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Italia > Scenari

Trump e il sogno dell’egemonia globale

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Uno sguardo allo scenario internazionale sempre più critico nell’intervista all’ambasciatore Pasquale Ferrara nell’era della politica della forza

Donald Trump e JD Vance EPA/AARON SCHWARTZ

Nonostante una comprensibile e persistente incredulità, l’immagine tradizionale di un’America come potenza benigna che ci protegge, un pilastro delle certezze occidentali del dopoguerra, sembra essersi incrinata, lasciando spazio a dubbi e incertezze. In questo contesto, la figura di Donald Trump emerge non come la causa di questa trasformazione, ma piuttosto come l’espressione più visibile di un cambiamento profondo e di strategie muscolari, formalizzate in documenti come la Strategia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti.

Ne abbiamo parlato con l’ambasciatore Pasquale Ferrara, scrittore e storico editorialista di Città Nuova, che dopo aver lasciato l’incarico di Direttore politica della Farnesina, oltre ad insegnare Diplomacy and Negotiation presso la Luiss di Roma, non lesina sforzi e iniziative a favore della pace mettendo a servizio la lunga esperienza in campo internazionale.

Sulle pagine di Avvenire, Ferrara ha evidenziato che nella nuova Strategia di Sicurezza Nazionale varata da Trump, «c’è la visione di un’Europa marginale, avversaria, opportunista e persino anti-democratica. Un’Europa che, tra l’altro, avrebbe lucrato per decenni sull’ombrello difensivo americano, come se non fosse altrettanto vero che gli Stati Uniti, dopo il 1947, hanno utilizzato l’Europa occidentale come una piattaforma strategica anti-sovietica, perseguendo i loro obiettivi di sicurezza globale, prima ancora che la sicurezza europea»

Gli Usa hanno reso pubblico a novembre 2025 il loro documento sulla Strategia per la Sicurezza nazionale dandone poi applicazione pratica ad inizio del 2026 con l’intervento militare in Venezuela.  Come va letta la filosofia di  questo testo che ha perlomeno il pregio della chiarezza?

È un testo che rivela un’accentuazione al contempo nazionalistica ed egemonica inedita da decenni.  Contrariamente ai riferimenti formali alla Dottrina Monroe del 1823, nata per difendere le nascenti repubbliche sudamericane dall’ingerenza delle potenze coloniali europee, la politica estera di Trump assomiglia molto di più al “corollario di Roosevelt” di inizio Novecento. La dottrina di Theodore Roosevelt non era affatto difensiva, ma affermava un mandato di sorveglianza e intervento degli Stati Uniti negli affari delle altre repubbliche americane.

Ne sono esempi concreti il recente intervento militare in Venezuela e la minaccia, durante le elezioni argentine, di ritirare un ingente credito americano se il voto non fosse stato favorevole a Milei. Questa riaffermazione muscolare del proprio dominio sull’emisfero occidentale non è fine a sé stessa, ma va letta nel contesto di un confronto geo-strategico globale. È una mossa volta a precludere l’influenza di potenze ritenute ostili, in primis la Cina, nel proprio “cortile di casa”.

Passando dallo scenario internazionale a quello interno, c’è il rischio di una nuova guerra civile negli Stati Uniti?

Dobbiamo stare attenti a trarre conclusioni affrettate, perché parliamo di un grande Paese, che ha una lunga storia democratica. Possiamo dire, tuttavia, che sta avvenendo una significativa “torsione securitaria” anche all’interno degli Stati Uniti, descritta da alcuni osservatori come una sorta di “auto-invasione” che colpisce soprattutto le città a guida democratica. Il problema non risiede tanto nell’esistenza di forze di polizia specializzate nel contrasto all’immigrazione – attive sin dai primi anni 2000 – quanto nel loro utilizzo ideologico, funzionale a proiettare un’immagine repressiva in linea con l’ideologia “MAGA”, che dipinge l’immigrazione come una minaccia esistenziale.

