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La strategia imprevedibile di Trump: intervista a Mario Giro

a cura di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Dal Venezuela all’Ucraina e alla Groenlandia, uno scenario internazionale che sfugge ad ogni capacità di previsione con il rischio dell’espansione delle guerre. Il possibile ruolo dell’Europa. Dialogo con l’esponente della Comunità di Sant’Egidio, ex viceministro degli Esteri

Donald J Trump 4 gennaio 2026 EPA/AARON SCHWARTZ / POOL

Come orientarsi in un panorama globale segnato da crescenti tensioni e rapidi mutamenti? Ne abbiamo parlato con Mario Giro della Comunità di Sant’Egidio, già viceministro degli Esteri, esperto di politica e cooperazione internazionale nonché editorialista del quotidiano Domani.

Quale chiave di lettura possiamo riscontrare nel tentativo di leggere il complesso scenario internazionale del nostro tempo?

Innanzitutto, l’imprevedibilità. Trump usa il sistema dei continui annunci e smentite. L’aveva detto all’inizio del suo primo mandato: la nostra forza sarà l’imprevedibilità. Quindi ormai tutti si aspettano di tutto e questo dà forza alle minacce, evidentemente.

Ma tale tattica vale solo verso i Paesi più deboli o si rivolge anche ad esempio alla Cina?

Vale anche nei confronti della Cina, perché la Cina è quella che più risente negativamente dell’operazione Usa in Venezuela perché il petrolio venezuelano veniva venduto essenzialmente tutto in Cina. Maduro aveva spostato il Paese molto più vicino a Pechino di quanto avesse fatto Chavez.

Davanti a questa logica cosa può fare l’Europa?

Di fronte alla “stagione della forza” imposta dalle superpotenze, l’Europa non può e non deve cercare di competere sullo stesso terreno. La sua vera vocazione, ereditata da padri fondatori come Schuman e De Gasperi, è quella di incarnare i principi del diritto internazionale, del multilateralismo e della pace. L’errore più grande sarebbe tentare di trasformarsi in una superpotenza militare. Anche perché sarebbe  troppo tardi, economicamente insostenibile e contrario alla sua stessa cultura.

Il compito dell’Unione Europea è invece quello di “resistere”, custodendo un modello alternativo e attendendo il ritorno a un sistema basato sulle regole, forte della sua stessa storia che insegna che la guerra non porta niente di buono.

Ma di fatto l’Unione Europea ha dichiarato a partire dai suoi vertici che è ora di trasformare la propria economia in assetto di guerra e ha varato un vasto piano di riarmo?

Credo che, nonostante i proclami su un’economia di guerra, l’impegno europeo per il riarmo, al momento, sia composto principalmente da “parole”. Gli 800 miliardi di euro previsti fino al 2030 sono insignificanti se paragonati agli oltre 800 miliardi di dollari che gli Stati Uniti spendono ogni singolo anno. Lo scopo reale del minacciato riarmo non è sfidare le superpotenze, ma al massimo esercitare una certa deterrenza nei confronti della Russia.

Se sul piano militare l’Europa non può competere con le superpotenze, questo non significa che sia un attore irrilevante. Ad esempio, contrariamente alla narrazione comune che dipinge un’Europa marginale e ininfluente, il suo peso politico è dimostrato proprio dall’impasse sulla guerra in Ucraina. Se l’Unione Europea fosse irrilevante, un accordo tra Washington e Mosca sarebbe già stato raggiunto da tempo. L’Ue fa quello che può per cercare di salvare l’Ucraina da una pace indegna.

In un’intervista a Repubblica, Andrea Riccardi ha ribadito che ha poco senso ed è eccessivamente costoso un riarmo delle singole nazioni paventando il pericolo di una crescita del potere militare in Germania, citando le premonizioni dello storico Cancelliere tedesco Helmut Kohl. Altra cosa sarebbe un esercito europeo, che tra l’altro razionalizzerebbe i costi, ma è possibile realizzarlo senza una politica estera e di difesa comune? Chi lo comanderebbe?

La sfida relativa al coordinamento e comando effettivo di un esercito europeo non è insormontabile. L’esperienza decennale di collaborazione all’interno delle strutture della Nato ha abituato gli eserciti europei a operare insieme, rendendo un comando condiviso non impossibile da immaginare.

Un freno significativo all’integrazione della difesa comune si manifesta anche nella competizione gli interessi industriali delle imprese nazionali che prevalgono sulla logica della cooperazione e della standardizzazione a livello continentale. Come si può concepire una politica estera comune considerando anche la spaccatura all’interno delle stesse coalizioni?

In effetti l’opinione pubblica europea è largamente unita sulla solidarietà nei confronti dell’Ucraina. Ma il consenso si frantuma quando si tratta di definire i mezzi da utilizzare. Emerge una netta spaccatura tra chi sostiene un robusto aiuto militare e chi, invece, privilegia la via diplomatica e la non-escalation con la Russia. Questa polarizzazione interna anche ai partiti rende complessa la formazione di una politica estera comune coesa, e rappresenta una vulnerabilità che attori esterni possono sfruttare per indebolire la risolutezza dell’Unione. Come spesso accaduto nella sua storia, è proprio durante le crisi che l’Europa trova la spinta per rafforzarsi. Il contesto attuale, sebbene denso di pericoli, sta accelerando la cooperazione in materia di politica estera e di sicurezza, spingendo gli stati membri a superare, almeno parzialmente, le divisioni storiche. A volte necessariamente senza avere il consenso di tutti ma avanzando tramite coalizioni rafforzate su alcuni punti.

