Saranno Piero Calamandrei, Martin Luther King, Vivian Silver, Reem Al-Hajajreh e Aleksandra Skochilenko le figure che verranno onorate dal 2026 al Giardino dei Giusti dell’Umanità, al parco del Monte Stella di Milano. La cerimonia si svolgerà l’11 marzo prossimo, su proposta di Fondazione Gariwo, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e Comune di Milano. Nel Giardino del capoluogo lombardo, che si ispira allo Yad Vashem di Gerusalemme, ci sono ormai quasi 100 cippi e alberi che onorano i nomi di donne e uomini di tutto il mondo che si sono adoperati, o che si stanno adoperando, per aiutare le vittime di genocidi, persecuzioni e regimi totalitari. Il Giardino dei Giusti dell’Umanità di Milano, ha dedicato, a marzo 2024, un cippo anche a Narges Mohammadi, che aveva ricevuto il Nobel per la Pace pochi mesi prima. In quel periodo, Mondadori ha pubblicato un libro dell’attivista iraniana per i Diritti Umani dal titolo emblematico: Più ci rinchiudono, più diventiamo forti.
Narges non era presente a Oslo, alla consegna del Nobel, perché dal 2021 era rinchiusa nel famigerato carcere di Evin a Teheran. Avevano ritirato il prestigioso premio il marito, Taghi Rahmani, e i due figli gemelli della coppia, all’epoca 17enni, Ali e Kiana. I Rahmani, padre e figli, vivono in Francia, in esilio: il padre dal 2012 (dopo 14 anni di carcere), e i figli che sono riusciti a raggiungerlo nel 2015, quando avevano 8 anni. Non vedono Narges da allora.
Mohammadi (nata nel 1972), ingegnere di formazione, è autrice, giornalista, portavoce e vicedirettrice del Centro per i Difensori dei Diritti Umani (Dhrc) in Iran. È “colpevole” di aver fondato e gestito un movimento che si batte per i diritti umani di tutti, per l’abolizione della pena di morte, contro la corruzione e contro l’oppressione delle donne in Iran.
A partire dal 1998, Narges Mohammadi entra ed esce dal carcere, alternando lunghi periodi di detenzione a intervalli di arresti domiciliari. Infatti a dicembre 2024 era stata scarcerata per motivi di salute piuttosto seri (diversi infarti cardiaci, e non solo), ma il 12 dicembre scorso è stata di nuovo arrestata a Mashhad, insieme ad altri attivisti, durante una cerimonia commemorativa in onore di Khosrow Alikordi, avvocato di numerosi arrestati per proteste, trovato morto nel suo studio per un “attacco cardiaco”, secondo la versione della polizia.
Dal 12 dicembre 2025, dunque, Narges si trova in isolamento in un carcere gestito dai Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione islamica. Il 2 febbraio scorso ha iniziato uno sciopero della fame, durato una settimana, per protestare contro la sua detenzione illegale, le condizioni di detenzione e il divieto di avere contatti con la sua famiglia e i suoi avvocati. Il 7 febbraio è stata condotta alla Prima Sezione del Tribunale Rivoluzionario di Mashhad, dove ha rifiutato di difendersi ed è stata immediatamente condannata a 6 anni di carcere per «associazione a delinquere e collusione per commettere altri reati contro la sicurezza nazionale». Ha subito anche un’altra condanna a 18 mesi di reclusione per “attività di propaganda”. Anche due anni di confino e altri due di divieto di viaggio all’estero.
Il marito ha così commentato questi fatti: «[Narges] considera questi procedimenti una mera farsa con un finale prestabilito. La sua posizione è sempre stata chiara: “Non parteciperò a un processo farsa”. Sebbene sia stata probabilmente costretta a presenziare, è rimasta in silenzio: non ha pronunciato una sola parola, né ha firmato un solo documento. Si è rifiutata di recitare nella loro messa in scena, lasciando che firmassero il loro verdetto prima di essere riportata indietro».
Con queste sentenze, Narges, arrestata 13 volte, è stata condannata (5 volte) a 30 anni di carcere e ad oltre 150 frustate, a sanzioni amministrative e limitazioni dei diritti politici per “propaganda contro lo Stato” e “azioni contro la sicurezza nazionale”.
In una intervista Adnkronos di fine gennaio 2026, Taghi Rahmani si dice “molto preoccupato” per questa condanna a sette anni e mezzo di carcere della moglie. E non solo “per le sue condizioni di salute”, per le quali l’attivista era ai domiciliari da un anno, ma anche perché «in caso di un attacco militare americano la repressione del regime sarà ancora più brutale e lei sarà in carcere» mentre questo avviene.
Oltre al Nobel per la Pace, Narges Mohammadi ha ricevuto, sempre nel 2023, anche il Premio Mondiale per la Libertà di Stampa Unesco/Guillermo Cano e il Premio Pen/Barbey per la Libertà di Scrivere. Nel 2022 aveva ricevuto il Premio Reporter Senza Frontiere per il Coraggio.
Narges Mohammadi è la seconda donna iraniana ad ottenere il premio Nobel per la Pace, dopo Shirin Ebadi (2003), che lo ha ricevuto per l’impegno nella promozione della democrazia e dei diritti umani.
