Alla fine di una prima parte, già pubblicata, di questa intervista, il professor Lorenzo Kamel ha ricordato il realismo del famoso generale israeliano Moshe Dayan secondo il quale, «se vuoi fare la pace non parli con gli amici, bensì con i nemici».
Una prospettiva che appare sempre più necessaria ma ardua nel contesto israelo-palestinese che appare rimosso dalla vetta delle notizie nei suoi effetti tragici sulla popolazione di Gaza e dei Territori occupati dopo la tregua imposta da Trump e il suo progetto del Board of Peace al quale non aderiscono i Paesi europei eccetto l’Ungheria guidata da Orban. L’adesione come Paese osservatore da parte dell’Italia, annunciato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dovrà passare dal dibattito parlamentare in forza dei limiti posti dall’articolo 11 della Costituzione.
Lorenzo Kamel, è bene ricordare, è professore ordinario presso l’Università statale di Torino, dove è titolare di importanti cattedre di Storia, con notevole esperienza di studi a livello internazionale e autore di un recente testo Israele- Palestina in trentasei risposte, che si presta ad essere la base per qualsiasi serio confronto sul merito della complessa questione israelopalestinese.
Una domanda rimasta in sospeso, pensando anche a certe adesioni (ad esempio di Eau e Arabia Saudita) al Board of peace su Gaza, riguarda l’atteggiamento dei ceti dirigenti arabi verso la causa palestinese. L’eccidio perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023 è sembrato destinato, infatti, ai Paesi arabi attratti dai cosiddetti accordi di Abramo del 2020, conclusi senza prendere in considerazione il parere del popolo palestinese. Centrale in questo senso il ruolo della monarchia saudita strettamente legata agli Usa. Partiamo perciò da una domanda al professor Kamel su questo nodo irrisolto nello scenario mediorientale.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (al centro) siede tra il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan (a sinistra) e il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan (a destra) durante la cerimonia di firma dello statuto del “Board of Peace” a Davos gennaio 2026 EPA/GIAN EHRENZELLER
Le nazioni arabe non paiono affatto amiche dei palestinesi. Gli stessi conflitti perduti rovinosamente (dal 1948 al 1967) sono stati condotti in maniera incerta e contraddittoria: per quale ragione a suo parere?
I regimi arabi hanno al potere leader non rappresentativi e ricattabili – a cominciare dall’Egitto, passando per gli Emirati Arabi Uniti, l‘Arabia Saudita, ma anche l’Autorità Nazionale Palestinese e altri –, e sono ben consapevoli che la loro prosperità, se non sopravvivenza, passa dal piegarsi a ciò che viene richiesto loro.
Ciò premesso, da almeno una decade ci sono due principali “agende” regionali e internazionali che si stanno confrontando per il controllo di larga parte del Medio Oriente e delle sue risorse naturali.
La prima delle due, tendenzialmente intra-regionale, a dispetto dell’appoggio a fasi alterne offerto da Mosca, punta a mantenere e a rafforzare l’asse che unisce Teheran, Baghdad, Beirut e, fino a un recente passato, Damasco. La seconda mira invece ad imporre un nuovo ordine regionale in larga parte influenzato dagli Stati Uniti e dai suoi principali alleati nella regione: Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Israele.
È proprio questa seconda agenda quella che ha avuto il sopravvento, come confermato da numerose dinamiche registrate negli ultimi anni. Si pensi, ad esempio, alla repentina elevazione (giugno 2017 – Ndr) di Mohammed bin Salman alla posizione di principe ereditario della corona saudita: una decisione che Washington ha prima accettato e poi sostenuto ponendo la condizione che Riad perseguisse nella regione politiche in linea con gli interessi degli Stati Uniti e di Israele.
Altri esempi includono l’Accordo del secolo imposto unilateralmente (cosiddetto Accordo di Abramo del giugno 2020 – Ndr) dall’amministrazione Trump nel contesto israelo-palestinese e molto altro.