Trump appare pronto a sfidare l’Europa su altri fronti strategici, come quello della Groenlandia. Si spingerà davvero fino ad occuparla?

La rivendicazione americana si fonda su un accordo del 1951 con la Danimarca che permette agli Usa di espandere le proprie basi militari “senza limiti”. Poiché la Groenlandia è uscita dall’Ue nel 1985, è strategicamente esposta rimanendo legata solo al regno di Danimarca. Teniamo presente che l’interesse di Trump va oltre la presenza militare, mirando al controllo delle “terre rare” e di altre risorse strategiche. Credo che alla fine si potrà arrivare ad una proposta diplomatica europea per un “condominio” internazionale che gestisca con gli Usa la sicurezza e le risorse dell’Artico, che entro 20 anni sarà navigabile a causa del riscaldamento climatico e quindi sempre più oggetto di contesa.

Prima ancora che verso l’esterno, la politica di Trump non rischia di portate gli Usa verso la guerra civile? L’assassinio a sangue freddo di una cittadina di Minneapolis da parte delle squadre speciali dell’Ice non rappresenta una tappa verso l’abisso?

Non credo che sia davvero possibile arrivare alla guerra civile negli Usa. La polarizzazione americana è una storia iniziata più di vent’anni fa con la virulenta reazione alla presidenza Obama e l’influenza dei neoconservatori ai tempi di George W. Bush. La forza di Donald Trump risiede nella sua capacità di unire gruppi eterogenei e apparentemente contraddittori: dai sostenitori dei valori tradizionali di “Dio, patria e famiglia” ai “transumanisti” della Silicon Valley che credono nell’evoluzione tecnologica dell’umanità — una coalizione legata non da un’ideologia coerente, ma da un’opposizione condivisa all’establishment precedente. Sebbene il successo di opere come il film “Civil War” testimoni una profonda guerra culturale, il rischio di un conflitto armato non appare all’orizzonte perché molto lontano dal pensiero dei democratici anche della tendenza socialista di Sanders e Mamdani.

Cosa si può prevedere per il Venezuela dopo il rapimento di Maduro e della moglie con un’operazione che ha provocato almeno 100 vittime civili?

L’azione americana in Venezuela è una moderna espressione della “dottrina Monroe”, promossa dall’ala neoconservatrice del movimento Maga [Make America Great Again, Rendere l’America di nuovo grande, ndr], che tuttavia ha al proprio interno anche correnti contrarie ad ogni interventismo esterno. L’obiettivo strategico non è il bisogno di petrolio venezuelano, ma la necessità di impedire che Cina e Russia ne beneficino, consolidando la loro presenza nell’emisfero occidentale. A mio parere gli Stati Uniti non procederanno a un’occupazione militare, ma cercheranno di “governarla da remoto” influenzandone le decisioni, sfruttando la storica tradizione di presenza degli Usa in America Latina.

Come valutare le intenzioni dei cosiddetti volenterosi Paesi europei pronti a schierare le truppe in Ucraina dopo il cessate il fuoco con la Russia? Non è una mossa che provoca la Russia che ha invaso l’Ucraina proprio per non avere la Nato a Kiev? Perché non sostenere l’intervento dell’Onu?

L’approccio europeo, tramite una “coalizione dei volenterosi”, mi pare una reazione pragmatica che risponde all’inefficacia dell’Onu. Sulla questione delle truppe, la richiesta ucraina di una presenza occidentale è sul tavolo, ma credo che al massimo si arriverà ad un posizionamento alle frontiere dell’Ucraina. La posizione dell’Italia di Giorgia Meloni, che ha escluso l’invio di soldati, mi sembra che risponda ad un certo realismo in una situazione delicata e ancora confusa. Peraltro, se si giungesse ad una presenza Onu, l’Italia potrebbe rivedere la propria posizione.

Tutti i vari avvenimenti internazionali sembrano spiegarsi sulla sfida tra Cina e Stati Uniti. Siamo davanti allo scontro inevitabile secondo la formula della Trappola di Tucidide?

Non bisogna cadere nell’inganno dell’ineluttabilità di una guerra con la Cina, mediante il determinismo della cosiddetta “trappola di Tucidide”. Tra l’altro la storia ci offre una prospettiva illuminante: Atene perse la guerra del Peloponneso contro Sparta, eppure oggi Atene esiste ancora e Sparta non esiste più da secoli. Questo dimostra che la vittoria militare non coincide necessariamente con la vittoria nella lunga prospettiva della storia. D’altronde, Trump, essendo un uomo d’affari, preferirà sempre risolvere le questioni attraverso le transazioni piuttosto che con la guerra aperta.

Ma la sua politica d’assalto e senza regole, da gangster come dicono alcuni, è imprevedibile. Ha fermato una nave russa provocando Mosca. Non potrebbe accendere tante micce per scatenare un casus belli inarrestabile?

La guerra in Ucraina è “la miccia più grossa” dello scenario attuale. Il suo potenziale di escalation è immenso, principalmente a causa del rischio legato ad un possibile utilizzo dell’arma atomica tattica, che proietterebbe il mondo in un’era dalle conseguenze incalcolabili. In questo scenario l’Europa si trova in una posizione difficile ma cruciale. Il suo compito strategico è quello di preservare e incarnare i principi di un ordine internazionale basato sul diritto e sul dialogo, agendo come un polo di stabilità in attesa di tempi migliori in cui la logica della cooperazione possa tornare a prevalere su quella del conflitto.

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