Miami. Tutto il quartiere di Wynwood inalbera orgoglioso dei magnifici murales, che testimoniano le diverse scuole della Street art. Nel Design District, tali forme di decorazione urbana non vengono minimamente disdegnate, tra le boutique del lusso, fanno bella mostra di sé numerosi esempi di pittura murale; ma è più a sud, nel distretto dell’arte di strada, che tali forme di contemporaneità assumono lo status di arte riconosciuta. Al punto che un intero compound è stato consacrato alla creazione di un museo apposito, il Wynwood Art Walls.

Fu inaugurato nel 2009 da Tony Goldman, per riqualificare un’area industriale di magazzini abbandonati, ma oggi è considerato una delle gallerie di Street art più importanti al mondo. Le sue mura ospitano murales monumentali realizzati da oltre cento artisti internazionali, tra cui nomi iconici come Shepard Fairey, Kenny Scharf e Os Gemeos. Oltre ai muri esterni, il complesso comprende gallerie al chiuso, giardini curati e installazioni scultoree che cambiano periodicamente. Definito spesso come le Olimpiadi della Street art, il museo attrae ogni anno milioni di visitatori.

Passeggiando nei diversi spazi disposti degli artisti di strada, mi chiedo dove si situi il confine tra kitsch e arte, quanto vi sia di manierismo, quanto di creatività e quanto di business, quanto di vera ispirazione artistica nell’infinita gamma di colori e forme che ricoprono i muri di questo distretto di Wynwood. Non ho risposta, ma gran parte di quel che vedo m’appare fake, del peggiore per giunta. Meglio, molto meglio, quel che resta fuori dal museo, con le sue sbavature, le crepe nei muri, gli errori di prospettive, le stranezze delle associazioni tra murales contigui. M’incantano le grosse bocche antincendio, le cabine elettriche e le infrastrutture che sono state anch’esse ricoperte dall’opera degli artisti di strada, spesso con spunti di pura genialità, aiutati in ciò dalle mille mani dei cittadini che hanno contribuito alle opere d’arte incollando adesivi o altre forme colorate sull’opera prima dell’artista di strada di turno.

Kingston. Nella parte est della capitale giamaicana, si estende un quartiere povero, Fleet Street, abitato soprattutto da immigrati caraibici e da chi non ha nulla o quasi per vivere. Si tratta di un rione che conta quasi esclusivamente abitazioni a un solo livello: spesso sono casette in muratura – foratini mal messi –, ma il più delle volte sono costruzioni in scarti di legno, cartoni, plastica e chi più ne ha più ne metta. Ma il quartiere mantiene un suo indubbio cachet, perché ospita le opere di una gran quantità di artisti di strada, che spesso abitano qui e che hanno ricoperto le loro case con opere di Street art spesso di grande impatto.
Un progetto ha cercato di sostenere la vita del quartiere: LifeYard ha preso in comodato dei vecchi magazzini dismessi e senza più copertura, affidandone i muri rimasti ai migliori artisti in azione a Downtown, con risultati direi esaltanti. Varcando la soglia del magazzino di LifeYard si ha l’impressione di cambiare di luogo, di accedere a un mondo di sogni, nel quale si può però entrare solo a condizione di non cercare spiegazioni razionali, né carichi di aspettative irrealistiche. Questo sì, bisogna avere una buona dote di sete di giustizia e liberazione, un giudizio solo estetico annullerebbe ogni capacità di comprensione.

Volti psichedelici, vallate alpine pure come l’acqua, relazioni schizofreniche, grafismi dalla difficile decifrazione: il passaggio nella LifeYard è un percorso catartico, che per un visitatore può essere anche non poco divertente, mentre per chi abita da queste parti questo santuario della Street art è una bibbia della lotta per un futuro più degno, più giusto, meno nero. Pochi giorni fa ero agli Wynwood Art Walls di Miami: c’era arte separata dall’esistenza quotidiana, e perciò ogni cosa sembrava fake, mentre qui siamo nel pieno della quotidianità, per cui questo museo senza biglietto (a Miami era di 20 dollari) è un brano di verità.

Nato dalla visione del gruppo multidisciplinare Paint Jamaica, il progetto ha convertito un’area degradata in un polo culturale e agricolo a cielo aperto. L’obiettivo principale è stato quello di utilizzare l’arte urbana e i murales per cambiare la narrativa di una zona spesso associata alla violenza, promuovendo invece pace e orgoglio locale. Oltre all’estetica, LifeYard integra un forte impegno verso la sostenibilità attraverso la creazione di orti urbani che forniscono cibo fresco alla comunità. Oggi lo spazio funge da centro educativo, galleria d’arte e ristorante farm-to-table, diventando una tappa di turismo responsabile.
La realtà: dipende dal punto di vista.