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Giubileo 2025: la speranza “con i piedi per terra”

di Vittoria Terenzi

- Fonte: Città Nuova

Il Giubileo 2025 ha visto milioni di pellegrini a Roma come segno di una ricerca spirituale viva, che chiama la Chiesa a essere accogliente, credibile e capace di testimoniare una speranza concreta. Papa Leone XIV invita a trasformare l’esperienza giubilare in impegno quotidiano per la pace, la riconciliazione e una storia nuova

Papa Leone XIV chiude la Porta Santa della Basilica di San Pietro nella solennità dell’Epifania, segnando la conclusione ufficiale dell’Anno Giubilare 2025. Vaticano, 6 gennaio 2026. Credit: ANSA / REUTERS / Yara Nardi.

«Dopo le porte sante, si aprano ora altre porte di case e oasi di pace in cui rifiorisca la dignità, si educhi alla non violenza, si impari l’arte della riconciliazione». Le parole di papa Leone XIV nella solennità dell’Immacolata dell’8 dicembre scorso hanno esortato tutti ad allargare gli orizzonti, a volgere lo sguardo al futuro. Non una fine, ma un nuovo inizio: «Con animo grato ci accingiamo a chiudere questa Porta Santa, varcata da una moltitudine di fedeli, sicuri che il Buon Pastore tiene sempre aperta la porta del suo cuore per accoglierci tutte le volte che ci sentiamo stanchi e oppressi», ha detto il papa all’inizio del rito di chiusura della porta santa della basilica di san Pietro.

Nel 2025 la città di Roma ha accolto oltre 33 milioni di pellegrini provenienti da 185 Paesi (il 62% dall’Europa, con l’Italia primo paese per numero di fedeli) e circa 7mila sono stati i volontari che hanno lavorato per il Giubileo, secondo le stime ufficiali. «Chi erano e che cosa li muoveva? – ha chiesto papa Leone nell’omelia del 6 gennaio −. Ci interroga con particolare serietà, al termine dell’Anno giubilare, la ricerca spirituale dei nostri contemporanei, molto più ricca di quanto forse possiamo comprendere. Milioni di loro hanno varcato la soglia della Chiesa. Che cosa hanno trovato? Quali cuori, quale attenzione, quale corrispondenza?».

È significativa la presenza di tanti pellegrini nelle chiese, di persone che si sono accostate al sacramento della riconciliazione, che in cuor loro hanno deciso di ripartire da Cristo e questi segni impegnano tutta la comunità ecclesiale ad essere testimonianza vera di un Dio vivente nella storia, che cammina insieme a noi, che per noi si è fatto uomo. «Il Giubileo è venuto a ricordarci che si può ricominciare, anzi che siamo ancora agli inizi, che il Signore vuole crescere fra di noi, vuol essere il Dio-con-noi – ribadisce il papa −. Sì, Dio mette in questione l’ordine esistente: ha sogni che ispira anche oggi ai suoi profeti; è determinato a riscattarci da antiche e nuove schiavitù; coinvolge giovani e anziani, poveri e ricchi, uomini e donne, santi e peccatori nelle sue opere di misericordia, nelle meraviglie della sua giustizia. Non fa rumore, ma il suo Regno germoglia già ovunque nel mondo».

È l’invito a non stancarci di essere in cammino, a mantenere accesa la fiaccola della speranza e, mentre scorrono nella mente i ricordi dei momenti più significativi di questo anno santo della speranza – l’incontro dei giovani a Tor Vergata, l’ultimo saluto a papa Francesco, l’elezione del nuovo papa – la Chiesa annuncia che bisogna affrettare il passo, raggiungere nuove mete, costruire ponti di comunione, aprire varchi di speranza. «Siamo vite in cammino», ha sottolineato il papa. «Il Vangelo impegna la Chiesa a non temere tale dinamismo, ma ad apprezzarlo e a orientarlo verso il Dio che lo suscita». L’anno appena trascorso, che ci ha reso pellegrini di speranza, è stato anche segnato da conflitti a livello mondiale che hanno cercato di minare questa speranza creando forti diseguaglianze davanti alle quali ognuno si è sentito spesso impotente.

C’è una pace ancora da costruire, un’opera artigianale che chiede a tutti di essere consapevoli e partecipi affinché «gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle, al posto delle diseguaglianze ci sia equità», ha detto papa Leone all’Angelus del 6 gennaio. «La speranza che annunciamo dev’essere coi piedi per terra: viene dal cielo, ma per generare, quaggiù, una storia nuova. Nei doni dei Magi, allora, vediamo ciò che ognuno di noi può mettere in comune, può non tenere più per sé ma condividere, perché Gesù cresca in mezzo a noi».

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