La violenza è fra noi. Nel 2016 uno studente diciannovenne uccide Gloria Rosboch, una professoressa che aveva sedotto e truffato. Nicolangelo Gelormini porta sullo schermo questa storia di cronaca nera ridandole tutta l’attualità. La prof di francese nel film si chiama Gioia − un nome che dovrebbe essere un augurio − ha 49 anni, è sola, vive con i suoi, veste male, riserva il suo affetto ai conigli, di fatto non esce di casa, non ha amicizie. Lui, Alexis, è bello come un angelo del male, vende il proprio corpo con la complicità della madre e dell’amico di lei: la scuola non gli interessa, ama i soldi e sé stesso.
Gioia non ha mai conosciuto l’amore, lui invece sì, ma un amore malato e corrotto che lo spinge con un fascino perverso a sgombrare le difese della prof, a darle l’impressione di amarla davvero e di costruire un futuro con lei. Forse in alcuni momenti è sincero. In fondo è un giovane solo, senza legami veri, forse desidererebbe qualcosa di autentico, ma è condizionato da qualcosa di mortifero che gli cova dentro. Lei invece si abbandona, è la sua prima volta, ci crede e il rapporto avrà, quasi necessariamente, un epilogo drammatico.
Entrambi in realtà sono persone bisognose di un po’ di luce. Che brilla a tratti, almeno come speranza per lei e forse per lui, all’inizio del rapporto, ma poi cede, in lui, al male con le sue conseguenze violente. Del resto, il ragazzo è figlio di una madre amorale e di un ambiente malsano.

Foto di scena del film “La Gioia”. Fotografia: Gianluca Rocco Palma.
Il film è denso, con pochi sprazzi luminosi, non cede al voyeurismo sensuale e violento più di tanto ed alza il tono del dramma in dialoghi rapidi e “feroci” dove le parole cedono il passo alla violenza e svuotano ogni possibile speranza nella povera donna e nel giovane vittima di sé stesso. Le persone prese dal male, cioè Alexis (uno straordinario Saul Nanni), la madre (Jasmine Trinca, perfetta) e il suo amante (Francesco Colella) attorniano Gioia, che è Valeria Golino. La sua è un’interpretazione eccellente fatta di sguardi, di corpo, di mimica, di passo, volutamente imbruttita e dimessa, dolce bambina solitaria e donna tradita e delusa.
In questo thriller dell’anima il regista si muove con destrezza, conducendoci man mano in un crescendo drammatico attraverso luci e paesaggi freddi e ghiacciati, simboli di una redenzione che per il ragazzo e il suo ambiente sembra del tutto lontana. Rimane la commozione per la fragile donna che ha creduto per una volta all’amore possibile, purtroppo svanito in fretta.

Foto di scena del film “L’infiltrata”. Credit: Ufficio Stampa Movies Inspired.
In sala c’è anche L’Infiltrata, storia di una poliziotta sotto copertura che si inserisce per 8 anni dentro l’organizzazione terroristica basca Eta, senza venire mai scoperta. La bravissima attrice Carolina Yuste dà corpo e anima − occhi soprattutto – alla storia di Aranzazu Berradre Marin, unica poliziotta intrufolata all’Eta. Diretto da Arantxa Echevarrìa, il thriller spagnolo, vincitore di premi e con ben 13 candidature ai premi Goya, tiene col fiato sospeso sino alla fine, com’è del genere, ma qui sorretto da una regia dinamica, sospesa, fissata su dialoghi asciutti, corpi, sguardi, luoghi chiusi, una luce fredda, un ritmo sostenuto, la violenza nell’aria.
Anche perché dopo lo scioglimento dell’Eta non tutti i membri lo accettano e continuano a cospirare, finendo in carcere. Uno di loro, il giovane che quasi s’era innamorato della poliziotta, ora scrive libri per bambini. Il film è un omaggio al coraggio di questa donna che ostinatamente crede al suo compito, è pronta a sparire nel nulla, ma risulta vincitrice sulla violenza con la sua determinazione. Da non perdere.