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Cultura > I lettori ci scrivono

Come organizzare un convegno

di Jonathan Michelon

Come scegliere l’oratore? Come tenere conto delle caratteristiche degli ascoltatori?

Operation Cicero [Operazione Cicerone] è il titolo di un racconto di spionaggio della seconda guerra mondiale, pubblicato negli anni ’50, che riscosse un inaspettato successo. Ovvio che la traduzione nella lingua di Shakespeare è del tutto superflua, ma è d’obbligo. Ma l’Operazione Cicerone è quella che molte organizzazioni pongono in essere per reclutare un oratore per i loro incontri o convegni.

Si fa di tutto per averli, dal muoversi attraverso conoscenze, all’offrire un cachet più alto, oppure, in casi estremi, a fissare un luogo che piaccia prima di tutto all’oratore e poi, forse, al pubblico.

Pian piano, il focus dell’operato di questi gruppi – anche cattolici – si sposta più sul prestigio del nome dell’oratore che sulle esigenze e sulle capacità di chi l’ascolta. Senza dubbio, il nome altisonante, spesso legato a bravura e preparazione, richiama attenzione mediatica, visibilità e prestigio e magari aiuta anche il market positioning o lo status di tali organizzazioni.

L’enfasi e l’attenzione, risorse comprese, si focalizzano sugli oratori e non sul pubblico, su chi comunica e non su chi ascolta. Spesso l’oratore è preparato, ispira con una consumata sagacia, incoraggiato ed applaudito da tutti, però poi, il suo impatto lascia il tempo che trova.

Però, se si spostasse l’attenzione totalmente sul pubblico, su chi ascolta, si potrebbe correre il rischio opposto, cioè di avere un pubblico coccolato magari con pranzi luculliani organizzati per l’evento e stuzzicato da oratori che gli dicono ciò che vogliono sentire.

Quando si dà troppa importanza all’emittente, cioè a chi invia il messaggio, o al ricevente, cioè a chi lo riceve ed interpreta, si corre il rischio di non essere efficaci.

Qualche organizzazione punta sullo sviluppo della relazione tra oratore o gruppo di oratori e pubblico, creando occasioni di incontro prima dell’evento in cui il contenuto viene visto insieme, nell’ambito delle rispettive competenze e bisogni. O, addirittura, questa interpolazione dialettica avviene durante lo svolgimento dell’evento, rendendo tutti attivi e partecipi nel processo di comunicazione.

Nella mia esperienza personale di oratore – ebbene sì, anch’io sono un Cicerone – avvengono  a volte questi interventi, che però sono preparati e vissuti insieme, tra emittenti e riceventi, nati dal dialogo, dal confronto sincero e dalla comunione di talenti, e che hanno in sé una grande efficacia per l’organizzazione, anche se forse sono un po’ meno appariscenti, fanno sentire tutti protagonisti.

Non ci sono più le categorie di uditori e tributi, di pubblico e conferenziere, ma c’è un unico messaggio creato da tutti per tutti, l’accento si sposta sul contenuto più che sul chi da e chi lo riceve.

Il dialogo tra sender o senders e receivers genera sempre l’inaspettato, l’inatteso che, in sé, a volte contiene la forza del cambiamento, lasciando il grande impatto del messaggio co-generato assieme.

Ha ancora senso, allora, parlare di Operation Cicero? Sì, ma solo come una spy story.

 

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