sempre allineate alla mia, come nell’alleanza con Sinistra Italiana. Difficoltà superate grazie a dialogo e cura nei rapporti umani. a livello veneto.
Come spieghi la scarsa adesione elettorale ai Verdi, nonostante l’evidenza dell’emergenza ambientale?
La scarsa adesione elettorale ai Verdi si spiega, a mio avviso, principalmente con due fattori. In primo luogo, il messaggio dei Verdi è spesso proiettato verso un futuro che molti non riescono a immaginare o a cui non riescono a dare priorità. Si parlava di edilizia sostenibile già negli anni ’70, anticipando problematiche che si sono manifestate cinquant’anni dopo. Le persone sono molto concentrate sul proprio presente, rendendo difficile far comprendere l’urgenza di preoccuparsi per il futuro. In secondo luogo, la questione ambientale è spesso percepita come una parte della politica, non come la sua matrice fondante. Per i Verdi, invece, l’ambiente è la matrice da cui derivano tutte le politiche: sociali, industriali, agricole. Questo messaggio, che pone la priorità ambientale al centro di tutto, è difficile da comprendere per un elettorato abituato a una visione più settoriale della politica.
Come hai vissuto la contraddizione interna al gruppo dei Verdi europei riguardo alla guerra, in particolare la virata pro-guerra e pro-riarmo di alcune componenti?
La spaccatura all’interno del gruppo dei Verdi europei riguardo alla guerra è stata profondamente dolorosa. Quest’anno, ricordando Alex Langer e le sue parole sulla pace e sulla politica ecologista inscindibilmente legata al pacifismo, mi sono sentita in una sala vuota dal punto di vista ideale. La posizione dei Verdi tedeschi e dell’Est Europa, che si sentono fortemente esposti agli attacchi russi e hanno abbracciato una visione pro-guerra e pro-riarmo, contrasta con le fondamenta politiche dei Verdi. I Verdi italiani, insieme a quelli francesi e di altri stati, cercano di tenere accesa l’idea politica di Langer, promuovendo politiche di pace, ponendo al centro la responsabilità di scegliere la strada della diplomazia e non la falsa credenza di una pace ottenuta solo con vittorie militari. Sebbene mi aspettassi un gruppo più vicino alle mie idee su questi temi, ho trovato difficile il contesto in cui si discuteva, ad esempio, se i fondi di coesione dovessero essere usati per le armi. Quello è stato un altro delicato ed importante momento per entrare in una delle ferite politiche di oggi e affrontarla generando ponti con i miei colleghi, uno ad uno.
Qual è la tua visione sulla politica di pace?
La mia visione sulla politica di pace è profondamente influenzata dalla convinzione che essa sia intrinsecamente legata all’ecologismo, come insegnato da Alex Langer. Tuttavia, riconosco che a livello politico generale, e talvolta anche all’interno degli stessi Verdi, c’è ancora una certa ingenuità (“naif”) sulla strategia di pace. Non sempre si hanno gli strumenti conoscitivi per parlarne efficacemente. Per questo motivo, ho intrapreso un percorso di studio e approfondimento, collaborando con realtà come Archivio Disarmo e mantenendo contatti mensili con movimenti non violenti come Movimento Nonviolento e quello di Mao Valpiana o docenti universitari, diplomatici e ricercatori. L’obiettivo è acquisire gli strumenti necessari per parlare di pace con cognizione di causa, evitando retoriche vuote di fronte a situazioni complesse come gli attacchi russi. Nonostante le contraddizioni storiche ritengo fondamentale integrare la promozione della pace come pilastro della politica ecologista, facendo leva sull’ascolto e il dialogo, ma rimanendo esigente, senza cadere nel tranello della mediazione a ribasso.
Come hai potuto contribuire concretamente alla difesa dei fondi di coesione in ambito europeo?
In ambito europeo, come relatrice per il gruppo Verdi/ALE su questo tema, nonostante la profonda divisione all’interno del gruppo dei Verdi sulla questione della guerra e del riarmo, sono riuscita a lavorare attivamente per difendere l’uso dei fondi di coesione per sociale, regioni svantaggiate, PMI, unendo tutto il gruppo verde nonostante la pressione per destinarli al settore della difesa. Ho applicato il metodo che il mio movimento di provenienza mi ha sempre insegnato: costruire relazioni personali e lavorare individualmente con i colleghi, condividendo il proprio pensiero politico e ragionando insieme sulle loro necessità. Questo esercizio di ascolto e dialogo, già praticato nel Consiglio regionale, è stato replicato con successo in un contesto di divisione. Ascoltando gli altri e facendomi ascoltare, sono riuscita a costruire alleanze con i Verdi italiani, francesi e di altri stati. Grazie a questo approccio relazionale e alla perseveranza, i Verdi sono riusciti a difendere i fondi di coesione, riaffermando un posizionamento politico più rispettoso della storia e delle fondamenta pacifiste del movimento ecologista.
Qual è il tuo principale ambito di impegno politico a livello europeo?
All’origine della mia candidatura c’è proprio la consapevolezza che per poter ottenere dei risultati efficaci al fine di bandire le sostanze PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) occorreva agire a livello europeo, in particolare nel settore agricolo. Sto lavorando per la messa al bando di 28 prodotti fitosanitari contenenti PFAS, come erbicidi, fungicidi e acaricidi. Il mio impegno è rivolto alla sensibilizzazione sull’impatto dei PFAS sulla salute, specialmente quella dei bambini, e sull’ambiente, collaborando con gestori di servizi idrici e associazioni ambientaliste per promuovere la ricerca e la prevenzione, con l’obiettivo di sostituirli e vietarli in ogni settore produttivo. Ad oggi molte aziende li hanno già banditi dai propri processi produttivi, non solo per pentole o cosmetici e tessuti, ma anche nel settore elettrico, idraulico, automobilistico…
Quali difficoltà ha incontrato in questa azione politica?
