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In profondità > Giornata Mondiale del Malato

La malattia, testimonianza d’amore

di Michele Genisio

- Fonte: Città Nuova

L’11 febbraio si celebra la Giornata mondiale del malato. La malattia resta una presenza inevitabile, ma può diventare occasione di crescita, solidarietà e comprensione profonda di sé e degli altri. Tra esperienze spirituali, storia della medicina e testimonianze, emerge il valore della cura e della compassione, sottolineato anche nel messaggio di papa Leone

Incontro di papa Leone con i giovani della diocesi di Roma, Città del Vaticano, 10 gennaio 2026. ANSA/VATICAN MEDIA

La malattia, per chi crede nella vita futura, ha le ore contate e non avrà più ragione di essere. Nelle pagine dell’Apocalisse è scritto che nell’eternità non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno. Questa verità, cablata nelle zone più inaccessibili della nostra psiche, ci fa apparire la malattia come una estranea che non avrebbe alcun diritto di cittadinanza tra noi. Sentiamo che siamo fatti per la vita, la bellezza, la gioia, la pienezza, la salute, l’amore. Ma la realtà è che, nonostante questo, la malattia è ben radicata tra di noi. Perché il nostro corpo è sì una macchina meravigliosa, ma non è una macchina perfetta.

Chi si rifà ad un credo religioso sostiene che tutta la natura, pur nel suo sorprendente splendore, è segnata dal male; chi segue un filone più laico afferma che essa è imperfetta. Il nostro corpo vive un equilibrio delicato: virus, batteri, parassiti si evolvono continuamente e cercano di sopravvivere, proprio come facciamo noi; le cellule quando si prodigano in mutazioni genetiche a volte commettono errori, come capita a tutti noi; il sistema immunitario è potentissimo, ma non è infallibile; l’invecchiamento, a meno di pochi fortunati, rende i meccanismi di riparazione meno efficaci. Alcune malattie capitano tra capo e collo e spesso neppure i medici sanno cosa le provoca. Altre provengono da condizioni traumatiche per guerre, malnutrizioni, incidenti; altre per fattori ambientali, stili di vita e diete malsane, abusi di sostanze nocive.

Altre vengono dal nostro interno, dalla nostra psiche. È come se dentro di noi − per usare un paradosso fantasioso − avessimo bestie feroci che in uno stato di omeostasi se ne stanno chiuse dentro un recinto e non fanno alcun male. Il lavoro di tutti noi è di farsele amiche queste bestie, e integrarle nella nostra personalità. Ma se non si riesce, e se l’equilibrio viene turbato, allora il cancello si apre e le bestie escono fuori e fanno danni, provocando malattie. Che una volta scatenate seguono la loro agenda, non più controllabile dalla mente ma solo farmacologicamente, chirurgicamente o con altri espedienti terapeutici. In natura non esiste quindi la perfezione a cui agogna l’anima. Esiste solo l’adattamento: per l’evoluzione della specie basta funzionare “abbastanza bene” per sopravvivere e riprodursi. Cercare il motivo filosofico o teologico per cui esiste la malattia e la sofferenza non vale la pena: per quanto si siano arrovellata la mente fior di pensatori non sono venuti a capo di un granché.

Alcune tradizioni religiose vedono la malattia come una prova, da cui si può uscire diventando persone migliori. Presso alcune tribù pellerossa esiste l’usanza di cambiare nome a chi ha superato una malattia, per significare che è diventato una persona nuova. E solo a chi ha superato malattie vengono assegnati compiti di governo della tribù. La malattia per fortuna non tocca tutti, ma rimane un fatto ineluttabile che, oltre a ricordarci che siamo vulnerabili, ci fa presente che siamo interdipendenti. Per questo nei secoli si è sviluppata la medicina, sono nati gli ospedali, si sono organizzate modalità per prendersi cura di chi è malato. Per alcuni la malattia è solo una cosa odiosa, che non ti migliora, e ti fa scoprire una grande solitudine. Altri attraverso la sofferenza e il dolore fanno profonde esperienze spirituali e di conoscenza di se stessi, riuscendo a guardare la vita da angolature che prima erano  immaginabili.

