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Mondo > Scenari

Groenlandia: la situazione resta (con)tesa

di Fabio Di Nunno

- Fonte: Città Nuova

Fabio Di Nunno, autore di Città Nuova

Cresce la disfida artica tra Stati Uniti, Groenlandia e Danimarca (e il resto dell’Europa)

Il ministro degli Esteri danese Lars Lokke Rasmussen (a sinistra) e la ministra degli Esteri della Groenlandia Vivian Motzfeldt rilasciano dichiarazioni ai media dopo l’incontro con il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio presso l’Ambasciata danese a Washington, DC, USA, il 14 gennaio 2026. Ansa, EPA/SHAWN THEW

Operazione Resistenza Artica” (Operation Arctic Endurance), sembra il nome di un film degli anni ‘50 sulla Seconda Guerra Mondiale e, invece, è quello delle esercitazioni militari che alcuni Paesi europei hanno deciso di compiere in Groenlandia per scoraggiare l’alleato americano – ammesso che lo si possa ancora definire così e che lo si possa davvero scoraggiare -, ad annettere l’isola artica, dal 1985 stato autonomo nell’ambito del regno di Danimarca, membro fondatore dell’Alleanza Atlantica. Hanno già dato disponibilità Germania, Francia, Norvegia e Svezia. I primi 15 militari francesi sono già arrivati sull’isola.

Il ministro della Difesa danese, Troels Lund Poulsen, ha dichiarato che «la sicurezza nell’Artico è di fondamentale importanza per il Regno e i nostri alleati artici, ed è quindi fondamentale che, in stretta collaborazione con gli alleati, rafforziamo ulteriormente la nostra capacità di operare nella regione». Ha anche annunciato che «le Forze di Difesa danesi, insieme a diversi alleati artici ed europei, valuteranno nelle prossime settimane come implementare una maggiore presenza e attività di esercitazione nell’Artico». Poulsen ha aggiunto che ulteriori aerei, mezzi navali e truppe danesi saranno schierati in Groenlandia e nelle sue vicinanze a partire da subito, nell’ambito di un’attività di addestramento ed esercitazione ampliata. Infatti, poco dopo il vertice di Washington del 14 gennaio, due Hercules danesi sono atterrati in Groenlandia.

La bandiera della Groenlandia sventola sul castello dei Giardini Tivoli a Copenaghen. La direzione del parco ha spiegato che il gesto vuole esprimere vicinanza alla Groenlandia in un momento difficile.
Credit: EPA / Ida Marie Odgaard.

Sulla Groenlandia il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, è stato chiaro. Sul suo social Truth, mentre era in preparazione l’incontro di Washington, ha dichiarato: «È vitale per il Golden Dome (lo scudo antimissile, ndr) che stiamo costruendo. La NATO dovrebbe farci da guida per ottenerla. Se non lo facciamo noi, lo faranno la Russia o la Cina, e questo non accadrà.» Nelle ultime settimane, Trump ha intensificato la sua retorica sulla Groenlandia, un’ossessione fin dal suo primo mandato, non escludendo l’uso della forza militare per conquistare l’isola, osservando che «gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale».

In realtà, secondo alcuni analisti americani, il sistema difensivo basato su uno scudo missilistico da 175 milioni di dollari, che dovrebbe essere completato in tre anni, potrebbe essere dispiegato già in Groenlandia, dove la presenza statunitense è concentrata nella base militare di Thule, la base spaziale di Pituffik, ma potrebbe anche non essere necessario se fossero scelti altri luoghi utili nello stato di New York o in Canada. D’altronde, la parte preminente del Golden Dome sarà realizzata nello spazio. Da qui i dubbi su un effettivo bisogno di annettere la Groenlandia per soli scopi difensivi.

Il presidente americano ha affermato che il possesso dell’isola da parte degli Stati Uniti sarebbe il modo migliore per rafforzare la NATO, osservando che «qualsiasi cosa di meno è inaccettabile», mentre «militarmente, senza l’enorme potere degli Stati Uniti, gran parte del quale ho costruito durante il mio primo mandato e che ora sto portando a un livello nuovo e ancora più elevato, la NATO non sarebbe una forza o un deterrente efficace».

Il presidente americano Donald Trump, foto Ansa

Trump, che da tempo ambisce al controllo dell’isola ricca di minerali, ha ripetutamente affermato nelle ultime settimane che solo gli Stati Uniti possono contrastare una presunta minaccia da parte di Russia e Cina, ribadendo che «il problema è che la Danimarca non può fare nulla se Russia o Cina vogliono occupare la Groenlandia, ma noi possiamo fare tutto». Vero è, d’altro canto, che la Russia e la Cina hanno approfondito e ampliato le loro aree di cooperazione nell’Artico, anche con le loro forze armate e il duplice uso di infrastrutture e ricerca, sebbene le loro attività si concentrino al largo delle coste dello stato americano dell’Alaska. La minaccia, dunque, è seria, anche in considerazione del fatto che la Cina, pur non essendo un paese artico, si definisce un paese quasi-artico.

