Sabato 31 gennaio 2026 un gruppo di persone incappucciate si è scontrato violentemente con le forze di polizia accorse a Torino per presidiare un corteo indetto per protestare contro lo sgombero del centro sociale autogestito Askatasuna (che in lingua basca significa Libertà).
Le immagini trasmesse in prima serata alla tv e sui social si sono concentrate sull’aggressione subita dall’agente di polizia Alessandro Calista che è stato accerchiato e aggredito, dopo essere caduto a terra e aver perso il casco, a calci, pugni e martellate. Altri appartenenti delle forze dell’ordine hanno riportato ferite negli scontri così come sono emerse notizie e testimonianze di violenze subite dai manifestanti pacifici da parte della polizia.
Sembra di essere tornati alla triste vicenda del G8 del luglio 2001 con la costante di gruppi organizzati che, seppure individuabili, riescono ad agire indisturbati spostando l’attenzione dal contenuto delle istanze delle manifestazioni pacifiche alle violenze e devastazioni che mettono in crisi la convivenza democratica. L’involuzione repressiva dei movimenti di protesta ha condotto a Genova a quella che è stata definita finora la più grande sospensione dei diritti garantiti dalla Costituzione della storia della Repubblica.
Nel caso di Torino sembrava che si fosse arrivati ad un accordo tra le realtà operanti nel centro sociale e l’amministrazione comunale della città per una gestione a fini sociali dell’immobile occupato dal 1996. Ma la situazione è scappata di mano dopo l’attacco sferrato da alcuni antagonisti il 29 novembre 2025 contro la sede della redazione de La Stampa. Un fatto paradossale perché il quotidiano diretto da Andrea Malaguti è un prodotto di alta qualità che riesce a dare spazio anche a voci al di fuori del mainstream ed è invece insidiato dall’imminente cessione della proprietà da parte degli eredi Agnelli.
Le indagini della polizia sugli atti di vandalismo a La Stampa e altri episodi hanno portato il 18 dicembre 2025 ad un’ispezione nei locali del palazzo occupato che doveva essere lasciato vuoto secondo gli accordi transitori con il comune. Ciò ha costituito il motivo per ordinare lo sgombero del centro sociale e l’interruzione del percorso di legalizzazione e riconoscimento di bene comune.
Il 17 gennaio 2026 il campus universitario Einaudi di Torino ha ospitato una grande assemblea che ha visto la partecipazione di numerose organizzazioni e movimenti provenienti da diverse parti dell’Italia che hanno indetto la manifestazione del 31 gennaio individuando nell’attuale governo nazionale la spinta repressiva nei confronti dell’opposizione sociale e ambientale. Askatasuna è il simbolo del mondo NoTav che ha forti radici in Val di Susa.
La procuratrice generale del Piemonte e Valle d’Aosta, Lucia Musti, inaugurando l’anno giudiziario ha denunciato l’esistenza di «un’area grigia di matrice colta e borghese» che esprime «una lettura compiacente di condotte, che altro non sono che gravi reati, da parte di taluni soggetti appartenenti alla “upper class”». Tesi contestata dal segretario della Fiom di Torino Edi Lazzi, presente in piazza il 31 gennaio a titolo personale, e che non si considera affatto espressione delle classi agiate, ma portatore del grave disagio sociale provocato da 40 anni di assenza di una politica industriale ed economica sul territorio.
Nell’informativa resa alla Camera il 3 febbraio 2026 il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha affermato, tra gli applausi della maggioranza, che «i disordini di sabato confermano il vero volto degli antagonisti ospiti dei centri sociali occupati abusivamente, talvolta anche grazie a coperture politiche ben identificabili. Credo che chi sfila a fianco di questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità».
Piantedosi, già in un’intervista rilasciata a Federico Capurso del Corriere della Sera, ha rifiutato ogni narrazione sulla distinzione tra manifestanti pacifici e minoranze di violenti: «È bene uscire dall’ipocrisia di una netta differenza tra questi delinquenti e la gran parte dei cosiddetti manifestanti pacifici: le forze di polizia riferiscono che a Torino, nel momento in cui la manifestazione è stata predisposta alle violenze, molti dei cosiddetti manifestanti pacifici hanno fatto scudo fisico, anche aprendo gli ombrelli, per impedire che potessero essere visti i gruppi più violenti nel momento in cui si travisavano e si attrezzavano per l’assalto e per resistere ai lacrimogeni della polizia. Lo stesso corteo ha avuto una progressione caratterizzata da una velocità che oggi, alla luce dei fatti accaduti, sembra poter fare ipotizzare un intendimento di dare copertura e di portare al più presto la manifestazione verso il principale obiettivo che era quello degli scontri».

Scontri tra manifestanti e forze dell’ordine durante il corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Torino, 31 gennaio 2026. ANSA/TINO ROMANO
Sottolineare la natura eversiva degli scontri sostenendo il fiancheggiamento di associazioni che rifiutano e condannano ogni forma di violenza apre a scenari incogniti. Tale teoria viene ripetuta sui canali televisivi da trasmissioni come quella di Bruno Vespa, che ha preso di mira e accusato Angelo Bonelli, esponente dell’Alleanza Verdi Sinistra.
