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Persona e famiglia > Felicemente

Scoprire chi siamo e creare legami

di Angela Mammana

- Fonte: Città Nuova

Individuarsi vuol dire trovare la propria identità, mostrarsi per ciò che si è, nei gruppi relazionali in cui ci troviamo, a partire dalla famiglia

Foto di Congerdesign, Pixabay

A volte quello che noi psicologi chiamiamo processo di individuazione viene scambiato erroneamente per individualismo o egoismo. Individuarsi vuol dire trovare la propria identità, uscire allo scoperto per quello che si è veramente facendo sintesi di ciò che c’è stato insegnato, riadattandolo creativamente secondo una propria visione. Individuarsi è l’atto mediante il quale il soggetto giunge alla maturazione psichica, alla consapevolezza di un’originalità vitale. Lo sviluppo di una coscienza personale tende a creare dei valori diversi all’interno di un gruppo. Il primo sistema relazionale che sperimentiamo chiaramente è la famiglia. Il gruppo familiare è la prima rete di appartenenza.

Tutti abbiamo bisogno di appartenere, farne esperienza non è un lusso. È un’esigenza sapere di far parte di qualcosa, avere dei legami. Quando sperimentiamo quel senso di completa unione, di sentirci parte fondamentale di qualcosa, essere membro, essere in connessione con l’altro e con gli altri è allora che sentiamo quel flusso energetico che caratterizza la nostra esperienza di appartenenza. Nella maggior parte dei casi la prima volta che abbiamo potuto sentire questa sensazione è a casa, ma la sentiamo ancora nella connessione con gli amici più intimi, allargando ancora la cerchia in modo più ampio con le conoscenze, i colleghi, i vicini, i concittadini, ma anche – possiamo dire ad un certo punto – con l’umanità.

Pensiamo in questi giorni così particolari per il mondo, con vari focolai di guerra, come ci possiamo sentire connessi a chi soffre o a persone di vari orientamenti politici, a terre lontane, a chi sta dimostrando con scioperi e barche. Le prime appartenenze le sentiamo con chi condivide credenze e interessi comuni, con chi ha obiettivi simili e vicinanza affettiva. Tutte quelle volte in cui diciamo “mio” non è necessariamente detto che parliamo di “possesso”, anche perché razionalmente possediamo ben poco. “Mio” ci dice che qualcosa ci appartiene, che c’è un legame, un affetto. In quelle relazioni sane e costruttive in cui percepiamo uno stato di accettazione e di gentilezza sentiamo di appartenere. Questo diventa uno dei fattori che consentono di prevedere un maggiore benessere per l’individuo.

L’appartenenza è un diritto per nascita! Attenzione, perché nell’appartenenza non ci perdiamo, ma manteniamo le nostre caratteristiche personali, la nostra unicità, allo stesso tempo ci uniamo e diventiamo parte di un “noi”. Possiamo integrare quindi due bisogni della nostra natura umana, da un lato quello di individuarci, di scoprire chi siamo, di essere protagonisti della nostra vita, delle nostre scelte e dall’altro quello di creare legami, costruire comunità e appartenenza. A volte si creano delle dinamiche invischianti per cui queste due polarità entrano in contrapposizione come se nel gruppo non ci si possa esprimere con libertà, oppure, l’appartenenza diventa una questione di potere su altre persone. Queste due estremizzazioni portano malessere e disagio con relazioni fortemente disfunzionali.

Allo stesso tempo è nell’essere noi stessi e nell’appartenere a una rete sociale che viviamo in uno stato di armonia e crescita. Apparteniamo a noi stessi e siamo interconnessi in un reciproco senso di appartenenza fatto di relazioni e legami. Coltivando la natura integrata della nostra identità tra l’io e il noi emerge la nostra capacità di stare a contatto con gli altri, di rispettarli permettendoci di liberare la nostra vitalità. In questa armonia è possibile l’emergere di una sinergia. Aver cura della nostra salute psicologica è un fattore di empowerment sociale, essere consapevoli ci orienta verso scelte che tengano conto empaticamente della nostra e altrui umanità.

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