Mencarelli: Per me la letteratura è uno strumento al servizio dell’uomo

Lo scrittore Daniele Mencarelli nell'ultimo libro Fame d'aria parla del rapporto tra un padre e il figlio autistico: un romanzo che racconta la vita e il dolore vissuti da tante famiglie.
Daniele Mencarelli, foto di La Setmana, CC BY-SA 2.0, Wikimedia commons

Nel suo ultimo romanzo, Fame d’aria, pubblicato per Mondadori, Daniele Mencarelli affronta il tema dell’amore genitoriale verso un figlio autistico. Tema difficile da narrare. Ogni parola è carne e vita. Mencarelli scava per trovare una via di uscita, un barlume di speranza, la sua letteratura impegna il lettore in uno sforzo di consapevolezza.

Perché la scelta di un tema così difficile?
Per esperienza diretta, ho seguito per 12 anni i problemi del neuro-sviluppo di mio figlio. Ho sentito il dovere di testimoniare questi mondi che convivono accanto ai nostri più confortevoli. L’idea è nata da un incontro di pochi secondi con un uomo che aveva quella stessa stanchezza che cerco di raccontare nel libro.

Qual è la trama del romanzo?
C’è un antefatto che è un colpo di fulmine, su una spiaggia di Ginosa Marina, tra Bianca e il protagonista. Dalla relazione nasce un figlio che purtroppo è affetto da una grave forma di autismo. In occasione del ventesimo anniversario di matrimonio, la coppia decide di festeggiarlo in Puglia. Padre e figlio si muovono in auto, la madre, temporaneamente a Milano, li raggiungerà. Un guasto all’auto costringe i due ad una sosta forzata in un piccolo paese del Molise in via di spopolamento e di abbandono. Dopo i primi momenti di disagio, alcune persone si stringono intorno al padre e alla sua disperazione sia per il disturbo del figlio che per le conseguenti difficoltà economiche. Saranno loro a scalfire la corazza che il padre ha posto tra sé e il mondo e a prefigurare una speranza. Pensavo fosse un’opera borderline, invece, girando l’Italia per le presentazioni, mi sono accorto che la condizione dei protagonisti è molto più diffusa di quello che si possa immaginare.

Si intuisce che a lei interessa molto la realtà umana. Quale peso ha nella sua letteratura e per quale ragione?
Concepisco la letteratura come strumento al servizio dell’uomo. A me pare che oggi manchi una parola ragionata che tenti di fotografare il nostro tempo. Il mio è un tentativo di guardare al presente con la lingua della letteratura, di raccontare questi mondi che chiedono di essere amati e vissuti.

Quali sono stati gli altri temi con i quali si è confrontato con i romanzi precedenti?
Arrivo alla narrativa dopo vent’anni di poesia, un percorso formativo che crea un rapporto speciale con la lingua. I tre romanzi che precedono Fame d’aria costituiscono una sorta di trilogia biografica. Nel primo, La casa degli sguardi, affronto il tema della dipendenza e del dolore infantile; nel secondo, Tutto chiede salvezza, parlo di malattia mentale, tema fondamentale del nostro tempo e nel terzo, Sempre tornare, di un mio viaggio a piedi da Rimini ai Castelli romani dove risiedo. È un viaggio alla ricerca di risposte, mi rendo però conto che esse appartengono alla sfera del mistero. L’uomo rinnova le domande.

Quali sono gli aspetti stilistici che danno peso e arte alla sua letteratura? Come ha lavorato sulla lingua?
Per me la scrittura è un atto di spogliazione, come sosteneva Borges. La complessità dell’opera va risolta prima di iniziare a scrivere. Credo nella scrittura come parola definitiva, ma non ultima. Per me il grande scrittore è quello che sa trasmettere tensione dentro la lingua. Riuscire a rendere originale la lingua, riportarla su un piano di autenticità è la lezione che mi viene dalla poesia. Nei prossimi giorni uscirà per lo Specchio Mondadori Degli amanti non degli eroi, due poemetti in cui cerco di fondere narrazione e poesia.

In uno spazio letterario abbastanza ripiegato su temi distopici o su aspetti intimistici con un sottofondo narcisistico com’è la letteratura attuale, parlare di realtà marginali o problematiche non è forse porsi alla frontiera di un mondo letterario che deve lasciare ben poche tracce nella vita?
Sono assolutamente d’accordo. Oggi entrare con la letteratura in certi luoghi è un gesto eversivo. Il lettore vuole sentirsi colto oppure trendy, alla moda rispetto ai temi che la cultura produce che ruotano intorno a cambiamenti climatici e sessualità. Argomenti validi, sia chiaro, ma non possono monopolizzare un Paese in ginocchio con mille problemi che vanno raccontati.

Personalmente propendo per una letteratura impegnata e un ruolo dello scrittore profondamente presente nel dibattito sociale e politico. Mi rendo conto che è un’idea romantica, ma i grandi autori – da Manzoni a Tolstoj a Dostoevskij a Pomilio – non ci hanno forse insegnato che la letteratura è soprattutto impegno civile?
Senza questa visione non scriverei. Dobbiamo tornare ad una letteratura di impegno civile, lo chiedono i nostri figli. Essi vogliono parlare della loro natura non solo nei termini che propone l’industria culturale, ma del senso della vita, di significati. Per questo è necessario riscoprire il valore eversivo della letteratura.

Lei è indicato come uno degli autori contemporanei di ispirazione cristiana. So che certe classificazioni possono essere fuorvianti o pericolose se non addirittura improduttive. La letteratura può confrontarsi con il divino oggi? Ha senso?
Io mi definisco aspirante credente. Vengo da una famiglia laica, ma ho sempre percepito il tema della ricerca spirituale, l’ho sentito intrinseco a quello dell’amore. Credo che un certo modo di vivere la ricerca spirituale sia assolutamente umano. Davvero tutto finisce con la morte? È una domanda che mi accompagna da sempre. La ricerca di Dio deve far vivere con una tensione rispetto all’esistenza, al reale che chiede di essere vivi. Io cerco Dio nella realtà e ogni azione che compio è legata alla mia ricerca. La realtà è per me un’arena dove, non so quando, arriverà quello che cerco. È la mia regola e questo mi ha reso fratello e amico di tante persone.

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