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Alla scoperta di Pëtr Alekseevič Kropotkin, un autore poco noto al grande pubblico, ma che "ha fatto testo".
Pëtr Alekseevič Kropotkin. Di Nadar / Tucker Collection - New York Public Library Archives, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16243358

“Come si diventa un libro” è il sottotitolo di Testo, la fiera della piccola e media editoria fiorentina. E quando un autore “fa testo”, vuol dire che ha lasciato una traccia di sé nel mondo: con un’opera in particolare – per esempio la monumentale Recherche di Marcel Proust o la visionaria Summa di Stanisław Lem –; oppure con una produzione letteraria particolarmente variegata – quest’anno è toccato a Franz Kafka e al nuovo Meridiano Mondadori a lui dedicato. Pëtr Alekseevič Kropotkin non rientra in nessuna di queste categorie: fa eccezione… ma, cionondimeno, “fa testo”.

Succede quando si conducono ricerche avveniristiche per la propria contemporaneità. Del resto, il nobile Kropotkin avrebbe potuto scegliere una vita diversa, fra i “paggi” dello Zar – una strada lineare, coerente col suo alto lignaggio –; invece, come racconta il filosofo e pedagogista Francesco Codello, decide di lasciare la sfarzosa San Pietroburgo per battere “la via della steppa”. Ed è proprio là, fra i territori inospitali della Siberia e della Manciuria settentrionale, che dà il via a una rivoluzione radicale quanto quella che andavano preparando i socialisti della prima ora – Pëtr resterà ammirato della solidarietà degli orologiai del Giura francese e svizzero; poi diverrà fortemente critico, a partire dal 1919, quando capirà che i bolscevichi hanno sostituito la propria tirannia a quella zarista –: una rivoluzione… dell’evoluzione.

Erano gli anni del darwinismo sociale. Gli esegeti del grande biologo, primo fra tutti il “mastino” Huxley, consideravano la vita sulla terra “un’arena di gladiatori”. Stefano Mancuso, però, si fa portavoce (fuori dal coro) di Kropotkin, che, da studioso di Darwin non ortodosso, sottolinea un fatto cruciale: la selezione naturale si gioca sulla capacità di adattamento delle specie, non sulla competizione. «Ma come si fa a capire chi è il più adatto, per esempio, in questa sala?». Nessuna risposta «perché non è possibile trovare il più adatto a un futuro che ancora non conosciamo».

Una precisazione solo in apparenza banale, poiché ammettere l’incognita del “fattore sopravvivenza” implica che le migliori possibilità di una specie possono celarsi in ciascuno dei suoi membri. In altre parole, la collettività non può permettersi di lasciare indietro nessuno, pena la perdita di patrimonio ereditario potenzialmente adattivo (magari non oggi, ma domani chissà). Eppure, Darwin, questo lo sapeva: il problema è che parole come “competizione” e “sterminio” di specie e fra specie sono state fraintese. Lo dice bene Kropotkin nella raccolta di saggi che “ha fatto testo” col titolo di Mutual Aid (in italiano, Il mutuo appoggio. Un fattore dell’evoluzione); raccolta che, a cento anni dalla morte dell’autore, viene finalmente tradotta dall’originale da Giacomo Borella per Elèuthera.

Il grande malinteso darwiniano è dovuto – oltre che all’ortodossia dei vari “mastini” dell’evoluzionismo – alla naturale tendenza delle masse a prendere alla lettera le parole dei grandi della storia. Del resto, nella vulgata, “legge della natura” è diventata sinonimo di “legge del più forte”. Eppure, quello di fitness (adattabilità) è un concetto incompatibile con la filosofia del “migliore” come individuo. In natura, dice Mancuso, «il migliore non esiste». E Kropotkin l’aveva capito già in quei primi anni di esplorazione a Nord, dove il clima non permette ai singoli, figuriamoci alle specie, di farsi la guerra: «La competizione in un mondo inospitale è la cosa più stupida che si può fare» conclude il botanico e scrittore. È controintuitivo, ma la scarsità di risorse e la rigidità del clima sono i due limiti fondamentali della vita e, quindi, i principali incentivi al mutuo appoggio; viceversa, solo un ambiente prodigo di frutti e dal tempo clemente può permettere ai viventi il lusso di competere.

Kropotkin fa TESTO è un’importante lezione di ecologia. Una lezione che, a poco più di un secolo dalla scomparsa del naturalista, è estremamente attuale. Lo ribadisce Stefano Mancuso nel commentare il cambiamento climatico: «Bastano pochi gradi per cambiare tutto». È vero per l’essere umano – che può letteralmente impazzire se il suo termostato ipotalamico non mantiene la temperatura entro un certo livello – ed è ancora più vero per il mondo, che senza ghiacci e mezzo sommerso tornerebbe al suo stato primordiale, anteriore a ogni possibilità di vita. Allora, per far fronte a un ambiente sempre più ostile e privo di risorse, in un mondo globalizzato e sovrappopolato, è bene ricordare che “noi siamo la nostra specie”: individuo e comunità sono due facce della stessa medaglia. Forse, dodicimila anni di civiltà – un nonnulla, se si considera che la vita media di una specie è di cinque milioni – ci hanno allontanati dalle nostre radici; dalla comune appartenenza a quel sottosistema di mondo che è la materia vivente. Ma questa stessa materia, non dobbiamo dimenticarlo, è fatta di relazioni, fra specie e fra individui, che servono uno scopo e uno scopo soltanto: tenere testa alle forze cieche della natura.

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