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Trieste, un anno di Spazio 11

di Chiara Andreola

Taglia il traguardo dell’anno di attività la “sala d’attesa solidale” messa in campo dalla Caritas diocesana di Trieste, l’associazione Donk Humanitarian Medicine odv e l’Unhcr, per offrire riparo temporaneo e cure a senza fissa dimora e migranti

L’ingresso della stanza dedicata alle famiglie all’interno di “Spazio 11” a Trieste (foto Tedeschi via ufficio stampa Caritas diocesana Trieste)

Non una soluzione alle criticità relative a migranti e senza fissa dimora, ma un segno dell’importanza del prendersi cura l’uno dell’altro nella comunità: è questo, nelle parole del direttore della Caritas diocesana di Trieste, padre Giuseppe La Manna, il senso di “Spazio 11”. Prima esperienza di questo genere in Italia, viene definito una “sala d’attesa solidale”: un luogo in cui, durante la notte (dalle 20 alle 7) tutti coloro che non avrebbero un posto dove andare – fondamentalmente persone senza fissa dimora e migranti, numerosi in questa città snodo della rotta balcanica – possono trovare un luogo e una bevanda calda, servizi igienici, cure mediche e informazioni legali utili al percorso di richiesta di asilo.

A dare vita a questa realtà è stata appunto la Caritas diocesana di Trieste, insieme all’associazione Donk Humarinarian Medicine odv (che riunisce medici volontari) e l’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr). Fondamentali sotto il profilo economico, per avviare il servizio e mantenerlo gratuito, sono stati i fondi dell’8×1000 e il contributo della Fondazione CRTrieste e IKEA Villesse; oltre naturalmente all’opera dei volontari.

Un’immagine di “Spazio 11” a Trieste (foto Tedeschi via ufficio stampa Caritas diocesana Trieste)

«Tutto è nato dalla reciproca conoscenza, e dal comune impegno in favore delle persone più fragili – ricorda padre La Manna -. Al di là delle riunioni ufficiali, si è pensato a fare qualcosa di concreto per la tutela della dignità e dei diritti di chi non ha dove andare: e così ognuno ha messo a disposizione le proprie risorse e competenze». A settembre 2024 è quindi partita la ricerca di uno spazio idoneo, individuato in via Udine 11 a Trieste; un luogo definito da padre La Manna “strategico”, in quanto molto vicino al centro diurno che può poi accogliere queste persone nel resto della giornata. Dopodiché si è partiti con l’allestimento, e l’organizzazione dei servizi medici da parte di Donk, di quelli di accoglienza da parte della Caritas, e di quelli di consulenza legale da parte di Unhcr.

Il 14 febbraio 2025 “Spazio 11” ha quindi aperto le sue porte; accogliendo oltre 5000 persone nei primi 9 mesi, con una presenza media quotidiana che è andata da una trentina di persone agli inizi fino quasi a un centinaio negli ultimi periodi. Ad usufruirne sono stati cittadini di ben 50 Paesi, con una predominanza di afghani (45%); ma, per quanto buona parte dell’utenza sia costituita da uomini migranti, si contano anche intere famiglie o donne sole con bambini (una cinquantina nella fascia 0-12 anni), minori stranieri non accompagnati (circa 250 quelli presi in carico da Unhcr) e senza fissa dimora di nazionalità italiana ed europea. Da segnalare anche le quasi mille visite eseguite, sempre in questo arco di tempo, dai medici volontari di Donk.

L’ambulatorio medico di “Spazio 11” a Treiste (foto Tedeschi via ufficio stampa Caritas diocesana Trieste)

Un quadro dunque composito, che evidenzia di conseguenza necessità diverse di cura; ma anche la sostanziale sovrapposizione delle varie forme di fragilità, da chi fugge dai conflitti (come evidenziano le statistiche sulla provenienza) a chi, pur cittadino italiano, non è inserito nelle reti di assistenza sociale.

«Ci sono diversi luoghi comuni da scardinare sulle persone che accogliamo – riconosce padre La Manna -. Al di là del fatto che “Spazio 11” non accoglie solo migranti, ma anche senza dimora “storici” che non rientrano in programmi che li accompagnino all’autonomia, c’è da sfatare il timore dell’invasione, aiutare l’opinione pubblica a non avere paura e a capire chi abbiamo davvero di fronte. In questo senso è fondamentale il linguaggio: ad esempio non chiamare queste persone “migranti irregolari”, ma più correttamente “richiedenti asilo”».

In quest’ottica, padre La Manna porta l’attenzione sulla situazione peculiare di Trieste e sul tema, molto dibattuto in Friuli Venezia Giulia, del ricollocamento dei richiedenti asilo: «Questa città è una porta verso l’Italia e l’Europa, così come lo è Lampedusa – osserva -. Ne consegue che, allo stesso modo, è necessario che ci siano trasferimenti congrui e regolari di migranti, essendo evidentemente impossibile accogliere tutti nello stesso luogo».

Un’immagine di “Spazio 11” a Trieste (foto Tedeschi via ufficio stampa Caritas diocesana Trieste)

Di qui anche l’importanza della collaborazione con le istituzioni: «Noi lavoriamo senza contrapporci a nessuno, in spirito di collaborazione con le istituzioni e non a loro insaputa – ribadisce il direttore della Caritas -. È stato un progetto condiviso, a costo zero per le istituzioni, e realizzato perché tutti sapevano che cosa volevamo realizzare. Certo in Italia c’è un clima di paura e di insofferenza verso i migranti: ma vivere nella paura non fa bene nemmeno a noi, mentre prendersi cura l’uno dell’altro come comunità sì. Anche economicamente: non solo i costi sociali, ma anche quelli economici, sono più elevati se questa cura viene a mancare».

Ci si avvia dunque a chiudere questo primo anno di attività con un bilancio che padre La Manna definisce positivo; e con la volontà per il futuro di «andare avanti con il supporto dei volontari, e di essere un segno. Non abbiamo in tasca la soluzione alle criticità che vediamo ogni giorno, ma vogliamo essere un segno di questa importanza della cura non solo dei migranti, ma dell’intera comunità, e della responsabilità di tutti nel concretizzarla».

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