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Plastica, ricerca su materiali da fonti alternative

di Lorenzo Russo

- Fonte: Città Nuova

Ben 450 milioni di tonnellate di plastica fossile prodotte nel 2025, il doppio rispetto al 2000. Allo studio bioplastiche da cellulosa facili da compostare

Inquinamento plastica Foto di Naja Bertolt Jensen su Unsplash

Materiali plastici sempre più sostenibili e in sostituzione di quelli fossili. Questo l’obiettivo dei ricercatori. La strada non è facile ed è ancora lunga, ma molti passi in avanti sono stati fatti.

La produzione mondiale di plastica aumenta di anno in anno. Siamo arrivati ad oltre 450 milioni di tonnellate di plastica fossile l’anno, di cui circa la metà viene usata una sola volta e poi gettata. Nel mese di agosto scorso è fallito il tentativo di limitarne l’uso durante il vertice dei 183 Paesi Onu a Ginevra. Troppa la pressione dei Paesi che sponsorizzano fortemente il petrolio, Arabia Saudita in testa.

L’Ocse – l’organizzazione internazionale di studi economici per i Paesi membri – prevede una produzione di materiali in plastica a 1.200 milioni di tonnellate entro il 2060 e stima circa 400 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica quest’anno. Di questi, solo il 10% viene riciclato. Il resto rimane nell’ambiente. Molto spesso finisce in mare e nei fiumi con conseguenze dannose non solo per la flora e la fauna, ma anche per l’uomo.

Nonostante ciò, qualcosa si muove per risolvere il problema, o almeno tentare di arginarlo. Sarà forse la paura di grossi contenziosi economici dai Paesi più sostenibili (l’UE in primis) ma varie multinazionali dell’industria chimica hanno iniziato a eliminare la produzione di Pfas, sostanze chimiche utilizzate in molti prodotti, noti per la loro resistenza e persistenza all’ambiente, ma anche per i potenziali rischi per la salute umana. L’Unione Europea ha iniziato ad imporre restrizioni al loro utilizzo. I Pfas si trovano ovunque, dalle padelle ai vestiti… Alcuni studi dimostrano la loro causa all’aumento di tassi di cancro e infertilità. Il taglio dei Pfas è un primo grande passo.

Ma anche dal lato della ricerca sono fatti grandi passi in avanti per trovare alternative alle plastiche fossili. Dopo l’ondata delle bioplastiche derivate da colture alimentari ora è il momento dei derivati dalla cellulosa. Le bioplastiche derivate dalla cellulosa sono più facili da compostare e hanno un’impronta ambientale molto bassa.

I ricercatori della Rice University e dell’Università di Houston hanno sviluppato un processo per ingegnerizzare la cellulosa batterica in materiali multifunzionali ad alta resistenza. Lo studio vede una tecnica di biosintesi dinamica che allinea le fibre di cellulosa batterica in tempo reale, producendo robusti fogli di un biopolimero con proprietà meccaniche migliorate.

L’ultima novità arriva dai giapponesi del Riken Center for Emergent Matter Science per quanto riguarda i derivati dalla cellulosa, ed è la “plastica solubile in acqua di mare”. Questo materiale si basa sulla chimica supramolecolare, utilizzando monomeri ionici legati da legami salini reversibili, che gli consente di mantenere la sua resistenza durante l’uso. Al termine del suo ciclo di vita si avvia una rapida degradazione (poche ore) in caso di esposizione ad ambienti salini (es. mare) e si decompongono completamente nel terreno entro dieci giorni, rilasciando sostanze nutritive simili a fertilizzanti.

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