Fabrizia camminava per strada senza una meta. Certe persone non camminano, ma infestano i luoghi come fantasmi tornati a reclamare qualcosa. Fabrizia era una di queste. Si muoveva tra le vie del nostro piccolo comune di valle come un’ombra fuori posto, portando con sé l’odore della pioggia e di una rabbia antica. Per la burocrazia del mio ufficio, era una “senza fissa dimora”. Per la memoria del paese, era una ferita mai del tutto richiusa.
Era uscita da poco dalle porte di un carcere femminile, dove aveva finito di pagare un debito con la legge che risaliva alla sua giovinezza. Una giovinezza selvatica, intrisa d’arte e di una libertà che non accettava confini. Anni prima, quella stessa libertà, in un impeto di rabbia, l’aveva portata a brandire un coltello contro la zia che la ospitava, colpevole di volerla ingabbiare in un ruolo di madre che non le apparteneva.
Fabrizia amava sua figlia, una bambina dagli occhi grandi nata da un amore di passaggio, ma la amava a modo suo. Amava portarla nei boschi, nei freschi pomeriggi autunnali, e fotografarla, mentre la piccina di pochi mesi farfugliava sdraiata sopra un tappeto di foglie d’acero larghe, dai colori vivaci, di un rosso acceso, o gialle, com’è tipico trovarle nei paesi di montagna. Fabrizia era un tutt’uno con la natura, e la sua piccola, infagottata in una cuffia di lana, diventava una principessa pagana, incoronata di margherite, con la boccuccia spalancata in un pianto che Fabrizia, persa dietro l’obiettivo, non sentiva. «Ancora un poco, piccola – le sussurrava –, ancora un’ultima foto». Non le importava del freddo o della fame; le importava solo di catturare quell’attimo di bellezza selvaggia, di fermare il tempo in un’immagine.
Ma il mondo ha le sue regole, e l’amore di Fabrizia fu giudicato inadeguato. I servizi sociali e un giudice decisero che quella bambina aveva bisogno di calore e di orari, non di corone di fiori e pomeriggi gelidi. La piccola le fu strappata e grazie alla pietà e al buon cuore del medico del paese, evitò l’istituto e trovò una nuova casa e una nuova famiglia. Fabrizia invece venne prima estradata, trovando rifugio in Francia, poi incarcerata, quando tentò di oltrepassare il confine per rientrare in Italia.
Passarono gli anni, circa 15. Un tempo abbastanza lungo perché una bambina diventi una ragazza, e perché una donna si perda nel tentativo di ritrovarsi. Fabrizia sapeva dipingere e aveva provato a vivere della sua arte, a vendere le sue tele, ma il mondo le aveva chiuso ogni porta in faccia. Così, delusa e indurita, tornò. Tornò nell’unico posto che era stato sia la sua culla che la sua tomba.
Il giorno in cui irruppe nel mio ufficio, era una fortezza. Mi aggredì con lo sguardo, pretendendo un alloggio e del cibo, come se il mondo le dovesse un risarcimento per tutto ciò che le aveva tolto. Non conoscevo ancora la sua storia, vedevo solo la sua corazza. Ma, essendo conosciuta dai servizi, in accordo con un’assessore, anche lei donna, decidemmo di non respingerla. Le garantimmo un tetto e un pasto giornaliero, e io iniziai a scavare.
Fu in un vecchio fascicolo, sepolto nell’archivio, che trovai la chiave. Tra le pagine ingiallite non c’era solo la cronaca di un’anima instabile, ma il battito furioso di un cuore di madre. Capii tutto. Non era tornata per una casa o per del cibo. Era tornata per lei. Era un animale ferito che torna sulle tracce del suo cucciolo perduto. Voleva vederla, anche solo da lontano? Voleva perdonarsi, o essere perdonata? Dentro quella conchiglia di rabbia e diffidenza, Fabrizia nascondeva la sua perla: un amore intatto, disperato, che l’aveva guidata fin lì come un’infallibile bussola del dolore.
La sua ricerca era caotica, disperata. Malgrado tentasse di nasconderlo, ben presto divenne visibile; niente e nessuno poteva distoglierla dal cercarla. Passava le ore fra patatine e cicche varie, davanti al liceo, all’uscita delle lezioni, scrutando centinaia di volti di adolescenti nella speranza di riconoscere un paio di occhi grandi e accigliati… Il resto del tempo lo trascorreva nei bar, accumulando conti che addebitava al Comune con sprezzante arroganza. Attraverso i vigili urbani, nostri alleati, cercavamo di tenere sotto controllo la sua condotta.
Un giorno, la sua rabbia esplose contro un barista, e il vetro di una vetrina andò in frantumi. Il paese ebbe paura. Il sindaco, i carabinieri, il segretario comunale: un coro unanime mi chiese di agire. Volevano che la certificassi in qualche modo come un “pericolo pubblico”, che scrivessi una relazione per allontanarla, per rispedirla da dove era venuta. Ma io non potevo. Non avevo in bagaglio altre esperienze simili, ma di una cosa ero certa, dovevo fare gli interessi dell’utente senza sconvolgere gli interessi dell’ente.
Fui chiamata d’urgenza dal segretario comunale: «Qui c’è un pericolo pubblico, bisogna fare qualcosa». Risposi con calma e sicurezza: «Io posso relazionare su come la signora si comporta verso i nostri servizi, non posso fare l’elenco dei danni causati in giro, non scrivo per il gazzettino. Facciano ognuno le loro denunce». Il mio ruolo non era quello di condannare, ma di proteggere, anche chi sembrava non voler essere protetto. Scrissi che si trattava di un caso senza fissa dimora e che occorreva coinvolgere altri servizi competenti. Proposi l’unica via che mi sembrava giusta: un trattamento sanitario obbligatorio. Fabrizia fu portata in ospedale, nel reparto di psichiatria.
Quando andai a trovarla, insieme all’assessore, trovammo una donna diversa, che ci accolse in un modo nuovo e inaspettato. Le medicine avevano placato la tempesta, e si mostrava spogliata da tutte le corazze, la conchiglia era aperta e potevi vedere la perla, ancora sporca in alcuni punti ma lucidissima in altri, come nuova, appena nata, priva delle impronte digitali di alcuno, te la mostrava senza difese, senza paura di essere raccolta, viva.
Quella perla brillava nei suoi occhi lucidi, grandi e preoccupati. Ci disse senza maschere e con una voce che sembrava arrivare da un luogo profondo e segreto: «Io non voglio farle del male, non voglio spaventarla. Ma vi prego… quando compirà 18 anni, datele questi da parte mia, come segno del mio affetto». Ci tese due grossi album, curati con una dedizione struggente. Dentro c’erano le foto. Ingrandimenti artistici, bellissimi, di una neonata incoronata di margherite su un letto di foglie rosse e gialle. Erano tutto ciò che le era rimasto di sua figlia. Erano la reliquia del suo unico, vero amore nascosto.
Dopo le dimissioni, Fabrizia accettò l’aiuto del Centro di Salute Mentale. Scelse di vivere in una piccola comunità alloggio, non lontano da lì. Non cercò più sua figlia. Le bastava sapere che esisteva, che respirava la sua stessa aria. Divenne una presenza discreta, un pianeta silenzioso che aveva scelto di orbitare per sempre, a debita distanza, intorno alla sua stella perduta.