A fianco delle due agende regionali, sono ora presenti anche due blocchi nucleari. Il primo fa capo a Israele, il secondo è nato nel settembre del 2025 a seguito dell’alleanza tra il Pakistan e l’Arabia Saudita, che prevede la difesa reciproca in caso di attacco, richiamando l’Articolo 5 della NATO. È stato stipulato poche settimane dopo il bombardamento israeliano in Qatar, quando le autorità saudite hanno maturato la convinzione che l’“ombrello americano” nel Golfo Persico non offre più le ferree garanzie di un tempo.
Come si inserisce in tutto ciò la tragedia epocale che sta avvenendo in Sudan?
Anche ciò che sta avvenendo in Sudan va collocato nei quadri regionali appena delineati. La rivoluzione sudanese del dicembre 2018 e la successiva defenestrazione di al-Bashir avevano messo in discussione il progetto regionale degli Emirati Arabi Uniti: un partner strategico, in primis riguardo intelligence e vendita di armi, di Israele, degli Stati Uniti e di altri Paesi occidentali. Il nefasto ruolo di Abu Dhabi che trae profitto dall’oro commerciato dalle aree controllate dalle RSF e mira a dominare la sicurezza alimentare globale attraverso il pieno controllo dei porti del Mar Rosso, è una cicatrice che rimarrà nella storia del Sudan per i decenni a venire.
Accanto a tali scenari come si può contrastare l’eterno ritorno dell’antisemitismo?
Il blood libel, l’accusa antisemita secondo cui gli ebrei si servivano comunemente di sangue umano per impastare le azzime, ad esempio, è riconducibile al contesto della prima crociata (1096 – Ndr). Più precisamente, era contenuta nei resoconti scritti all’epoca da alcuni crociati. Su un piano più generale, l’antisemitismo, di cui il blood libel (l’accusa del sangue – ndr) è solo una delle tante espressioni, fu importato nel mondo islamico dall’Europa, e trovò terreno fertile solo diversi secoli più tardi. L’antisemitismo è ancora molto visibile in quasi tutte le società europee e deve essere denunciato e combattuto con fermezza, in primis attraverso l’istruzione. Lo stesso vale per l’antipalestinismo, che, al contrario dell’antisemitismo, viene troppo spesso normalizzato. Si può negare l’identità e la storia palestinese, ridimensionare le profonde cicatrici che sottendono quella storia, senza avere alcuna ripercussione. Di fatto l’antipalestinismo, radicato nella medesima viscerale ignoranza e nell’odio che sono alla base dell’antisemitismo, è sovente trattato come fosse una legittima opinione.

Alcuni palestinesi osservano gli escavatori dell’esercito israeliano demolire edifici durante un’operazione militare nel campo profughi di Nur Shams, vicino alla città di Tulkarem in Cisgiordania, il 31 dicembre 2025. EPA/ALAA BADARNEH
Come valuta le nuove proposte di legge in discussione di contrasto all’antisemitismo come quella del ddl Delrio?
Mi lasci prima di tutto far presente che il 99.99% delle critiche levatesi “libere nelle piazze di Israele”, per riprendere le parole scritte dal senatore Delrio per accompagnare le sue prese di posizione, non aveva nulla a che fare con i palestinesi, che peraltro non possono protestare senza incorrere in conseguenze. Il ddl Delrio è controproducente prima ancora che selettivo. Non risulta che il senatore Delrio abbia mai proposto iniziative simili in rapporto all’antipalestinianismo, all’islamofobia e tanto altro.
Alla luce della storia, come spiega le prese di posizione di molti partiti e leader dell’estrema destra a favore di Israele e contro l’antisemitismo?
