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Interviste > Modelli educativi

Università aperta al territorio

di Giulio Meazzini

Giulio Meazzini, autore di Città Nuova

Intervista a Silvia Cataldi su un’esperienza di condivisione e solidarietà tra docenti, studenti e società intorno (da Città Nuova n. 2/23026)

Silvia Cataldi è docente di Sociologia all’Università La Sapienza di Roma. In questi ultimi anni ha cambiato il suo modo di insegnare.

Come è successo?
Penso che non potrò più tornare indietro. Da qualche anno ho cominciato con gli studenti una relazione educativa differente, di tipo anche affettivo. Prima avevo paura di perdere la mia autorevolezza, invece si sono aperti grandi spazi di fiducia reciproca, ogni anno con classi nuove fino a 200 studenti. Eppure questo modo di fare didattica funziona. Rompo gli schemi fin dall’inizio, non salgo in cattedra, prendo un microfono e giro per la classe durante la lezione che cerco di impostare in modo interattivo. All’intervallo esco e chiacchiero con i ragazzi.

Lei esce anche con loro dall’università…
Un paio di anni fa, davanti all’università si era riempito di persone senza fissa dimora che dormivano lì. Ho proposto agli studenti di non far finta che fossero invisibili, come stavamo facendo, ma invece ogni giovedì andare da loro e parlarci con la scusa di offrire un panino. Abbiamo iniziato a uscire, insieme, alla fine delle lezioni, facevando il giro delle persone senza dimora. Poi abbiamo incontrato un ragazzo con un pallone, che aveva il sogno di giocare. Da lì in poi abbiamo cominciato a organizzare partite di calcio nel campetto della parrocchia vicina.
A volte c’erano 50 dei miei studenti, a volte 20, ogni volta variabile. L’anno scorso siamo andati dai ragazzi dell’Istituto penale minorile, insieme all’associazione Vela solidale. All’isola d’Elba siamo andati insieme a Exodus, una comunità per recupero delle dipendenze. Chiaramente questi sono spazi in cui ci si racconta, si entra in contatto profondo gli uni con gli altri. In questi giorni insieme ai ragazzi sto facendo l’esperienza con gli studenti e i professori che siamo riusciti a far arrivare da Gaza. Sono arrivati senza niente, abbiamo dovuto procurare loro tutto, dai vestiti fino alla parte didattica.

Un’università aperta?
Diciamo un tipo di università aperta al territorio. Di solito settorializziamo: la didattica da una parte, la ricerca da un’altra, e in un altro settore, che chiamiamo terza missione, mettiamo i rapporti con il territorio e le comunità. Invece queste tre aree non devono essere separate, perché sono in circolarità l’una con l’altra. Questo l’ho scoperto vivendolo: puoi fare didattica innovativa nel momento in cui questa è capace di trasformare il territorio e la relazione educativa.

Siete stati recentemente a Medellin, in Colombia…
La sociologia a livello internazionale scopre sempre più l’importanza della coesione sociale dal punto di vista delle relazioni, della solidarietà. In Europa in questo momento si studia di meno la sociologia rispetto ad altri Paesi come per esempio l’America Latina. Per questo abbiamo fatto una Spring School insieme a studenti e docenti dell’Università Pontificia Bolivariana e tantissime associazioni di quartiere, tra cui forse la più interessante è quella degli ex combattenti. Il tema era la città e le trasformazioni sociali. La mattina andavamo all’università, e il pomeriggio nelle comunità a vedere i processi di trasformazione sociale. Medellin in Colombia è una città in cui c’è stata la guerra fino a poco tempo fa, la guerra civile col più alto numero di desaparecidos di tutta l’America Latina, con grandissime e numerose tombe comuni.
Anche lì c’è un’università che lavora e si mette in relazione col territorio, non solo per insegnare, ma anche per apprendere, come uno degli attori del processo in corso per la rinascita di questa città.

Possiamo dire che sta rischiando di togliere i muri divisori tra la sua vita personale e quella professionale?
Normalmente noi separiamo le nostre sfere di vita, spirituale, professionale e familiare. Se invece le mettiamo in gioco tutte insieme, allora c’è una vera possibilità di trasformazione e autotrasformazione, perché prima di tutto forse sto cambiando io stessa.

Come sono i giovani di oggi?
Sono appassionati. Basta guardare quelli che erano in strada in questi mesi per Gaza. I professori venuti da Gaza alla nostra università hanno visto le bandiere, questi giovani appassionati per una causa che non è la loro direttamente, ma che si sentono interdipendenti. I professori sono rimasti colpiti e hanno detto: voi avrete una nuova classe politica e una nuova generazione in futuro. Potete essere contenti perché avete dei giovani che sono consapevoli che il mondo è interdipendente.
Sono molto ottimista, perché i giovani sono più sensibili e magari anche più fragili di come eravamo noi. Però questa sensibilità dà loro la possibilità di aprirsi all’interdipendenza.

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