Un Mediterraneo quale ponte di pace tra tre continenti. È questa la prospettiva al centro della tre giorni proposta a Cagliari dal 5 al 7 dicembre 2025 che ha visto la partecipazione di numerosi testimoni e attivisti impegnati in controtendenza del prevalente scenario di guerra. Tra questi abbiamo intervistato Luca Gervasoni che incarna la complessità e la ricchezza del Mediterraneo. Di origine italiana ma cresciuto a Barcellona, la sua vita e il suo impegno professionale sono un ponte tra le due sponde di questo mare denso di storia e conflitti.
Gervasoni è il direttore e fondatore di Novact (Novact Institute for Nonviolence) con sede a Barcellona e svolge la sua attività tra diverse capitali mediterranee e la grande città catalana.
In un momento storico così cupo, segnato da conflitti e dalla crisi delle democrazie, dove è possibile trovare motivi concreti di speranza?
So che è difficilissimo trovare motivi di speranza, però vorrei condividerne almeno uno. Francesca Albanese dice spesso che la situazione che si sta vivendo in Palestina, e la coscienza di ciò che vi succede, è come la pillola rossa di Matrix. Prendendo quella pillola si impara a vedere la realtà, è una specie di risveglio. Io questo lo credo davvero.
Quando ci avviciniamo a capire tutto quello che sta succedendo in Palestina, il genocidio a Gaza, in qualche modo capiamo le dinamiche del potere, tutte le complicità silenziose che rendono possibile la violenza. Capiamo perfino come l’islamofobia militante, che rende possibile la disumanizzazione dei palestinesi e quindi il genocidio, sia la stessa dinamica che permette le sparatorie nelle strade italiane ed europee. Questo risveglio, questo capire le dinamiche del potere, credo stia creando un movimento politico diverso.
Questo risveglio, tuttavia, si sta rivelando ben più di un mero esercizio intellettuale: è la base su cui si sta costruendo una risposta politica tangibile e organizzata.
Può fornirci esempi concreti di questa presa di coscienza, in particolare in Spagna?
In Spagna abbiamo creato un movimento caratterizzato da una diversità, una pluralità e un’orizzontalità straordinarie. Si sono create alleanze con le comunità musulmane, con le quali prima non c’era una vera dinamica di lavoro e mobilitazione, che hanno prodotto risultati concreti. Abbiamo avuto la capacità di fermare navi che, portando armi verso Israele, volevano fare scalo in Spagna. Siamo riusciti a spingere il governo a sostenere un embargo militare verso il governo di Netanyahu . Abbiamo realizzato alcune delle mobilitazioni più grandi d’Europa
Il suo intervento a Cagliari ha avuto come titolo “da Barcellona a Barcellona”. A cosa fa riferimento?
Il primo “Barcellona” ” si riferisce alla Dichiarazione di Barcellona del 1995 e all’avvio del Processo Euromediterraneo (PEM), una partnership che mirava a creare stabilità, sicurezza e prosperità tra l’Unione Europea, che allora contava 15 Stati, e 12 Paesi del Mediterraneo meridionale e orientale.
A rileggerlo oggi, dopo tutto quello che è successo, sembra incredibile. È importante sottolineare che fu un vero e proprio patto, siglato dai capi di governo delle sponde sud ed est del Mediterraneo insieme all’Unione Europea. Si fondava su tre pilastri fondamentali:
- Pace e sicurezza: Pur con elementi problematici come l’inclusione della politica antiterrorista, c’era una visione forte che mirava a fare del Mediterraneo un’area di pace globale.
- Cultura e scambio: Questo era l’aspetto forse più interessante. Si voleva mettere la cultura al centro, creando un “Erasmus Mediterraneo” per favorire l’incontro tra i giovani di tutte le sponde.
- Economia e finanza: L’idea era quella di creare una vasta zona di libero scambio commerciale, un punto che ha sempre generato forti critiche ma che testimonia il livello di ambizione del progetto.
Questa visione è stata poi istituzionalizzata con l’Unione per il Mediterraneo. Quali fattori hanno causato la crisi di questa architettura istituzionale?
Ci sono stati vari motivi, ma due sono stati determinanti. Il primo è stato l’impatto delle rivoluzioni arabe del 2011 che, a partire dalla Tunisia e Egitto, ha cambiato totalmente la visione del Mediterraneo. Devo riconoscere un mio errore: nel 2010 mi incaricarono di analizzare le dinamiche sociali in Egitto e conclusi che non c’era nulla da fare, che non sarebbe successo mai niente. La forza che è esplosa poco dopo ha dimostrato quanto fosse imprevedibile e potente quel momento. A quella stagione incredibile, però, è seguito quello che oggi possiamo definire il “decennio della repressione”, con l’eliminazione sistematica dello spazio civico e una crisi profonda delle democrazie su entrambe le sponde.