Ho avuto notevoli difficoltà a causa delle potenti lobby dell’industria chimica che influenzano i parlamentari. La Commissione Europea, in particolare i commissari Várhelyi e Roswall, si mostra molto cauta nell’esporsi sul tema, specie per quanto riguarda settori industriali e agricoli, con Varhelyi che non ha mai risposto alle mie sollecitazioni. Anche a livello politico, ho riscontrato resistenza da parte di componenti legati a mondi più conservatori, compresi alcuni settori del centro-sinistra, che ritengono la chimica fluorurata indispensabile per la transizione industriale, ostacolando la ricerca di alternative. Emblematica di questa linea la posizione espressa da Draghi nel suo rapporto sulla competitività europea.
Come stai cercando di creare alleanze e strategie per affrontare il problema dei Pfas?
Cerco di tessere reti sia all’interno del gruppo dei Verdi che con parlamentari di altri gruppi politici europei per definire una strategia comune. Riscontro l’adesione di numerosi parlamentari oltre la collaborazione attiva delle associazioni ambientaliste (come Mamme No Pfas, ISDE, Legambiente, Greenpeace e le europee EEB, Pan Europe, Chemtrust) e comitati cittadini. Cerco anche di finanziare con fondi europei delle ricerche universitarie per trovare soluzioni concrete, come la prevenzione del trasferimento dei Pfas nelle piante. Un campo che mi sta molto a cuore è quello della tutela dei lavoratori esposti all’impatto dei Pfas.
Penso ai vigili del fuoco pompieri e ai lavoratori delle aziende chimiche. Si tratta di contrastare l’inconsapevolezza che spesso gioca a favore degli interessi delle industrie irresponsabili che procedono delocalizzando la produzione all’estero e licenziando quando insorgono problemi. A questo proposito, ho incontrato anche , breve mi incontrerò direttamente con i comitati attivi a Spinetta Marengo in Piemonte, dove è attiva l’ultima azienda che produce Pfas in Italia, dopo il fallimento della veneta Miteni.
Tu stessa sei un’imprenditrice …
Possiedo un’azienda viticola e curo anche qualche animale salvato da macello. l’allevamento degli animali, sebbene quest’ultima attività è fatta solo per salvarli da non abbia risvolti economici significativi. Ho cercato fin dal principio di dialogare con il mondo agricolo a proposito dell’inquinamento da Pfas, ma ho riscontrato forti timori legati alle conseguenze sul mercato. Dopo aver visto i dati sull’avvelenamento degli agricoltori, seconda categoria più esposta, ma mi è sempre più chiaro che conviene a tutti bandire i prodotti contenenti Pfas per proteggere la salute, anche di chi produce cibo, e l’ambiente.
La questione Pfas ha tante conseguenze…
Infatti è molto delicato il tema delle “PIFA patologie materne neonatali” che coinvolge le esperienze di molte donne. Ho riscontrato io stessa la difficoltà ad avere figli. Mi sono sposata nel 2018 ed ero rassegnata alla cosa… poi mentre ero pronta a partire con l’operazione Colomba della Apg23 per un’iniziativa di protezione internazionale in Colombia, è arrivata la novità della gravidanza assieme alla proposta della candidatura alle elezioni europee. L’ho visto come un segno ad impegnarmi ancora di più su problema dei Pfas. Sono arrivata a Strasburgo con “il pancione”.
Come hai conciliato un impegno comunque logorante umanamente con la tua vita personale e familiare?
Condivido profondamente con mio marito ogni scelta. Poi da quando è arrivata la nostra creatura Agata avverto un’energia inaspettata e un senso di responsabilità che trascende gli obiettivi politici.
Convivi poi da sempre con una specie di emicrania molto seria…
Purtroppo è un limite, ma ho rinunciato per anni a cure specifiche di questa malattia cronica nella speranza di per poter avere mia figlia. Nel frattempo la medicina ha avuto un progresso e ora inizierò un ciclo di terapie che non costituiscono un ostacolo per altre gravidanze.
Quanto senti di aver inciso concretamente con l’attività politica?
Credo che riusciremo ad imporre un divieto più esteso dei Pfas, ma già dal 2030 è previsto un divieto sui beni di consumo come i giocattoli. Mi sto opponendo allo stesso tempo alla riapertura della normativa REACH (registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche) perché in questo momento storico temo che ciò possa favorire l’industria a scapito dell’ambiente e della salute. Occorre lavorare molto nella ricerca di alternative, evitando le deroghe ma anzi rafforzare il sistema di prevenzione ambientale e sanitario.
Hai provato a dialogare con il mondo imprenditoriale sul tema dei Pfas?
E una cosa molto difficile.. Confindustria si è dimostrata molto ostile. Le uniche imprese con cui è nato un confronto sono quelle del settore della refrigerazione abituate a misurarsi con i regolamenti europei che limitano l’uso di PFAS, o le aziende che, in Italia e soprattutto a livello internazionale, i che hanno già scelto di ridurre o eliminare i PFAS dai loro processi produttivi. Purtroppo spesso le aziende si attivano per trovare alternative solo quando si trovano di fronte a un regolamento che impedisce loro di continuare come prima.
