Proprio così. Per Giuseppe Morotti, mistici e testimoni della non violenza di ogni epoca, cultura e religione si somigliano come membri di una stessa famiglia. Tutti concordi perché ugualmente innamorati di Dio e delle sue creature, a volte usano perfino parole ed espressioni simili. Per cui leggere o ascoltare questo bergamasco di Nembro è accedere al meglio di una intera biblioteca. Come abbia potuto farsi tanti “amici” è il risultato di una vita piuttosto avventurosa, che qui devo sintetizzare in poche righe.
Ordinato prete nel 1974, rimane affascinato dalla spiritualità di Charles de Foucauld – gridare il Vangelo con la vita tra i più emarginati – e come Piccolo Fratello condivide in Iran per 10 anni la vita di alcune comunità cristiane ai confini con l’Iraq. Amico fraterno anche di musulmani, viene espulso dall’Iran con l’avvento di Khomeynī. Dopo un altro decennio nella Fraternità di accoglienza di Spello, vicino ad Assisi, viene eletto per 5 anni responsabile della congregazione, con sede a Bruxelles. Numerosi i suoi viaggi nei vari continenti per visitare le comunità dei confratelli. La svolta dopo aver conosciuto Angela: indotto a fare i conti con un’affettività fino ad allora esclusa, ritorna allo stato laicale. Vive oggi a Bolzano con la moglie e i figli Mauro e Carlo. Ben inserito nella diocesi dopo iniziali difficoltà, fra i suoi compiti ha quello di accompagnare i catecumeni adulti al battesimo, facendo parte anche della commissione animatrice della spiritualità diocesana.
Durante l’intervista sulla sua produzione letteraria, colpisce la pace emanata da questo mite ultrasettantenne, più volte giunto a un passo dalla morte per non aver voluto abbandonare i suoi amici cristiani e musulmani durante la guerra scatenata negli anni ’80 da Saddam Hussein.

Giuseppe Morotti oggi. Fonte: Giuseppe Morotti.
Grazie, Giuseppe, per avermi fatto conoscere alcune straordinarie figure di sufi, i mistici islamici che hai approfondito negli anni trascorsi in Medio Oriente come Piccolo Fratello.
È stato uno dei periodi più belli e intensi della mia vita, anche se la rivoluzione islamica e la seguente lunga guerra tra Iran e Iraq mi hanno fatto vivere tragedie immani perpetrate, tra l’altro, con la complicità e le armi dei nostri Paesi occidentali… Comparando i grandi mistici musulmani a quelli cristiani, ho fatto la sorprendente scoperta che essi, puntando direttamente al cuore di Dio, si ritrovano uniti nel medesimo anelito di ricongiungersi a lui. Non solo, ma sia pur percorrendo differenti cammini e con sfumature diverse, giungono tutti a concepirlo e invocarlo come Creatore amoroso, clemente e misericordioso. Ho sempre presente il pressante invito di papa Francesco nella Laudato Si’: «Non sarà possibile impegnarsi in cose grandi fondandosi soltanto su delle dottrine o su delle enunciazioni, senza una mistica, che ci animi, ci dia impulsi, ci motivi, ci incoraggi, ci appassioni, ci infervori e dia senso, entusiasmo e gusto alla nostra vita». Il papa si riferiva ad una mistica comunionale, relazionale, planetaria, interreligiosa e cosmica, che non abbiamo bisogno di inventare perché già inscritta a chiare lettere nel patrimonio filosofico e spirituale di tutta l’umanità, come i medesimi mistici sufi ci testimoniano.