Esiste una forte pressione per introdurre normative sempre più severe nei nuovi Decreti Sicurezza che il Governo intende introdurre in tempi brevi con decretazioni d’urgenza che vedono tuttavia contrarie una parte dell’opposizione parlamentare. Alle parole di Piantedosi ha ribattuto duramente in aula il dem Matteo Mauri affermando: «Le persone si fidano delle forze dell’ordine. Non sono per nulla sicuro invece che ci si possa fidare di voi. Perché voi usate ogni occasione per strumentalizzare persone perbene che manifestano in modo democratico, parlandone come se fossero tutti dei delinquenti. Noi siamo qui a difendere le persone che fanno vivere la democrazia e che voi invece criminalizzate come provate a farlo per intere forze politiche. È inaccettabile».
Con uno sguardo alla città, il cardinale Roberto Repole è intervenuto prontamente dopo gli scontri per affermare che «Torino non è una città violenta, è una grande capitale della carità e della solidarietà sociale: non può accettare di essere sfigurata in questa sua identità, di essere così manipolata dai cultori della violenza. Deve denunciare con forza chi ha scatenato la guerriglia sabato sera e siamo vicini alle vittime e ai feriti, alle forze dell’ordine; contemporaneamente dobbiamo affrontare le radici delle sofferenze del nostro tempo, non confondendo le frange violente con le migliaia di persone che manifestano pacificamente».
«Credo che – ha ribadito Repole – chi ha responsabilità oggi debba compiere proprio lo sforzo di non confondere gli inaccettabili eccessi di alcuni con il sentimento mite della maggioranza e con la sofferenza silenziosa di tanti che vivono la povertà e l’emarginazione. Torino ha sempre saputo chinarsi per curare le ferite prima di punire. Fermeremo la violenza, ma non si dovrà nascondere questa sofferenza e chi lavora per il dialogo».
Sulla questione è intervenuto anche don Luigi Ciotti che il pomeriggio del 31 gennaio si trovava a Roma ad un incontro sulla pace promosso dall’Azione Cattolica. Il fondatore del Gruppo Abele e presidente di Libera ha ricordato: «Da molti anni sono accompagnato in ogni passo da persone della Polizia di Stato, verso cui provo affetto e gratitudine per la protezione che mi garantiscono in situazioni di pericolo e di fronte a concrete minacce criminali. La stessa criminalità che ad alcuni loro colleghi e colleghe ha strappato crudelmente la vita, lasciando nella disperazione tanti famigliari ai quali sono legato da profonda amicizia». «Mi spiace – ha detto Ciotti – che le forze di polizia siano considerate, da chi le aggredisce, una difesa del potere anziché della democrazia. Mi spiace ancora di più che quei giovani in divisa siano stati mandati a fronteggiare una violenza che altri, a livello politico, avrebbero forse potuto prevenire».

Don Luigi Ciotti partecipa alla fiaccolata per la pace, Torino, Italia, 02 novembre 2023. ANSA / Jessica Pasqualon
A partite da tali premesse, don Ciotti ha precisato che «alla manifestazione di sabato c’erano anche tante persone impegnate ogni giorno in un’opera di ricucitura degli strappi sociali e ripristino dei diritti traditi. Loro sono ugualmente vittime delle violenze, non complici come qualcuno si è permesso di dire. Testimoni di quanto sia difficile vivere l’incertezza, il dubbio, la contraddizione, ma restare sulla strada, comunque, per preservarla come luogo di costruzione e incontro, non di distruzione e scontro».
Secondo il fondatore del gruppo Abele, «due ore di scontri e violenze hanno cancellato mesi e mesi di dialogo fra i sostenitori di Askatasuna e le istituzioni». Ma quel dialogo che stava mettendo radici ha «forse dato fastidio a qualcuno: i più intransigenti dall’una e dall’altra parte di un conflitto che provava a cambiare pelle, e trasformarsi in collaborazione per il bene della città».
Molto intenso e pieno di spunti l’intervento sul Volere la luna di Livio Pepino nel ribadire i pericoli della svolta repressiva e la necessità della scelta nonviolenta: «Sabato, a Torino, è successo quello che molti temevano, altrettanti speravano e qualcuno – noi tra questi – aveva tentato di evitare (invano, come si è visto a posteriori) con l’appello a una razionalità e a un’intelligenza politica che non ci sono state, da nessuna parte». Pepino, già presidente di Magistratura democratica, è, tra l’altro, attualmente presidente del Controsservatorio Valsusa.
E proprio per rilanciare la strada del dialogo si segnala che da venerdì 6 a sabato 7 febbraio è in programma a Torino un convegno promosso dal Centro Studi Sereno Regis su “La forza della nonviolenza: l’attualità del pensiero di Nanni Salio in un mondo in crisi”.
A questo incontro di una realtà molto radicata nel tessuto sociale della città è stata invitata anche Città Nuova. Sarà l’occasione per mettere in luce e far conoscere la storia di persone come Nanni Salio e Sereno Regis, impegnate nella nonviolenza come scelta di vita e di giustizia sociale.