Mercoledì, Lars Løkke Rasmussen, ministro degli Esteri danese e, Vivian Motzfeldt, suo omologa groenlandese, sono volati a Washington per dei colloqui con Marco Rubio, Segretario di Stato, e J.D. Vance, vicepresidente americano, che nell’ultimo anno ha visto affermarsi sempre più tra le capitali europee come la figura più ostile all’Unione europea (Ue) nell’amministrazione a stelle e strisce. Inoltre, per la sua influenza intransigente su Trump, molti governi europei temono stia influendo su questa querelle territoriale sulla Groenlandia. Al contrario, Rubio è spesso descritto come «solido» dai funzionari europei, ed è generalmente visto come qualcuno più in linea con le priorità dell’agenda europea, soprattutto in materia di sicurezza e di guerra in Ucraina.

Quello che voleva essere un colloquio tranquillizzante si sarebbe trasformato in un teso faccia a faccia. In ballo non c’è solo il destino dell’immensa isola artica e dei suoi 57 mila abitanti, ma il destino della NATO e delle relazioni euroatlantiche, nonché dell’architettura internazionale disegnata alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Secondo le dichiarazioni, i colloqui di Washington sono andati meglio del previsto, il confronto è stato franco, gli statunitensi sarebbero stati bruschi, entrambe le parti avrebbero sostenuto le loro tesi con una certa forza, ma hanno deciso di continuare a dialogare. Un gruppo di lavoro di alto livello valuterà se sia possibile raggiungere un compromesso tra la Danimarca, la Groenlandia e gli Stati Uniti.

Rasmussen ha, invece, osservato che «c’è chiaramente un disaccordo» con la controparte americana, ma che «stiamo tenendo alta l’asticella delle nostre ambizioni», dichiarando che «il presidente desidera conquistare la Groenlandia», mentre «per noi, idee che non rispettino l’integrità territoriale del Regno di Danimarca, o il diritto all’autodeterminazione del popolo groenlandese, sono ovviamente totalmente inaccettabili. E quindi abbiamo ancora un disaccordo fondamentale. E concordiamo sul fatto di non essere d’accordo».

Motzfeldt è stata di meno parole, ma in un’intervista, con voce rotta dal pianto, ha manifestato l’impotenza e l’incredulità di fronte alle pretese americane verso il suo Paese, «dicendosi sopraffatta», ma ribadendo che «stiamo usando tutta la nostra forza per assicurare che il popolo groenlandese nel nostro Paese possa sentirsi sicuro e vivere in sicurezza».

A Bruxelles e nelle capitali europee sono pessimisti. D’altronde, è noto che gli Stati Uniti hanno ampio accesso alla Groenlandia dal 1951 per dispiegamenti militari in base agli accordi esistenti e potrebbero facilmente investire in un ulteriore sviluppo economico, secondo i danesi e i loro alleati. Alcuni temono che spingere fino all’estremo il confronto sul possedimento territoriale dell’isola artica sia un modo per portare avanti la nuova strategia di sicurezza nazionale della Casa Bianca, che si propone di reindirizzare la democrazia europea verso gli obiettivi del movimento MAGA (Make America Great Again) di Trump. Le conseguenze estreme possono essere due: la frammentazione dell’Ue e dell’Alleanza Atlantica o un’autonomia strategica dell’Europa di cui si parla da tanto, ma che fatica a palesarsi.

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen finora si è limitata a dichiarare che «la Groenlandia appartiene al suo popolo. Spetta alla Danimarca e alla Groenlandia, e solo a loro, decidere sulle questioni che riguardano la Danimarca e la Groenlandia. Nulla su di loro senza di loro». L’Ue, che ha «un ottimo rapporto con la Groenlandia», proprio in occasione di una visita sull’isola di von der Leyen nel 2024, aveva annunciando accordi per 100 milioni di euro. Nel frattempo, il Commissario Ue alla Difesa, Andrius Kubilius, ha proposto di implementare la costituzione di un esercito europeo di almeno 100 mila uomini e di un Consiglio di Sicurezza Europeo insieme alla Gran Bretagna, riconoscendo che «i tempi della pax americana sono finiti».

Un cappellino anti-MAGA con la scritta “Now it’s NUUK!” e “Make America go away” in vendita a Copenaghen. Il modello, creato da un commerciante danese in protesta contro il rinnovato interesse di Donald Trump per la Groenlandia, è diventato virale. Credit: EPA/ Thomas Traasdahl.

Per ora, il risultato più palese è un sentimento antiamericano che cresce nell’isola e in Danimarca, dove è iniziato il boicottaggio di prodotti e servizi statunitensi. Nel centro commerciale di Nuuk, capitale della Groenlandia, sono stati messi in vendita (e subito esauriti) dei cappellini rossi che imitano quelli MAGA, ma con la scritta MAGA a significare “Make America go away”, (facciamo andare via l’America, ndr) e, sul fronte, la scritta “Nu det Nuuk!”, un gioco di parole che in danese allude alla capitale groenlandese ma anche all’espressione “Nu er det nok” (Ora basta, ndr)

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