Quanto deve essere “perfetto” un genitore per sentirsi all’altezza del suo compito? È ancora concesso sbagliare, oppure ogni errore è vissuto come una macchia indelebile sul curriculum educativo? E soprattutto, quanta ansia si nasconde dietro il bisogno di crescere figli che siano, a tutti i costi, eccellenti in ogni ambito della vita? Oggi la genitorialità è scivolata in una dimensione inedita: quella della “performance”. Spesso, non si tratta più solo di prendersi cura e far crescere i propri figli, ma di “esibire” un risultato. In un momento storico dominato dal confronto costante sui social media, dove la vita familiare viene filtrata, editata e postata, molti genitori hanno interiorizzato una pressione invisibile che, a volte, può risultare soffocante. L’obiettivo sembra non essere più il benessere del bambino, ma la sua eccezionalità.
Hai mai sentito parlare del fenomeno del parenting performativo? Questo descrive una condizione in cui l’identità del genitore dipende strettamente dai successi del figlio. Il bambino non è più un soggetto con i propri tempi, desideri e difficoltà, ma un “prodotto” che testimonia il valore e la competenza del genitore. Questo meccanismo può generare un’ansia da prestazione cronica che può sfociare nel burnout genitoriale: uno stato di esaurimento fisico ed emotivo in cui il piacere della relazione rischia di scomparire, perché sostituito dall’adempimento di compiti e obiettivi.
Dal punto di vista clinico, questa dinamica potrebbe alterare profondamente i legami di attaccamento. Quando l’amore viene percepito come condizionato al risultato (scolastico, sportivo, sociale), il bambino può sviluppare un “falso sé” volto a compiacere le aspettative genitoriali, sacrificando la propria autenticità. Si assiste spesso a una triangolazione disfunzionale: il figlio diventa lo strumento attraverso cui il genitore cerca di colmare le proprie insicurezze o di riscattare i propri fallimenti passati.
Elian e Thalassa sono una coppia di professionisti stimati che hanno sempre investito tutto nella loro crescita personale. Quando è nato Liam, hanno applicato la stessa logica del successo alla sua educazione. A soli 6 anni, l’agenda di Liam era un incastro perfetto di corsi di mandarino, violino, nuoto agonistico e laboratori di coding. Ogni successo di Liam era per Thalassa un post su Instagram, una conferma del suo essere una “mamma straordinaria”. Per Elian, ogni medaglia era la prova di aver costruito un leader. Tuttavia, dietro la facciata dell’eccellenza, l’atmosfera domestica era tesa. Liam aveva iniziato a soffrire di tic nervosi e incubi notturni.
Una sera, mentre cercavano di fargli ripassare le battute per una recita teatrale, Liam scoppiò in un pianto inconsolabile, urlando: «Voglio solo stare seduto sul tappeto a non fare niente con voi!». In quel momento, il silenzio che seguì fu assordante. Elian e Thalassa si guardarono e compresero una verità dolorosa: conoscevano i successi del loro figlio, ma non conoscevano più lui. Avevano riempito ogni minuto di “attività costruttive”, dimenticando l’unica attività davvero vitale: la condivisione gratuita, il gioco senza scopo, la noia condivisa che permette alla mente di riposare e al cuore di connettersi.
Uscire dalla logica della performance richiede coraggio e un cambio di prospettiva radicale. Ma è possibile ricominciare facendo dei piccoli passi, come ad esempio:
1. Sostituite l’idea di essere genitori “perfetti” con quella di essere genitori “sufficientemente buoni” (Winnicott 1953).
2. Programmate momenti di totale assenza di impegni. La creatività e l’intimità nascono nel vuoto, non nell’agenda piena.
3. Ricordate che vostro figlio/a non è un vostro riflesso. I suoi fallimenti non sono i vostri, così come i suoi successi appartengono a lui, non al vostro valore come genitori.
4. Se sentite che l’ansia di sbagliare vi impedisce di godervi il rapporto con i vostri figli, un percorso di sostegno psicologico può aiutarvi a decodificare le origini della vostra pressione interna e a ricostruire una narrazione familiare più profonda e autentica.
Non abbiate paura di mostrare ai vostri figli che siete umani, fragili, stanchi o imperfetti. È proprio attraverso quelle crepe che può passare la luce della vera connessione. La genitorialità non è una gara, ma un cammino mano nella mano in cui la meta non è il podio, ma la reciproca fiducia. C’è sempre speranza di ricostruire un legame: basta fermarsi, spegnere le luci della ribalta e sedersi a terra, semplicemente per stare insieme nel presente.