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In profondità > Mediterraneo

Il volto sociale di Firenze come segno concreto di pace

di Livia Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Nel clima di sospensione generato dalle notizie sulla guerra in Ucraina continua l’incontro “Mediterraneo frontiera di pace” con i vescovi in ascolto del fecondo mondo sociale fiorentino

Firenze foto Pixabay

Accanto al volto più celebrato di capitale di arte e cultura e di protagonista della Storia, la città di Firenze ha anche una lunga tradizione di opere di solidarietà, che la rendono pioniere e modello dell’impegno nel sociale.

Questa storia è stata raccontata, nella serata del 24 febbraio, ai vescovi giunti in città per l’incontro sul “Mediterraneo frontiera di pace e che, accolti nella navata centrale della basilica di San Lorenzo, nell’essenzialità della simmetria brunelleschiana, hanno potuto conoscere l’esperienza di alcune fra le realtà che compongono la galassia del sociale fiorentino, dalla viva voce di chi ne incarna l’impegno.

Una costellazione di organizzazioni e istituzioni, che si dedicano ad attività molto diverse, dall’assistenza sanitaria alla consulenza psicologica, dalla cura dei disabili alla riabilitazione dei tossicodipendenti, dal sostegno alla povertà all’accompagnamento dell’infanzia e molto altro.

Pronte a sostenere chiunque, senza fare distinzioni. Abituate ad intervenire in situazioni di crisi anche quando esplodono improvvisamente, come la pandemia o, evenienza tornata di drammatica attualità, come la guerra.

Alcune antichissime, come l’Istituto degli Innocenti, la prima struttura nata, nel 1400, non solo per raccogliere i bambini abbandonati, ma anche per seguirli e sostenerli in tutto il percorso di crescita, e che da allora non ha smesso di assistere e promuovere l’infanzia e la maternità.

In occasione della sua visita a Firenze nel 2015, papa Francesco lodò l’Istituto per occuparsi dell’altra metà, facendo riferimento alle medagliette che le mamme lasciavano ai propri neonati prima di abbandonarli, nella speranza di ritrovarli in futuro. Oggi, aveva detto il papa, sono i bambini vittime della guerra e della migrazione ad avere simbolicamente l’altra metà della medaglia: orfani, privati dei diritti basilari, costretti a fuggire e non accompagnati.

Spesso, queste realtà hanno dovuto reindirizzare, o espandere, le proprie attività per fare scudo all’impatto della pandemia. Lo racconta la fondatrice di Villa Lorenzi, creata per volontà del cardinal Benelli, ispirato dalla visione di don Milani, per favorire l’uscita dalla marginalità, soprattutto dalla tossicodipendenza, con attenzione particolare ai giovani.

Gli adolescenti di oggi sono in crisi, soffrono per la solitudine e il disorientamento, spesso reagiscono con l’asocialità, le dipendenze, la violenza.

Molti sono immigrati, com’è comprensibile per una categoria nella quale le ansie date dall’età e dal contesto storico e socioeconomico si sommano a quelle del distacco e dell’inserimento e, a volte, anche a quelle di fughe costrette, viaggi difficili, abusi, violenze.

Tra le realtà sociali non può mancare la Caritas diocesana di Firenze. Il suo impegno a sostegno delle fragilità si è da tempo orientato anche verso la creazione di percorsi, in città e nel territorio, per offrire la prima accoglienza a chi arriva e poi, via via, per accompagnarlo in ogni fase dell’integrazione, nel processo di riappropriazione dell’autonomia e di ricostruzione della propria vita in un contesto nuovo.

I migranti inclusi nei circuiti della Caritas sono affiancati e incoraggiati nell’apprendimento della lingua, nell’iscrizione dei propri figli a scuola, nella formazione professionale, nell’inserimento lavorativo. Molte volte si tratta di famiglie. Anche tra loro erano state scelte le 49 persone rifugiate, di diversi Paesi quali Afghanistan, Siria, Eritrea, Mali, che avrebbero dovuto incontrare il papa nella giornata di domenica 27 febbraio prima che arrivasse la notizia dell’impossibilità sopravvenuta per Francesco. Appuntamento si spera solo rimandato.

L’agenda del Convegno di Firenze non si trova, tuttavia, ad essere del tutto stravolta dal degenerare dello scenario ucraino. I temi programmati del confronto sono in fondo alla radice anche di questo tragico evento. L’incontro, il dialogo, l’ascolto, l’avvio di una ricerca comune, non servirebbe altro. È , invece, l’occasione per lanciare di nuovo un segnale forte di pace. Da Firenze al mondo intero.

Ecco uno stralcio del messaggio rilanciato dalla presidenza della Cei:

«Le drammatiche immagini delle azioni militari in Ucraina provocano dolore e scuotono le coscienze. Nel condannare fermamente la scellerata decisione di ricorrere alle armi, esprimiamo vicinanza al popolo ucraino e alle comunità cristiane del Paese. Ogni conflitto porta con sé morte e distruzione, lacera il tessuto sociale e minaccia la convivenza tra le nazioni. La memoria di quanto accaduto nel Vecchio Continente nel secolo scorso deve indurci a rinnegare ogni discorso di odio e ogni riferimento alla violenza, spronandoci invece a coltivare relazioni di amicizia e propositi di pace.
È il desiderio dell’umanità intera, è l’impegno dei Vescovi del Mediterraneo che riuniti in questi giorni a Firenze per l’Incontro “Mediterraneo frontiera di pace” hanno chiesto ad una sola voce di far tacere le armi. Siamo chiamati, come diceva Giorgio La Pira, a “usare il metodo d’Isaia: convertire, cioè, in investimenti di pace gli investimenti di guerra: trasformare in aratri le bombe, in astronavi di pace i missili di guerra!”».

Riproduzione riservata ©

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