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Mondo > Oceania

Tra Tuvalu e Australia, migrazioni per cambiamento climatico

di Cecilia Capuzzi

A luglio, il neo-arcivescovo di Guam, Jimenez di Agaña, presidente della Conferenza Episcopale del Pacifico (Cepac) ha incontrato papa Leone XIV. “Santo Padre, stiamo affondando”, gli ha detto, riferendo poi il drammatico fenomeno delle migrazioni forzate legate ai cambiamenti climatici e all’innalzamento del livello del mare.

Il contributo delle Isole del Pacifico al riscaldamento globale è minimo, ma per la loro posizione geografica di piccoli arcipelaghi in mezzo all’oceano, sono colpite in modo sproporzionato. L’aumento della salinità del suolo, la perdita di habitat marini, i cicloni in aumento, si aggiungono all’innalzamento delle acque. Basta pensare che l’89% dell’emisfero australe è acqua, per capire il pericolo che affronta.

Per questo motivo, lo spostamento delle popolazioni in piccola o larga scala è un fenomeno diffuso nell’area del Pacifico. La mobilità come strategia di adattamento critico per la sopravvivenza umana non è inusuale nel Pacifico, che ne ha fatto uso per migliaia di anni. Ma il processo di trasferimento di una comunità è complesso e costoso, nonché traumatico per coloro che lasciano le loro case, gli ambienti familiari e i luoghi ancestrali.

Il diritto internazionale, compresa la Convenzione sui rifugiati del 1951, non contempla la migrazione di “rifugiati climatici”, come spesso li indicava papa Francesco, causata da disastri naturali.

Un primo precedente a livello mondiale, in cui il percorso migratorio è esplicitamente legato al cambiamento climatico e all’innalzamento del mare, è l’accordo tra Australia e Tuvalu firmato nel 2023, ed appena entrato in vigore.

Tuvalu ha circa 11 mila abitanti, e si trova tra l’Australia e le Hawaii (a più di 3 mila km da entrambe). Il territorio (26 Km2) è composto di atolli bassi circondati da barriere coralline. L’altezza media delle terre è di 2 metri sul livello del mare, il che rende tutto estremamente vulnerabile all’innalzamento del mare e alle inondazioni. Gran parte del territorio e delle infrastrutture critiche saranno al di sotto del livello di alta marea entro il 2050, ma da prima aumenterà la già alta salinità delle falde acquifere di acqua dolce.

È la prima migrazione pianificata al mondo di un’intera nazione, che dà ai residenti di Tuvalu il diritto di vivere, lavorare e studiare in Australia, e l’accesso alla sanità e all’istruzione dei cittadini australiani. Potranno naturalmente tornare nella loro patria ogni volta che lo desiderano.

È previsto un tetto annuale di 280 visti (il 4% della popolazione), per evitare una fuga di cervelli e mano d’opera da Tuvalu. Non tutti vogliono partire, ma la decisione di andarsene è legata anche a fattori come il sostegno alle famiglie, la possibilità di un futuro, l’accesso all’istruzione e alle opportunità che l’Australia rappresenta.

Sebbene il visto non menzioni le parole “cambiamento climatico”, il trattato è incentrato sulla minaccia esistenziale che esso rappresenta per la regione. Questo è stato un elemento che il governo di Tuvalu ha richiesto specificamente all’Australia, che ha riconosciuto così l’impatto devastante che il riscaldamento globale sta avendo sui mezzi di sussistenza, sulla sicurezza e sul benessere dei Paesi e delle persone, in particolare nel Pacifico.

L’accordo prevede la mitigazione dell’impatto e l’adattamento al clima, il percorso migratorio e la sicurezza. Nell’attuazione ci vorranno strutture culturali e di supporto comunitario per aiutare i tuvaluani a mantenere il legame con la loro terra e la loro cultura. Il trattato non è senza costo: l’Australia ha ottenuto in cambio il diritto di veto sugli accordi di sicurezza stipulati da Tuvalu con altri Paesi: il riferimento implicito è soprattutto alla Cina. E questo crea un precedente: l’Australia potrebbe stringere accordi simili con altre nazioni del Pacifico in futuro.

L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) stima che entro il 2050 la crisi climatica potrebbe provocare nel mondo uno sfollamento compreso fra 25 milioni e 1 miliardo di persone.

I Paesi più ricchi e altamente inquinanti hanno una responsabilità morale e storica. È necessaria una solidarietà globale per affrontare la migrazione indotta dal clima, che tenga conto della giustizia climatica e la tutela dei diritti umani.

 

 

 

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