Il pianista Giovanni Allevi, che ha passato momenti difficili per il mieloma multiplo che lo ha colpito, scrive: «Nel buio di un dolore / ho sentito la luce / della bellezza / e il suo amore…Del dolore e le sofferenze / andatene fieri / è il posto più vicino a Dio / per sempre vostro». Isaac Singer scrive: «la creatività nasce dalla sofferenza». Il dolore e la sofferenza portano infatti a contatto diretto con il nucleo oscuro del mondo, quella luce nera che è il mistero del male. L’autore greco Eschilo, nella tragedia Agamennone, ribadiva questo concetto con una frase poderosa: «la saggezza si conquista con il dolore». Spesso la malattia genera tensioni all’interno delle famiglie perché, se è dura per il malato, spesso mette a dura prova anche chi lo assiste. Assistere richiede forza, solidità mentale. Ma chi accudisce, oltre ad avere la coscienza di compiere un’azione sacra, dovrebbe aver stampato in mente l’avvertimento del saggio Hillel, vissuto ai tempi di Gesù: «Non giudicare il tuo prossimo finché non ti sarai trovato al suo posto».

Anche se il tuo prossimo è malato. Chi non è portato a questo tipo di presenza è bene che se ne stia alla larga. Maimonide, medico e filosofo medioevale ebreo, scriveva nella Preghiera del medico: «Fa’ che i miei pazienti abbiano fiducia sia in me che nella mia arte, e seguano le mie istruzioni e i miei consigli. Allontana da loro tutti i ciarlatani, la moltitudine di parenti premurosi e saccenti, tutta gente crudele che rende inutili con la sua arroganza gli intenti più assennati della nostra arte e spesso porta le Tue creature alla morte». La storia della medicina è lunga. Per i Greci la salute consisteva nell’armonia con la natura, e la malattia era vista come una rottura dell’equilibrio. Il medico non combatteva la malattia, ma aiutava la natura a compiere l’opera di guarigione. Nel medioevo la cura del malato, pur facendo grandi passi in avanti, a volte assumeva tratti simpaticamente fantasiosi.

Tra i fisiologi medioevali appare la figura del caradrio, un leggendario uccello magico, bianco, che si posava sul letto del malato: se non lo guardava negli occhi e voltava la testa significava che ahimè era spacciato; ma se lo guardava negli occhi, assorbiva i suoi malanni, volava verso il sole, li bruciava, e la guarigione avveniva istantaneamente. Oggi la sanità, per fortuna, ha fatto progressi giganteschi e la ricerca continua a farne. Ma ugualmente, la malattia rimane ben salda fra di noi. Ospedali, cliniche, RSA, ambulatori, sono pieni di gente malata; e tanti sono quelli confinati nella loro stanza a casa.

Per la XXXIV Giornata mondiale del malato papa Leone XVI ha proposto la riflessione La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro. Parlando della sua esperienza in Perù scrive che la cura del malato si esplica «in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale. In questo modo, non solo ho fatto riferimento alla cura dei malati come a una parte importante della missione della Chiesa, ma come a un’autentica azione ecclesiale». Il papa ricorda il vescovo nordafricano del III secolo San Cipriano che scriveva riguardo a una violenta epidemia di peste: «Questa epidemia, questa peste, che sembra orribile e funesta, mette alla prova la giustizia di ognuno, ed esamina i sentimenti del genere umano: se i sani servano i malati, se i parenti amino con rispetto i loro congiunti, se i padroni abbiano compassione dei servi che stanno male, se i medici non abbandonino i malati che chiedono aiuto».

La malattia diventa così una possibilità per testimoniare l’amore fra la comunità cristiana. Che si prodiga ad aiutare, ma guarda sempre oltre il dolore, oltre la morte, alla gioia della vita piena. Nella convinzione che un giorno si vivrà colà dove gioir s’insempra. Come scriveva Dante.

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