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In profondità > Filosofia

Simone Weil: una vita in cerca della verità

di Gaia Bonafiglia

- Fonte: Città Nuova

Tra fede, lavoro e sofferenza, Weil ha attraversato la vita senza compromessi, in una ricerca inquieta che continua a sfidare il presente

Simone Weil in uno scatto giovanile del 1922. Foto di pubblico dominio da Wikimedia.

Il 3 febbraio di 117 anni fa nasceva Simone Weil. Filosofa, insegnante, operaia, militante e pensatrice religiosa, Weil è stata una delle figure più singolari del Novecento. La sua vita, conclusa nel 1943 a soli 34 anni, si è svolta interamente sotto il segno di una ricerca incessante della verità.

Nata a Parigi nel 1909 in una famiglia ebrea agnostica, Weil ricevette una formazione filosofica d’élite all’École Normale Supérieure. Ma fin dall’inizio rifiutò l’idea di un pensiero separato dalla realtà. La filosofia, se non attraversata dalla sofferenza concreta, le appariva una menzogna. Per questo scelse di lavorare come operaia, di condividere la fatica e l’umiliazione del lavoro industriale, e di misurarsi direttamente con ciò che chiamò “sventura” (malheur): non il semplice dolore, ma una forza che schiaccia l’anima e la priva della parola.

È in questo contatto diretto con il limite che nasce la sua ricerca di Dio. Simone Weil non ha mai cercato Dio come risposta, ma come esigenza assoluta. Nei testi raccolti in Lettera a un religioso afferma: «La verità essenziale concernente Dio è che egli è buono». Da qui deriva una conseguenza radicale e destabilizzante: «Credere che Dio possa ordinare agli uomini atti atroci di ingiustizia e crudeltà è l’errore più grande che si possa commettere nei suoi riguardi». Weil rifiuta ogni teologia che salvi Dio sacrificando gli innocenti; rifiuta ogni religione che giustifichi la forza, anche quando la chiama sacra.

Un momento decisivo della sua vita spirituale è raccontato in Attesa di Dio. Nel 1935, durante un soggiorno in Portogallo, assistette a una processione di donne di pescatori che cantavano antichi canti religiosi. Donne povere, esposte quotidianamente alla perdita e alla precarietà. In quei canti Weil riconobbe una fede autentica, priva di dottrina e di protezione, una fede che non spiegava la sventura ma la abitava. Scriverà che in quell’occasione il cristianesimo le apparve “allo stato puro”.

Da qui deriva una concezione della religione radicalmente non esclusiva. In Lettera a un religioso Simone Weil afferma che le diverse religioni sono «riflessi della stessa verità, in ugual misura preziosi». Il cattolicesimo non possiede un privilegio assoluto, ma rappresenta uno dei luoghi in cui la verità può manifestarsi. Ciò che conta, per Weil, non è l’appartenenza, ma la capacità di compassione. Un ateo o un infedele capaci di carità pura sono vicini a Dio quanto un credente, poiché fede e carità sono inseparabili.

Questa posizione la pone in tensione con la definizione di fede del Catechismo del Concilio di Trento, intesa come adesione ferma a tutto ciò che insegna la Chiesa. Weil prende esplicitamente le distanze da questa impostazione e scrive: «È come se si fosse finiti per non considerare più Gesù, ma la Chiesa come Dio incarnato quaggiù». La sua critica non è un rifiuto totale della Chiesa: Weil riconosce alla Chiesa un valore essenziale come custode dei sacramenti, ma ne rifiuta ogni identificazione con il potere o con la verità stessa.

Anche il suo rapporto con l’Antico Testamento, affrontato in diversi testi confluiti in La pesantezza e la grazia, è segnato da una distanza critica. Weil vi individua l’assenza della sventura degli innocenti: peccato e sventura, virtù e prosperità appaiono legati, mentre l’esperienza del mondo mostra l’innocenza colpita senza causa. Questa frattura non la conduce al rifiuto, ma a un confronto continuo, mai pacificato, con il testo sacro.

Simone Weil non risparmia giudizi severi, ma non smette mai di cercare. La sua ricerca non accetta scorciatoie né consolazioni facili e continua a interrogare il nostro presente. Non offre soluzioni, ma chiede attenzione. Ed è forse nell’inquietudine di una ricerca senza orpelli che risiede la sua forza.

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