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Mondo > Società

Riforma dell’ONU, difficile ma necessaria

di Matteo Gianni

- Fonte: Città Nuova

Un multilateralismo parziale e con molti limiti si riflette principalmente sul Consiglio di Sicurezza e nel principio “un Paese, un voto”. Criticità emergono anche nel vasto fronte del G77 e nel gruppo Uniting for Consensus. Vediamo da vicino perché urge un cambiamento

Un momento del dibattito generale dell’80a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite presso la sede delle Nazioni Unite a New York, USA, 25 settembre 2025. Ansa EPA/LEV RADIN

La recente settimana di lavoro di 100 giovani leader politici a Roma organizzata da Movimento Politico per l’Unità e New Humanity, in collaborazione con la Pontificia Commissione per l’America Latina ha portato a chi come me ha avuto la fortuna di parteciparvi anche solo per poche ore una ventata di freschezza, e di desiderio di collaborare all’idea che dava il titolo al convegno “One Humanity, One Planet”.

Nell’attuale contesto internazionale la risoluzione dei conflitti pare demandata, nella narrazione mediatica, ad un braccio di ferro tra bulli, in concreto a trattative bi o trilaterali. È vero che producono anche qualche effetto, ma oggettivamente impoveriscono quel desiderio di un tavolo comune per le decisioni che riguardano il pianeta che era emerso alla fine della Seconda guerra mondiale col cosiddetto multilateralismo: ONU, Organizzazione mondiale per il commercio, conferenze sul clima.

Un multilateralismo parziale e con molti limiti, tant’è che per l’ONU da 30 anni si parla di riforme in molti settori. Principalmente per il meccanismo del Consiglio di Sicurezza con i 5 membri permanenti e con diritto di veto: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito, che rispecchia ancora gli equilibri del 1945, ed anche per l’Assemblea dove vige il principio “un Paese, un voto” che, attribuendo lo stesso peso a San Marino e agli Stati Uniti, rimane secondo me nell’ambito delle belle idee con scarsissima possibilità di applicazione pratica.

Vediamo a che punto siamo oggi. Anzitutto le proposte formali di riforma della governance sono al momento concentrate principalmente sul Consiglio di Sicurezza, per il quale è stato costituito un Forum ufficiale dell’Assemblea (IGN-Intergovernative Negotiations). Qua si confrontano almeno tre grandi schieramenti. Il primo è il G4: Germania, Giappone, India e Brasile che chiedono nella sostanza di entrare come nuovi membri permanenti – eventualmente senza diritto di veto – per riflettere il peso politico, economico e demografico del mondo contemporaneo. A questa posizione si affiancano molti Paesi africani, che attraverso il Consenso di Ezulwini rivendicano almeno due seggi permanenti per l’Africa, oggi l’unico continente assieme all’Oceania privo di rappresentanza stabile.

Su una linea opposta si colloca il gruppo Uniting for Consensus, guidato dall’Italia insieme a Paesi come Pakistan, Messico e Corea del Sud. Questo blocco rifiuta la creazione di nuovi membri permanenti, ritenuta foriera di nuove disuguaglianze, e propone invece un aumento dei seggi non permanenti, che attualmente sono 10 con mandato biennale, o soluzioni intermedie, con mandati più lunghi ma sempre a rotazione.

Accanto a questo confronto, si muove il vasto fronte del G77, il Gruppo dei 77, che riunisce oggi oltre 130 Paesi in via di sviluppo di Africa, Asia e America Latina. Nato negli anni ’60 per coordinare le posizioni economiche del Sud globale, il G77 difende con forza il principio di uguaglianza sovrana degli Stati e guarda con sospetto a riforme che possano introdurre gerarchie formali, come nuovi seggi permanenti o sistemi di voto ponderato. Pur sostenendo una maggiore rappresentatività geografica, il gruppo privilegia il rafforzamento dell’Assemblea Generale, dove vige il principio “un Paese, un voto”.

Il fatto di demandare all’Assemblea alcune decisioni in caso di blocco del Consiglio di Sicurezza per i veti è stato storicamente applicato ad esempio in “Uniting for Peace”, una risoluzione che consente all’Assemblea di intervenire immediatamente per raccomandare azioni collettive, comprese misure economiche o militari, adottata nel 1950 per la guerra di Corea.

Vi sono anche ipotesi, per ora confinate in ambito accademico e non formalizzate, di introdurre un voto ponderato, basato su popolazione o contributi finanziari o importanza economica di un Paese, tra i proponenti l’International Law Association ed esperti come José Alvarez e Joseph E. Schwartzberg.

Aggiungo come considerazione personale che anche l’aspetto della governance di uno Stato dovrebbe avere un peso. Non diciamo la democrazia intesa in senso occidentale, ma almeno la contendibilità del potere in uno Stato dovrebbe essere rilevante: l’idea di libertà e uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, cioè di uno Stato di diritto, in qualche modo dovrebbe essere elemento di valutazione per riconoscere questi strumenti di progresso ormai consolidati.

Negli ultimi anni è emerso infine un approccio più pragmatico, incarnato da iniziative come UN80, promossa dal segretario generale in vista dell’80° anniversario dell’ONU lo scorso anno. Qui l’obiettivo non è redistribuire formalmente il potere, ma rendere l’organizzazione più efficiente e coerente: revisione dei mandati, razionalizzazione delle agenzie, rafforzamento del coordinamento interno. Una riforma “di sistema” che molti Stati considerano l’unica realisticamente perseguibile nel breve periodo.

Relativamente ai vari organismi dell’ONU, l’idea che decisioni fondamentali sul clima, sul controllo delle nascite, sulla salute vengano presi da un manipolo di pochi esperti, pur in buona fede, è a mio avviso pericolosa e a rischio di manipolazione ideologica: meglio una pluralità di centri decisionali indipendenti.

Il lavoro da fare è molto, ma la freschezza di questi giovani incontrata a Roma va portata in qualche modo in questi organismi che sanno di stantio, di elefantismo burocratico, di decisioni bloccate da veti incrociati. Auspico quindi che la società civile mondiale riporti al centro il tema delle Istituzioni multilaterali e che queste vengano riformate riacquistando autorevolezza, credibilità ed efficienza.

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