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Cultura > Riflessioni

Procida capitale della cultura tre anni dopo

di Pasquale Lubrano Lavadera

- Fonte: Città Nuova

Quale è il patrimonio che l’isola ci consegna e come conservarlo?

Procida capitale italiana della cultura 2022.

Mi sono spesso chiesto se l’anno 2022 in cui Procida è stata insignita del riconoscimento di “Capitale italiana della cultura” abbia contribuito a migliorare la qualità della vita dell’isola, dei suoi abitanti, e in che senso.

Molto è stato detto. Pareri contrastanti si sono intrecciati in questi tre anni. Mi accorgevo di non riuscire a dare una risposta alla domanda che avevo posto a me stesso, indigeno dell’isola.

Allora l’ho rivolta ad altri, amici, parenti, conoscenti e con mia grande sorpresa quando chiedevo «cosa è stato per te Procida capitale della cultura?», l’interpellato quasi si sentiva in imbarazzo e la risposta, seppure proferita per frammenti, non era mai definitiva.

Mi è sembrato di vivere l’esperienza di chi per la prima volta entra in un territorio accidentato, per niente lineare e profondo. Fra le tante risposte, la più alta: «Procida è diventata importante!». La più banale: «Sono nati centinaia di B&B».

In realtà è vero: Procida, da quel momento è stata conosciuta dal mondo intero. Oggi dovunque tu vai e dici che sei di Procida, susciti meraviglia e ammirazione: «Beato te che vi abiti, mi ha detto il farmacista di Grottaferrata dove vive mio figlio… Spero proprio quest’anno di fare una scappata a Napoli e visitare Procida». Come pure è vero che sono nati, come funghi, B&B ovunque, anche nei garage e nei negozi abbandonati. Qualcuno giustamente ha pensato che quelle persone che affluivano a flutti dovevano pure posare il capo per la notte.

Procida: Cabine d’autore per iniziativa E-distribuzione

Tra queste due dimensioni una serie di sfumature dal rosso al violetto, come di un arcobaleno sfocato che non riesce a prendere completamente forma. E se qualcuno, indispettito, rivolgeva la domanda a me, me la sono cavata dicendo: «Ci sono stati momenti molto belli, altri meno incisivi, ma il più forte che ha lasciato in me, e spero nella cittadinanza, un segno durevole e mi ha posto in cammino verso qualcosa di nuovo, è stata l’esperienza dei murales degli studenti dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli, coordinati dal professor Franz Iandolo giunti nell’isola per sostenere il progetto dell’Università Federico II Stop Tigre. Quelle frasi che germogliavano sui nostri muri delle nostre case, sui bus, e che ancora sono visibili, ci indicavano un obiettivo fondamentale che forse si era un po’ appannato: Non Io ma Noi, non il singolo ma la comunità».

Murales con la scritta “Non io ma noi”. Foto: Pasquale Lubrano

Avevo letto una poesia del poeta portoghese José Tolentino de Mendonça ed avevo capito che la cultura è relazione, è reciprocità, è riconoscimento dell’altro, e mi sembrava che quelle scritte e quelle immagini mi indicassero la strada che il poeta aveva stampato nella mia mente.

Ma solo alla fine, quando l’anno fatidico si chiudeva, e tutto ormai era compiuto, con le postazioni tecniche smantellate e il silenzio tornato protagonista nelle nostre strade, ho compreso, per una via sottile e impercettibile della ragione, il pericolo corso.

Procida (Pasquale Lubrano)

Procida. Foto: Pasquale Lubrano

E questa volta un’altra frase del poeta, «la nostra fatica più grande non è la parola ma l’ascolto del silenzio che ogni parola può contenere!», ha fatto da contrappunto alla fantasmagorica scenografia di quei giorni ormai lontani, e dava un senso alla mia ricerca silenziosa su quell’anno vorticoso, che aveva bagnato, come una pioggia fitta e insistente, i nostri luoghi: vere fiumane di esseri umani avevano cercato affannosamente di “vedere”, per capire perché la nostra piccola isola avesse meritato un così alto riconoscimento.

Questa frase mi ha dato pace perché non era dissimile a quanto io avevo risposto al viandante smarrito che per strada mi aveva chiesto: «Cosa posso vedere di bello qui a Procida?». Mi sono limitato a dire: «Ammira questi scenari luminosi, il mare dell’isola, i suoi giardini, le stradine, i muri, e quel che è rimasto dell’antica architettura mediterranea, ma soprattutto il silenzio di certi angoli nascosti».

