Sfoglia la rivista
1 9 5 6 A N N I 2 0 2 6

Italia > Prospettive

Spezzare l’arco della guerra, ripartire da Catania

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

L’invito pressante a costruire una pace disarmata e disarmante rischia di essere confinato nella dimensione profetica staccata dalla realtà. La questione controversa della guerra giusta e la base per l’addestramento dei caccia F35 a Trapani. L’urgenza di un percorso educativo rivolto a coscienze aperte all’azione

Cacciabombardiere Vincenzo Pinto REUTERS/ANSA

L’espressione “Spezzare l’arco della guerra” si può leggere plasticamente in maniera concreta con riferimento al nostro Paese che, sul piano geografico, è una piattaforma logistica della guerra, considerando le numerose basi militari che ne segnano il territorio nonché  la collocazione strategica al centro del Mediterraneo.

Tonino Bello contrapponeva all’immagine dell’arco pronto alla battaglia, un destino diverso per l’Italia come “arca di pace”. Il mite e tenace vescovo di Molfetta, presidente di Pax Christi, non intendeva però fare un esercizio poetico, da relegare alla dimensione profetica, ma esprimere una posizione politica che risultava sgradevole ad alcuni come al celebre giornalista Indro Montanelli che rispondeva di non essere interessato alle prediche.

Ancora oggi occorre fare chiarezza per capire se si vuole perdere tempo restando sul piano astratto delle dichiarazioni di pace, da consegnare alla dimensione profetica intesa come visione di lungo termine, che non disturba nessuno, o se si vogliono fare i conti con la storia attuale e con le domande che non si possono sfuggire.

Siamo ad un passo dall’entrata diretta in guerra. Non si tratta più del dilemma sulla fornitura di armi all’Ucraina dopo l’invasione russa. Il casus belli è dietro l’angolo, e sarà quasi impossibile opporsi alla pressione mediatica che si andrà a scatenare davanti a scenari imprevedibili.

La narrazione dell’inevitabilità della guerra e la paura spingono alla necessità del riarmo, senza neanche prestare attenzione ai numeri effettivi di una spesa militare europea già molto elevata. Il termine “disarmo” di certo non aiuta perché rimanda all’idea di una resa inaccettabile contro i violenti.

La faccenda si complica con la novità del cambiamento radicale degli Stati Uniti sotto la gestione di Donald Trump, che ha rinnegato la strategia del predecessore Biden sull’Ucraina, addebitandogli con infamia tutte le colpe della crisi esplosa il 24 febbraio 2022, e che ora giunge addirittura a minacciare l’Europa rivendicando il possesso pieno della Groenlandia come parte del controllo sempre più decisivo dell’Artico.

Addirittura, Francia, Germania, Svezia, Norvegia, Finlandia, Paesi Bassi e Regno Unito stanno inviando alcuni soldati nella capitale della Groenlandia, Nuuk. Sembra la trama di un film grottesco di Michael Moore che aveva previsto l’invasione Usa del Canada, ma è la realtà dei fatti.

Non esiste più l’America come gigante “buono”, tanto da suscitare espressioni affettuose (“paparino”) verso Trump da parte del segretario generale della Nato, Mark Rutte. Sta subentrando la consapevolezza, come ha scritto su Avvenire l’ambasciatore Ferrara, che le numerose basi militari presenti in Europa sono finalizzate essenzialmente alla protezione degli interessi d’oltre Atlantico e possono quindi rivelarsi il primo obiettivo di uno scontro bellico che si svolgerebbe a parecchia distanza da Washington. Un discorso che vale in particolare per le bombe nucleari presenti anche in Italia.

Davanti alle dichiarazioni dei comandanti militari di Francia e Regno Unito che invitano la popolazione a prepararsi a duri sacrifici, anche “a perdere i propri figli” come ha detto il generale francese Fabien Mandon, e al ripristino della leva obbligatoria già avvenuta o annunciata in diversi Paesi, si pone la questione relativa ai giovani della classe 2009 che quest’anno saranno iscritti alle liste di leva con avviso pubblico affisso in tutti i comuni d’Italia. Il servizio militare  obbligatorio, infatti, non è abolito ma solo sospeso.

Enzo Sanfilippo, copresidente dell’Arca, associazione fondata da Lanza Del Vasto, discepolo di Gandhi, invita le scuole e i genitori a cooperare per sostenere i giovani a rifiutare tale iscrizione alla leva come atto preventivo di obiezione di coscienza.

Sanfilippo lo ha proposto come una pratica nonviolenta da condividere con le associazioni che hanno promosso, assieme alla Cei, la marcia della pace di fine anno 2025 a Catania incentrata sul messaggio di Leone XIV sulla pace disarmata e disarmante. Si tratta di una modalità di disobbedienza civile che va annunciata pubblicamente per essere poi adottata in massa al fine di incidere politicamente. Sarà molto difficile che la proposta dell’Arca verrà effettivamente condivisa ma le questioni affrontate a Catania nel congresso che ha preceduto la marcia, sono state molto serie e richiedono comunque una presa di posizione coerente.

Antonio Mazzeo, noto giornalista di inchiesta, ha posto in evidenza il ruolo della Sicilia e quindi dell’Italia nelle guerre in corso.  «Dalla base di Sigonella – ha affermato Mazzeo – decollano quotidianamente droni e aerei spia per missioni di intelligence su tutto il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Est Europa. Operazioni prioritarie per pianificare e condurre attacchi militari».