Un’altra scoperta, fatta leggendo il tuo libro edito da La Parola Per una nuova spiritualità, riguarda la spiritualità degli Indiani del Nord America. Sono rimasto senza parole dinanzi alla bellezza e alla profondità di alcuni loro canti riportati…
Sì, le tribù indiane del Nord America hanno una visione unitaria e cosmica dell’universo. Esse si rivolgono al Grande Spirito, concepito come una “energia” potente e amorevole che sostiene, protegge e unisce tra di loro tutte le cose proiettandole verso una crescita e complessità sempre più grandi, a costo di passare attraverso dolorose doglie di parto. È interessante notare come in molti loro canti, oltre a concepire il Grande Spirito come l’energia sottostante tutte le cose, gli si rivolgano come ad un “Tu”, un Essere personale di cui si può udire la voce, con cui si può dialogare… Per loro, inoltre, risulta superfluo costruire templi alla divinità, dato che nello splendore della natura la si può incontrare faccia a faccia.
Il tuo più recente lavoro è sulla non violenza e s’intitola curiosamente Gesù non era uno scemo (Ed. La Parola). Raccontami come è nato e cosa ti proponevi.
Il titolo è tratto da una citazione di don Tonino Bello come conclusione di un suo commento alle Beatitudini. Allarmato dallo svolgersi dei conflitti che coinvolgono Russia, Ucraina, Israele, Palestina, oltre a vari Paesi africani, stavolta passo in rassegna testimoni noti e meno noti della non violenza, appartenenti non solo alla cultura occidentale ma anche orientale, buddhista, induista, sufi ed indo-americana. L’intento non è quello di proporre soluzioni definitive e assolute, ma di risvegliare le coscienze in modo che in questo momento cruciale non ci lasciamo guidare solamente da ciò che ci inculcano i mass-media, ma soprattutto dal nostro impulso cristiano e umano più profondo. Ciò che più mi preme di condividere è come il cammino della nonviolenza suggeritomi da Cristo, da Gandhi, da Aldo Capitini e da coloro che ho ricordato, se da un lato mi risulta esigente, scomodante, io lo stia avvertendo sempre di più come il mio vero cammino, quello che, corrispondendo al mio desiderio più profondo, mi fa sentire realizzato.
Altrove hai accennato anche ad una “spiritualità dei non credenti”…
Frequentando persone che preferisco definire “diversamente credenti”, percepisco nei loro modi di atteggiarsi e di vivere una sorta di misterioso afflato mistico. Si manifesta come un senso di non appagamento, bisogno di altro, voglia di vivere e di relazionarsi, sete di libertà, di godimento e di felicità, smania di conoscenza e di novità, amore per la bellezza, nostalgia di trasparenza, armonia ed integrità, esigenza di bene e di eticità, passione per la pace, la giustizia e la verità, sete di infinito, di silenzio e di interiorità, non accettazione del fatto che la morte rappresenti la fine di ogni aspirazione e di ogni sogno…
In un altro dei tuoi libri, La preghiera che mi fa vivere (Ed. Appunti di Viaggio), hai inserito questo detto orientale: «Se vuoi tracciare diritto il tuo solco punta l’aratro verso una stella». Cosa significa?
Ritengo indispensabile che ciascuno abbia una stella che lo orienti. Per il santo monaco russo Andrej Rublëv era “una comunione universale e cosmica”. Nella sua celebre icona La Trinità, Dio vi è proposto come una Comunione, un Vortice, una Danza d’amore. Amore paritario, rispettoso della personalità di ognuno dei componenti, aperto alla creazione tutta, come indicato dalla montagna, dall’albero e dalla casa che – in rappresentanza del mondo minerale, vegetale ed umano – sovrastano i tre personaggi. Nella mensa in cui siedono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, aventi tratti sia maschili che femminili per indicare la paternità e la maternità del nostro Dio, c’è un posto vuoto verso chi guarda…è il posto di ciascuno, nessuno escluso. Nella parte anteriore dell’altare c’è un intarsio. Gli orientali vi pongono le reliquie dei testimoni della fede per indicare che tutti, vivi e defunti, facciamo parte della medesima Comunione d’Amore. È questa la meta verso cui ci deve guidare la stella, la più autentica realizzazione non solo cristiana ma umana verso cui ci sospinge il nostro più profondo impulso interiore.