Youssou N’Dour: al di là delle barriere

Senegalese di Dakar, Youssou è da anni una delle stelle più brillanti della world music planetaria. Amatissimo anche in Occidente (che l’ha scoperto grazie all’amico Peter Gabriel), ha da poco pubblicato un album intitolato Egypt dove i ritmi della sua terra incontrano le suadenze mediorientali, e con esse la fede e la cultura islamica. Eppure Youssou non ha rifiutato l’invito di andare a cantare in una chiesa cattolica (quella di Santa Maria la Nova a Napoli) in occasione del decimo concerto dell’Epifania; arrivando addirittura a duettare con Bungaro in un’inedita versione italo-francese di Guardastelle che, in quel contesto, s’è trasformata in un tangibile segnale di speranza e di fratellanza universale. Né avrebbe potuto essere altrimenti, specie in questi tempi di tragedie epocali, visto che il nostro è anche ambasciatore dell’Unicef nel mondo. Quando l’incontro, Youssou ha gli occhi stanchi per l’ennesimo viaggio intercontinentale, e il sorriso largo di chi non ha perso l’amore per il proprio mestiere e per quella che lui considera una specie di missione. Ora sei una popstar, ma quando hai iniziato, suonavi fuori dai locali alla moda di Dakar dove non potevi entrare. C’è qualcosa che pensi di aver perso di quei giorni… L’innocenza, forse? Ci penso spesso, soprattutto quando viaggio… Ma come posso dire? Le situazioni cambiano o meglio: sono le persone a cambiare (le situazioni restano quasi sempre le stesse). Ovviamente me ne rendo conto, ma faccio del mio meglio per non dimenticare quei tempi e anche le canzoni che facevo allora. Sei molto impegnato come ambasciatore dell’Unicef, lavori molto per i bambini… Ma c’è qualcosa che la musica può fare veramente, per salvare il mondo da se stesso? Credo di sì. La musica è linguaggio, anche se a volte sembra solo una forma di intrattenimento. E se capisci questa cosa, capisci anche che puoi usare questa energia per portare un messaggio: ai bambini, alle famiglie, perché la gente possa sentirsi più unita. È una cosa che avviene anche se tutto questo non si esprime in forma diretta. Se anche una sola persona riesce a cogliere qualcosa di buono per sè e per gli altri, è già una cosa positiva. L’importante è che la musica sappia veicolare valori positivi. Ti sei esibito in una chiesa cristiana per portare, da mussulmano praticante quale sei, un messaggio di pace e di fraternità universale: quanto è importante la fede nel tuo modo di fare musica? Credo che innanzi tutto occorra rispetto per le scelte e le opinioni di ciascuno, e non solo a proposito della religione. Così penso che sia necessario tanto credere nelle proprie convinzioni quanto rispettare quelle altrui. Le differenze non sono un problema: sono una ricchezza. Quanto a me non è un problema esibirmi in una chiesa come in qualunque altro posto: credo che il mio messaggio possa partire da qualunque luogo. Dalla fede alla politica. Che ne pensi dei legami sempre più stretti tra i due mondi? Penso in particolare alla grande eco suscitata in America dall’iniziativa A vote for change, che ha coinvolto big come Springsteen, i Pearl Jam e molte altre rock e pop star. Indubbiamente sono in molti a pensare che il mondo non stia andando bene. Ci sono un sacco di cose che non vanno, ed è anche colpa della politica e di molte scelte sbagliate. Penso che la musica debba essere portatrice di pace e di solidarietà umana e che a volte possa contribuire, nel suo piccolo, a cambiare le cose: nel mondo ce n’è davvero un immenso bisogno, specie dopo quel che è successo nel sud-est asiatico. Che cosa speri per l’Africa del terzo millennio? Qual è la cosa più importante ed urgente da fare oggi? L’Africa deve innanzitutto pensare a preservare la propria cultura. Ed anche i questo caso le differenze fra le diverse lingue, etnie e religioni sono una richezza, l’una per l’altra. Io faccio del mio meglio per dare, soprattutto qui in Occidente, un’immagine vera dell’Africa di oggi: che non è soltanto un continente schiacciato dall’Aids e da infiniti altri problemi, ma è anche il paese della gioia, della capacità di essere felici. Penso che sia molto importante veicolare un’immagine positiva dell’Africa. Un’ultima cosa… Sarà il mondo a salvare l’Africa o piuttosto l’Africa a salvare il mondo? Penso che sarà l’Africa a salvare il resto del mondo. Perché l’Africa è la madre di tutti. È un continente economicamente povero, ma ricchissimo di cultura: e la cultura è la vera ricchezza dell’umanità.

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