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Firme > Fine vita

Dignità

di Ferdinando Garetto

Peggiora, in particolare negli anziani, la percezione della propria qualità di vita, come una vita che “perde di senso”. La scala di colori di chi si occupa di cure palliative

Una morte in solitudine, ancora di più se “scelta”, porta sempre in sé una domanda che non può che riguardare ognuno di noi e l’intera società: che cosa è davvero “degno”?

Per chiunque sia stato bambino o ragazzo negli anni ’60 e ‘70 la notizia non è stata una “notizia qualunque”. La morte di Alice ed Ellen Kessler è un’altra pagina che si chiude di un diario della memoria, come se riguardasse qualcuno di famiglia.

Forse per questo c’è stato un uso della notizia meno “ideologico” di quanto si potesse aspettare e una sorta di rispettoso silenzio sulla loro scelta di morire insieme come gesto privato, dopo una vita sotto i riflettori di una apparente scintillante felicità. Non sono mancati ovviamente i commenti da una parte e dall’altra (alcuni molto imprecisi nei termini, con confusione fra eutanasia, eutanasia passiva, suicidio “assistito” o “medicalmente” assistito, o confondenti nel confronto fra la realtà tedesca e quella italiana, che in comune hanno solo il fatto che, in attesa di una legge, i riferimenti vengono dettati da sentenze molto diverse delle Corti Costituzionali dei due Paesi).

La vita stessa delle gemelle, sempre insieme dalla nascita fino alla morte, apre  a considerazioni di tipo psicologico che lasciano ampi spazi di riflessioni, come quella molto interessante e articolata dello psichiatra Lingiardi su La Stampa, di cui riporto alcuni brevi estratti: «Non sono qui a dare etichette su che cosa è amore e che cosa non lo è […]. Non esalterei romanticamente il ‘suicidio a due’ come ultimo atto d’amore […] il suicidio è comunque un gesto di dolore […]. Non so se è il modello giusto per affrontare, in tema di diritti, la questione del ‘fine vita’».  [Va detto per correttezza che Lingiardi auspica una legge, proprio perché non siano i singoli casi emotivamente coinvolgenti, e di cui si conosce in realtà ben poco, a dettare il giudizio].

Sarà per questi motivi che mi ha colpito la coincidenza fra la dolorosa notizia che arrivava dalla Germania e la pubblicazione proprio negli stessi giorni del 12° report ISTAT sul Benessere Equo e Sostenibile, che riporta una fotografia del nostro Paese attraverso l’analisi di moltissime variabili socio-economiche e relazionali. Nel capitolo “Salute” mi ha colpito un aspetto: a fronte di dati che di per sé sarebbero incoraggianti o almeno riconducibili ad una faticosa ripresa dopo la crisi del 2020, emerge il dato “Peggiora la speranza di vita in buona salute, poiché peggiora la buona salute percepita”.

Peggiora cioè, in particolare negli anziani, la percezione della propria qualità di vita, non tanto e non solo su aspetti oggettivi, ma per un clima in cui la prestazione, l’efficienza, la piena autonomia sono i valori “che contano” e tutto ciò che non corrisponde a questi parametri sembrerebbe essere (questo è un commento mio) espressione di una vita che “perde di senso”.

Da qui a considerazioni più ampie sul dibattito etico, politico e soprattutto mediatico dei nostri giorni il passo è abbastanza breve. E certamente non esiste solo “il bianco e il nero” di una norma giuridica, ma un’infinita scala di grigi. O meglio ancora, una scala di colori, come nello schema molto significativo proposto da Eduardo Bruera, spiegando il lavoro quotidiano di chi si occupa di cure palliative.

L’immagine è quella di un’iride, in cui i tradizionali sette colori sfumano in un gradiente di rilevanza da “Urgenza” a “Importanza”.

In cima alle cose urgenti (in rosso) c’è il dolore o altri condizioni tali da togliere la lucidità e la possibilità di relazione. È chiaro che questa è la prima “urgenza”.  Progressivamente (tornando alla metafora dell’iride), controllando il dolore, dal rosso si può passare all’arancio degli altri bisogni fisici, al giallo della cura psicologica fatta di profondi colloqui, al verde delle questioni sociali e familiari che “fanno parte” della cura, all’azzurro delle dimensioni spirituali e esistenziali. Al culmine del passaggio da “urgente” a “importante”, le due parole chiave del colore più intenso che sfuma dall’indaco al violetto sono la “dignity” e la “legacy”.

Dignity, da cui il grande ambito della “Terapia della Dignità” di Chochinov (un modello di cura che si traduce in sorprendenti risultati concreti nella ricostruzione delle storie anche più dolorose e frammentate).

Legacy, che richiama al testamento e all’eredità, cioè alla possibilità di esprimere le “parole ultime”, quelle parole fatte di relazioni autentiche che possono dare compimento e significato anche e soprattutto nel tempo della fragilità.

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