L’elemento più inquietante di questa dinamica è l’affermazione del vicepresidente, secondo cui queste forze godrebbero di “immunità assoluta”. Una dichiarazione del genere è pericolosa perché evoca direttamente il concetto giuridico di “stato di eccezione”: una situazione di emergenza, giustificata da una minaccia esagerata o fittizia, che permette di sospendere le normali garanzie dello stato di diritto. Tuttavia, questa deriva si scontra, per ora, con la solidità delle istituzioni americane. Nonostante la retorica, il sistema giudiziario mantiene la sua indipendenza. La minaccia, dunque, non è uno stato di eccezione già realizzato, quanto una pericolosa tendenza politica che testa i limiti dei contrappesi istituzionali.

Tornando sulla scena internazionale, Trump ha ribaltato la linea di Biden, dimostrandosi accondiscendente verso Putin, trattando direttamente una soluzione della guerra in Ucraina, che va incontro alle pretese di Mosca. È proprio così?

L’idea di una speciale simpatia personale tra Trump e Putin è un mito da sfatare. La vera motivazione dietro l’approccio dell’amministrazione americana è una certa fretta di liquidare questa vicenda ucraina. Le ragioni sono puramente strategiche: la guerra in Ucraina è una fonte di imbarazzo, crea frizioni con gli alleati europei e, soprattutto, distoglie la proiezione globale americana dal suo vero e principale avversario strategico: la Cina.

L’obiettivo strategico, spogliato di ogni retorica, è il raggiungimento di “una pace qualsiasi”, che molto probabilmente si tradurrebbe in un congelamento della linea del fronte. Questo approccio non risolverebbe le questioni territoriali né fornirebbe reali garanzie di sicurezza. La formalizzazione di un surrogato dell’articolo 5 della NATO è, allo stato attuale, una fantasia politica.  A meno che non si voglia creare una “mini-Nato” alternativa, centrata sull’Ucraina: una non-soluzione che la Russia non accetterebbe mai, e probabilmente neanche gli Stati Uniti. Insomma, non si può far rientrare dalla finestra ciò che è stato fatto uscire dalla porta.

Come valutare l’intenzione di alcuni Paesi di inviare le truppe in Ucraina dopo il possibile accordo di pace?

Qualsiasi forza di interposizione legittima necessita di un mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Tale mandato è irraggiungibile senza il consenso della Russia, che, in quanto membro permanente, detiene il potere di veto. Se non c’è l’intesa, ogni discussione su garanzie di sicurezza è priva di fondamento pratico.

Dunque ha fatto bene la presidente del Consiglio Meloni ad escludere il coinvolgimento di truppe italiane nella presenza dei “volenterosi” in Ucraina?

Sì nelle circostanze attuali e se questa posizione non è pregiudiziale. Tuttavia, la presenza italiana in scenari complicatissimi come il Libano dimostra che l’Italia non si sottrae a impegni rischiosi quando sono inseriti, in ossequio all’articolo 11 della Costituzione,  in un quadro internazionale legittimato da risoluzioni delle Nazioni Unite, che ne definiscono mandato, regole d’ingaggio e obiettivi.

A proposito di cessate il fuoco, quello imposto da Trump a Gaza secondo alcuni osservatori non è affatto un piano di pace ma una finzione che serve solo a completare la distruzione della Palestina fuori dai riflettori della orrenda carneficina operata su quel territorio. Cosa ne pensa?

Credo la recente fase di “cessate il fuoco” a Gaza, comunque benvenuta, non possa essere interpretata come un passo verso una pace sostenibile, ma piuttosto come una falsificazione politica. Dietro la retorica di un “piano di pace” si nasconde una realtà ben diversa.

Stiamo parlando di una grande operazione di camuffamento di un’aggressione ancora in corso, sia a Gaza che in Cisgiordania, con la parvenza di un sedicente percorso politico e di sicurezza dai contorni tuttora fumosi.