Anni fa pubblicai un articolo accademico su Eurasian Studies intitolato Anti-Jewish Philosemitism: Exploitation of the history of the Jewish People in British Literature. In quell’analisi, focalizzata su una storia che si è sviluppata in molti secoli, emerge come il filosemitismo abbia sovente rappresentato l’altra faccia dell’antisemitismo. Molti partiti e leader, non solo ma soprattutto di destra, vedono Israele come un modello di Stato etnico e provano ostilità verso chiunque non lo percepisca in questi termini, anche, se non soprattutto, quando si tratta di ebrei. Secondo il saggista sudafricano William Shoki, molti estremisti di destra mostrano oggi “un’ammirazione condizionata per gli ebrei”, in altre parole questi ultimi vengono ammirati solo se svolgono ciò che questi estremisti percepiscono come una funzione civilizzazionale. Chi non rientra in tale categoria, viene vilipeso e discriminato, come sovente è accaduto nella storia. Una decade fa Uri Avnery (leader pacifista israeliano, ndr) scrisse che «questo genere estremo di filosemitismo non è altro che un antisemitismo mascherato».
Sovente si parla di una tradizione giudaico-cristiana. È un’espressione corretta a suo parere?
Per rispondere mi permetta di citare le parole della rabbina statunitense Danya Ruttenberg, la quale ha sottolineato che l’espressione “giudaico-cristiana” 1) è islamofobica, giacché contrappone gli ebrei e i cristiani ai musulmani; 2) elude l’oppressione e i crimini perpetrati per piú di mille anni dai cristiani nei confronti degli ebrei; 3) non tiene conto della civiltà ebraica nel mondo e dei suoi principali sviluppi in Medio Oriente e in Africa settentrionale. È un’espressione dannosa prima ancora che fuorviante, ma parla alla pancia, e dunque agli istinti delle persone. Per questo viene sovente utilizzata da alcuni politici, con un certo successo.
Alcuni sostengono che viene posta troppa attenzione sulla condizione vissuta dai palestinesi, che possono comunque contare su alcune tutele garantite dalla democrazia israeliana. Cosa ne pensa?
Gaza è un eccellente metro per misurare le persone. Stando al nuovo The ACLED Conflict Index, «praticamente ogni persona in Palestina è stata esposta alla violenza, rendendo quello nel Paese il conflitto più pericoloso al mondo per i civili». L’Unicef ha documentato che sono stati uccisi o mutilati 64.000 bambini palestinesi, inclusi almeno 1000 neonati: molti altri sono morti a causa di malattie prevenibili o sepolti sotto le macerie. È stato ucciso un bambino palestinese ogni ora nei 24 mesi che abbiamo alle spalle. Ci sarebbe molto da aggiungere, ma credo bastino queste poche cifre e considerazioni.

Le salme di palestinesi non identificati, restituite da Israele, vengono deposte in una fossa comune a Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza centrale, il 22 ottobre 2025, nell’ambito del cessate il fuoco tra Israele e Hamas entrato in vigore il 10 ottobre. (Ph. Ansa)
Un’ultima domanda sul Sudafrica, di cui si è parlato molto in questi ultimi anni in rapporto al Medioriente. Qual è il ruolo di questo Paese?
Durante l’apartheid il Sudafrica era una democrazia, ma solo per i bianchi. Lo stesso vale per gli Stati Uniti durante il periodo della segregazione razziale. Giova ricordare che negli anni Ottanta molti sostenevano che i neri stessero meglio nel Sudafrica dell’apartheid rispetto a qualsiasi altro Paese africano. Sostenevano anche – e abbiamo numerosi giornali dell’epoca a ricordarcelo – che accadono così tante cose orribili nel mondo, “perché prendersela con il Sudafrica?”.
Va altresì chiarito che nessun parallelismo è accurato al 100%, e non è necessario che lo sia. Ciò che appare certo è che criminalizzare le proteste per l’oppressione strutturale subita, da decenni, da milioni di palestinesi, devia l’arco della storia da un’idea compiuta di giustizia umana.
Mi lasci concludere ricordando che 98 anni fa, la comunità ebraica americana boicottò Henry Ford e il suo Dearborn Independent a causa dell’antisemitismo che promuoveva. Da Gandhi al Sudafrica dell’apartheid, dall’American Jewish Committee a centinaia di altre figure e organizzazioni: dire “non boicotto niente e nessuno” non è sempre di per sé motivo di orgoglio.
Qui la prima parte dell’intervista