Il secondo elemento, strettamente connesso, è la perdita totale di credibilità dell’Europa. Un tempo, pur con tutte le sue incoerenze, l’Europa poteva rappresentare uno “specchio”, un modello di riferimento per la democrazia e i diritti umani. Oggi abbiamo perso completamente questo ruolo. Questo fallimento storico ha lasciato un vuoto che oggi viene riempito da una proposta istituzionale cinica e svuotata di ogni ideale.
A trent’anni dal primo incontro, La Commissione europea e l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza hanno presentato lo scorso ottobre 2025 un nuovo Pact for the Mediterranean che punta a costruire uno Spazio Mediterraneo Comune, “più connesso, prospero, resiliente e sicuro”. Cosa dimostra, a suo parere, questo documento delle reali priorità dell’Unione Europea oggi?
L’Unione Europea ha deciso di lanciare questo “Patto per il Mediterraneo” per dare nuova energia alla sua visione. Per capirne la natura, bastano pochi elementi. Israele era uno dei governi presenti ai negoziati. Nonostante questo, e nonostante il genocidio in corso, il documento finale non solo non menziona il genocidio, ma non parla neanche di occupazione militare. La questione palestinese è stata completamente cancellata dall’agenda, nonostante si parli di futuro, economia e progetti energetici. È una rimozione deliberata della realtà.
Lo scopo reale, a mio parere, non è la pace o lo scambio culturale, ma contenere la migrazione esternalizzando le frontiere. Si punta a stabilizzare regimi autocratici nel Sud del Mediterraneo affinché blocchino i flussi migratori.
In sostanza non è un vero “patto”. È una politica decisa unilateralmente dalla Commissione Europea, offerta ai paesi del Sud principalmente per ottenere fondi in cambio di un maggiore controllo delle frontiere, stabilizzando di fatto i regimi autoritari. Ma di fronte a questo vuoto istituzionale e a questa narrativa di comodo, la società civile sta costruendo una risposta radicalmente alternativa.
In che modo si sta articolando questa risposta per un futuro diverso per il Mediterraneo?
Ci siamo incontrati come reti sociali a Roma e abbiamo capito che il Mediterraneo ha una centralità fortissima per pensare a un programma alternativo. Abbiamo percepito che la questione palestinese è una sintesi potente per un’agenda molto più ampia: anti-autoritaria, antimilitarista, di denuncia delle politiche migratorie e delle occupazioni, come quella che dura da 50 anni nel Sahara occidentale.
Abbiamo quindi deciso di organizzare dal 14 al 16 novembre 2025 un forum alternativo a Barcellona, a cui hanno partecipato 400 organizzazioni e piú di mille persone. Ma non ci siamo limitati ai dibattiti. Abbiamo usato strumenti di mobilitazione di massa per creare un nuovo immaginario collettivo e, al tempo stesso, un meccanismo concreto di sostegno. Abbiamo organizzato una partita di calcio tra la selezione palestinese e quella catalana, portando 30.000 persone allo stadio. I fondi raccolti sono stati inviati direttamente a organizzazioni palestinesi a cui sono stati chiusi i conti correnti, aggirando il blocco degli aiuti istituzionali. A breve organizzeremo un grande concerto al Palau Sant Jordi unendo artisti palestinesi e internazionali. Con queste azioni stiamo costruendo, poco a poco, un movimento nuovo e rafforzato.
Questa mobilitazione non è un evento isolato, ma l’inizio di un percorso che mira a costruire un linguaggio politico e culturale completamente nuovo per il Mediterraneo.
Qual è dunque il prossimo passo? E cosa intende con la metafora di creare una “musica mediterranea”?
L’accordo che abbiamo preso è di cominciare a creare percorsi il più ampi e inclusivi possibili, un po’ sulla scia di quello che è stato il Forum Sociale Mondiale. Quello che vogliamo è creare una “musica mediterranea”, un nuovo linguaggio che ci permetta di costruire un’alternativa politica per uscire da questo momento terribile.
Crediamo che questo sia il momento di iniziare. Luoghi come la Sardegna, data la sua centralità, dovrebbero avere un peso importante in questo nuovo processo.
Il compito che ci attende è quello di trasformare la coscienza in azione permanente, la mobilitazione in un progetto politico e la speranza in un futuro condiviso per tutti i popoli del Mediterraneo.