Goya è un pittore tragico. Uno dei grandi tragici della storia della pittura, con nomi come Cimabue, Michelangelo, Caravaggio, Zurbarán, Rembrandt, Picasso. La tela al Prado raffigura un episodio accaduto durante l’invasione in Spagna da parte delle truppe napoleoniche. Un gruppo di “ribelli” presso la Montagna di Monte Pio vennero catturati e giustiziati. Nessun processo, colpevoli e innocenti mescolati insieme. Pietà era morta. Nella notte scura la lanterna posata a terra illumina d’argento l’ombra del villaggio, un fantasma. Illumina le balze del colle dipinte con la spatola furiosa a dare l’idea del luogo più che a descriverlo.
Il cuore della tela è l’urlo dell’uomo al centro, le braccia spalancate di un povero cristo stracciato, la camicia bianca, i pantaloni gialli: un urlo di disperazione, di morte. Dietro a lui, la processione delle vittime verso lo spiazzo-calvario. Piangenti, disperate, il frate in preghiera che si sta accasciando, il morto a terra in un lago di sangue e acqua – come nella morte di Cristo – il cranio fracassato. Sangue, e la schiera dei soldati senza volto, implacabili come truppe naziste in una camera a gas o altre truppe contemporanee.
La ferocia della guerra è implacabile e diventa quanto mai attuale pensando a conflitti, oggi non meno violenti e barbarici di questo. Dov’è Dio?, si chiedevano i sopravvissuti della Shoah e non solo, dov’era allora e dove è ora? La domanda, anzi il grido si alza da questa pittura esplosiva fatta di larghe pennellate irose, di vampate coloristiche che ci buttano in faccia un dolore assurdo in un conflitto assurdo.
Altri artisti la troveranno nel supplizio di Cristo, come Michelangelo o Zurbarán, Goya no: si domanda, e non ha risposta. O forse l’avrà nelle terribili “pitture nere”. Ma una possibile risposta può essere nel sangue versato a terra dall’ignoto popolano, lui, vittima di un eccidio inutile dentro una guerra inutile: dieci anni dopo Napoleone sarà lontanissimo e il suo impero un rapido sogno infranto. Il sangue di un povero ha però sempre in sé qualcosa di sacro, e di fecondo.
La tela, davanti alla quale i visitatori – anche i “turisti” più sprovveduti e distratti – stanno muti, ci soggioga e ci interroga, ci fa una domanda che è anche quella di Goya: perché la guerra e perché questa strage della povera gente, di volti contadini che gridano e soffrono andando a morire?
Goya grida e noi lo sentiamo. Questa è arte eccelsa, è il grido dell’umanità di sempre. Non è un’opera del passato, ma un urlo del presente col quale Goya ci scuote e ci fa rabbrividire.