Inoltre, secondo Mazzeo,  dalla base militare sarebbero transitati aerei cargo statunitensi carichi di armi per Israele nella fase più intensa degli interventi militari su Gaza. Fatti in parte già conosciuti ai quali si aggiunge la novità riguardante la base aerea di Trapani-Birgi che consolida il ruolo della Sicilia come perno dell’architettura militare globale. Sono stati trasferiti infatti a Trapani i grandi aerei radar AWACS della NATO. La base militare è destinata a diventare dal 2026 la prima scuola di addestramento per piloti di cacciabombardieri F-35 al di fuori degli Stati Uniti. Un centro di formazione, ad esempio, per le forze aeree di Paesi come Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi.

Non sono notizie tecniche riservate agli specialisti, ma fatti di fronte al quale anche la sola inerzia è già una chiara presa di posizione. Non vi è motivo per scandalizzarsi se si ritiene che tali operazioni rientrino nel quadro di una guerra giusta e giustificata secondo i criteri della nostra Costituzione e degli obblighi internazionali conformi alla Carta stessa.

E invece sul superamento dello stesso concetto di guerra giusta si è incentrato, a Catania, l’intervento di don Bruno Bignami, direttore dell’ufficio della pastorale sociale della Cei. Bignami ha contestualizzato la genesi, con Sant’Agostino, della teoria della guerra giusta con la finalità di limitare le guerre, in un tempo in cui si combatteva con le spade, mentre oggi viene usata per il suo esatto contrario e cioè per giustificarle. L’avvento poi delle armi nucleari ha annientato una delle condizioni della guerra giusta e cioè la “proporzionalità“: non esiste alcun bene raggiungibile che possa giustificare il male inflitto da armi capaci di distruzione totale. La dottrina, inoltre, prevedeva esplicitamente di non coinvolgere i civili, ma nelle guerre contemporanee, oltre l’80% delle vittime sono civili, spesso bersagli deliberati come parte della strategia di vittoria.

Citando la deposizione nel processo Norimberga del gerarca nazista Herman Goering, don Bignami ne ha evidenziato l’attualità perché descrive il meccanismo capace, in ogni epoca e contesto, di giustificare, con la paura e la rassegnazione, l’inevitabilità della guerra.

Per reagire a tale narrazione ormai pervasiva, i vescovi italiani hanno redatto una Nota sull’educazione alla pace “disarmata e disarmante” intesa a far crescere una scelta radicata sulla nonviolenza e l’obiezione di coscienza, portando, come esempio, figure “irregolari” quali don Lorenzo Milani e don Primo Mazzolari che papa Francesco ha messo in luce recandosi nello stesso giorno, il 20 giugno 2017, nei luoghi periferici ( Barbiana e Bozzolo) dove hanno vissuto subendo spesso censure e profonde incomprensioni all’interno della Chiesa. Il loro messaggio, ovviamente, non è riservato solo ai cristiani ma è un esempio di cittadinanza libera e consapevole.

La marcia della pace si è poi snodata nella città di Catania arrivando, in una delle sue tappe, vicino il mare per affermare, come dicono i lavoratori che rifiutano di partecipare alla logistica bellica, “porti chiusi alle armi e aperti alle persone”. Indicando, quindi, l’accoglienza dei migranti come parte fondante della scelta di pace.

Paradossalmente sulla rivista dei gesuiti statunitensi, America, è stato pubblicato un intervento del professor  Tobias Winright che afferma la necessità di ribadire le condizioni tradizionali della guerra giusta per contestare l’ideologia dominante nel documento sulla Strategia per la sicurezza nazionale degli Usa che non prevede alcun limite all’esercizio della violenza letale verso i nemici. Tra gli atti più significativi di Trump, fa notare Winrigt, vi è la rimozione del personale addetto a far rispettare il documento interno al Pentagono sulla protezione dei civili nei conflitti (Civilian Harm Mitigation and Response Action Plan).

Tale visione della strategia nazionale è incarnata in maniera particolare dal segretario alla Difesa, Pete Hegseth, rinominato “segretario alla Guerra” da Trump, che ha riunito i vertici militari invitandoli a rompere ogni riserva ed assumere una “mentalità da guerrieri”.

Sappiamo che l’abbandono definitivo della categoria della guerra giusta potrà avvenire forse, con tutti i relativi corollari, attraverso il lavoro dell’Istituto cattolico per la nonviolenza promosso da papa Francesco e guidato dall’attuale cardinale di Washington Robert Walter McElroy.

Ma intanto resta il fatto del territorio di un Paese che è parte integrante di una filiera di guerra e interpella le associazioni e i movimenti che al momento di partecipare alla marcia di Catania hanno ribadito il loro «dissenso motivato verso la cultura della guerra e la logica del riarmo». Il cammino è ancora in corso.

Riproduzione riservata ©

Sostieni l’informazione libera di Città Nuova! Come?
Scopri le nostre riviste,
i corsi di formazione agile e
i nostri progetti.
Insieme possiamo fare la differenza! Per informazioni:
rete@cittanuova.it

Esplora di più su queste parole chiave
Condividi

Ricevi le ultime notizie su WhatsApp. Scrivi al 342 6466876