E oggi a distanza di tre anni posso dire con certezza che questo è il patrimonio più grande dell’isola che ha affascinato poeti, artisti, scrittori e ispirato le loro opere, da Lamartine alla Morante, dalla Morante a Troisi per citare i più celebri.

È, infatti, questa la realtà intima della piccolissima isola di Procida, una delle più piccole isole del mondo, che parla al cuore delle “umane genti” e non passerà se il procidano la saprà conservare.

Ritorna il Venerdì Santo (Pasquale Lubrano)

Processione del Venerdì Santo. Foto: Pasquale Lubrano

Purtroppo l’isola ha dovuto subire, in quei giorni, la scelta di chi sull’isola non era nato, né aveva sofferto, né aveva pianto i propri morti; di chi non aveva conosciuto gli schiaffi della Storia, il sangue scorso sulle strade, i morti in mare e mai più tornati, la fatiche degli uomini che progettavano velieri, le migrazioni di masse che avevano reso più ricca ma povera di umanità la nostra gente, i giovani morti in guerra, la capacità di rinascere sempre dopo ogni sventura, le lacrime versate dinanzi al Cristo morto, trasportato a spalle ogni anno nel Venerdì Santo, oggi come ieri.

È questo il vero humus da cui è fiorita “Procida capitale” e questo è quanto oggi abbiamo il dovere di raccontare agli ospiti che continuano ad affluire sulle nostre rive. Ma l’ho potuto comprendere quando tutto è terminato e l’isola si è ritrovata sola con se stessa ed ha ricominciato a tessere rapporti nella quotidianità, a rammentare gli strappi di vestiti lacerati, di parole senza senso, immagini senza basamento, pronunciate da chi non conosceva la nostra vera storia.

Stradina (Pasquale Lubrano)

Stradina di Procida. Foto: Pasquale Lubrano

Ed è stato allora che ho sentito l’eco guizzante e luminoso della parola del poeta italiano Marino Moretti, che sulla nostra isola soggiornò a lungo, ed ebbe a scriver prima di morire: «Procida, l’unico posto al mondo dove ho goduto mitologicamante», proiettando così l’isola nella mitologia del vivere.

È questo il patrimonio che l’isola ci consegna nel silenzio, nell’azzurro del mare, tra gli alberi di limoni, nelle viuzze sperdute, nelle casupole dal tetto curvo, perché nel silenzio dell’isola l’uomo, ogni uomo, trova la sua parola da donare al mondo.

Due ricercatori, dopo aver percorso la nostra piccola isola e tante piccole isole sparse nei mari del mondo, lasciarono in un quaderno i loro appunti e a leggerli oggi viene la pelle d’oca: «Piccola isola, se domani vuoi donare qualcosa di grande al mondo conserva la tua storia, non tagliare mai le radici della tua vita col passato, custodisci il bene che i secoli ti hanno donato e arricchiscilo con la fatica di oggi, perché tutto quello che in te nasce e muore è patrimonio del mondo, capitale immenso straordinario, inimitabile!».

Procida lato sud con l'isolotto di Vivaro e sullo sfondo l'isola di Ischia (Pasquale Lubrano)

Procida lato sud con l’isolotto di Vivaro e sullo sfondo l’isola di Ischia. Foto: Pasquale Lubrano

Ed allora anch’io, nato in quest’isola, dovrò difenderla dagli avvoltoi che vogliono mangiare le nostre carni, difenderla da chi vi giunge per una speculazione, da chi sogna di aumentare il proprio potere sulle nostre ferite.

Procida “Capitale della Cultura” lo sarà per sempre se noi che l’abitiamo sapremo averne cura, restando uniti tra noi come lo furono i nostri avi, perché «la cultura vera è quell’espressione dell’umano che ci permette di vivere insieme. L’uomo da solo non avrebbe bisogno di costruire cultura. Noi invece costruiamo cultura perché abbiamo bisogno di relazioni, ci nutriamo di relazioni, il linguaggio della relazione è la cultura» (intervista a José Tolentino de Mendonça, di Giulio Meazzini, Città Nuova n. 1/2026).

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