I fatti sul campo confermano questa analisi: i palestinesi a Gaza continuano a morire a centinaia, gli aiuti umanitari in gran parte continuano a essere bloccati, gli ospedali e le scuole restano fuori uso e diverse importanti organizzazioni non governative sono state bandite da Israele. E la realtà dell’occupazione progressiva ed incalzante dei territori palestinesi, addirittura con l’approvazione di nuovi insediamenti illegali, rimane fuori questione.

Ma l’obiettivo di questo “camuffamento” è anche più profondo: serve a rimuovere deliberatamente la questione palestinese dai riflettori internazionali.

Come sta avvenendo tale strategia?

Creando la finzione di un sedicente processo di pace, si distoglie l’attenzione globale, permettendo alla violenza strutturale e a quella diretta di proseguire senza pressione diplomatica. Il paradosso tragico è che l’esito finale di questo finto processo potrebbe essere la pietra tombale sullo stato palestinese, con la creazione di un protettorato a Gaza separato dalla Cisgiordania, in linea con le intenzioni di Netanyahu e probabilmente di Trump.

Le rivolte in atto in Iran possono condurre ad un cambio del regime teocratico agevolato dal sostegno di un intervento militare esterno?  Oppure si prevede che tutto verrà messo a tacere brutalmente come alte volte nella storia recente di quel Paese?

Credo che un’aggressione esterna rischierebbe di compattare il fronte interno. In ogni caso, annullerebbe ogni possibilità di evoluzione organica, con il rischio di produrre una reazione autoritaria ancora più dura. Teniamo presente che l’Iran non è stato mai assoggettato a un regime coloniale e che il suo popolo è estremamente fiero di questa unicità storica, che alimenta – almeno nella maggioranza degli Iraniani – una radicata avversione verso qualsiasi tentativo di imposizione da parte di potenze straniere.

E allora cosa si può fare? Esistono alternative, tipo il ritorno ventilato del figlio dello Scià di Persia?

Sono convinto che solo un movimento con una piattaforma politica che abbia radici autentiche nel tessuto sociale iraniano possa rappresentare una via d’uscita praticabile dalla tragica situazione attuale. Occorre ricordare che la rivoluzione del 1979 fu essenzialmente una rivolta sociale perché le condizioni di vita sotto lo Scià erano diventate totalmente disperate. Lo sfruttamento e il privilegio della classe dirigente erano così lampanti da rendere la situazione insostenibile. Per questo la menzione del figlio dello scià Pahlavi come salvatore della patria mi pare quanto meno azzardata. Occorre piuttosto sostenere con discrezione le forze interne, che devono restare autonome nei loro fini e nella loro organizzazione, allo scopo di promuovere una transizione graduale a guida esclusivamente iraniana come alternativa all’idea di un cambio di regime imposto “a suon di cannonate”, con effetti imprevedibili.

Nell’intervista al New York Times, il presidente Usa ha detto di non riconoscere alcun limite all’ azione che quella della sua personale volontà, dimostrando di non tenere in minimo conto il diritto internazionale. Ogni politica realistica non dovrebbe tener conto di questo dato di fatto?

Sono le dichiarazioni di Trump contro la legalità internazionale ad essere irrealistiche in un mondo che non è più unipolare. Gli Stati Uniti devono fare i conti con attori globali e potenze nucleari del calibro di Cina e Russia. Questo approccio dell’attuale inquilino della Casa Bianca, tuttavia, non è un’invenzione di Trump, ma l’espressione più radicale di una tendenza ricorrente nella politica estera americana. Già in passato, correnti come quella dei neoconservatori vedevano le istituzioni multilaterali come meri strumenti, affermando che l’unica vera autorità a cui gli USA dovessero rispondere fosse il proprio Senato.

Questo paradigma sposta l’obiettivo dalle logiche di “guadagni assoluti”, in cui la cooperazione porta benefici a tutti, a quelle dei “guadagni relativi”, dove l’unico scopo è privilegiare gli interessi americani rispetto a quelli di chiunque altro. Si tratta di una strategia dove alla fine non esistono più vincitori e perdenti, ma rischiamo di perderci tutti.

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