Volley, fortissimamente volley

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Quando padre Aldo Falini, intraprendente frate cappuccino, decise di tirare un filo tra due pali di legno nello spazio attorno all’Oasi Sant’Antonio a Perugia, certo non immaginava che trentacinque anni dopo si sarebbe trovato sommerso dall’entusiasmo di migliaia di tifosi del palazzetto dello sport del capoluogo umbro. Una folla esultante per il secondo scudetto tricolore del volley femminile conquistato dalla Sirio, la squadra da lui messa in piedi all’inizio degli anni Settanta per avvicinare i ragazzi alla chiesa. Si è cominciato come in ogni parrocchia – spiega euforico padre Felini, oggi 63 anni -, quasi per caso, scout, attività varie, lo sport. A me piaceva il calcio. A lei piace il calcio? Io sono tifoso juventino. Fra una battuta e l’altra, e ne ha per tutti (cosa c’entra lo sport con Città nuova?), il dinamico frate del volley ripercorre con la memoria la storia del club parrocchiale: C’era la ghiaia, non si poteva giocare a basket, optammo per la pallavolo. Cedemmo presto il settore maschile ad una scuola vicina per non litigare e continuammo col volley al femminile. Facevo l’accompagnatore o guidavo il pulmino. Ci si saliva anche in venti, più i borsoni… L’allenatore era Patrizio Arcangeli, il padre del libero campione d’Italia. Tanta voglia di giocare e prime soddisfazioni. Le trasferte si allungano, anno dopo anno. Sirio, la stella di padre Aldo, brilla sempre di più. Nell’89 la promozione in serie A: il pullman prende il posto del pulmino, il passo verso il professionismo è definitivo. Nostalgia degli esordi? Certo, ero più giovane! . Poi capisce che parlo della squadra e si corregge: Forse c’era più entusiasmo, più amicizia. Ora ci sono molte più cose di cui tenere conto, allenatori, atlete, anche straniere, dirigenti: molti li ho chiamati io in società. Quale contributo dà oggi padre Aldo? Sto lì!. Poi spiega: Vado, vedo partite ed allenamenti, parlo, consiglio, dialogo, dico quello che magari non va. Non seguo la squadra in trasferta, ma in casa non manco mai. A bordo campo, da qualche lustro, fa il segnapunti, prima sui fogli di carta, oggi col tabellone elettronico. Mi metto lì perché così sono meno nervoso… Sono un tipo un po’… acceso . Lascia la sedia del segnapunti solo per esultare, come l’altra sera, per raccogliere gli abbracci dopo la conquista del tricolore, terzo trofeo in una sola stagione per le fortissime ragazze della Sirio che quest’anno hanno portato a casa anche Coppa Italia ed una Coppa Europea. Abbiamo piantato le fave, adesso raccogliamo. È bellissimo – esulta padre Aldo -, queste ragazze sono state straordinarie perché hanno vinto con una squadra piena di campionesse (la Foppapedretti Bergamo n.d.r.). Dal cuore gli sgorgano ringraziamenti che tradiscono la sua malcelata competenza maturata sui parquet di tutta Italia: La società è stata artefice di una campagna acquisti azzeccatissima, non ha sbagliato nulla. Ma il merito più grande va alla squadra ed al suo allenatore! . Il tecnico è Massimo Barbolini, cresciuto come tecnico delle giovanili a Modena, poi secondo di Velasco: dal ’97 a Perugia, un club che esonerava tecnici senza farsi troppi problemi, e di cui lui ha riempito la bacheca con ben otto trofei. Con la sua calma e la sua modestia ha costruito un gruppo, un fortissimo gruppo, la vera forza di questa squadra. Lo ha capito anche il pubblico, un pubblico che si divide, ma sarebbe meglio dire si moltiplica, fra le ragazze di Barbolini ed i ragazzi De Giorgi, anch’essi approdati alla finale scudetto, facendo di Perugia la capitale del volley italiano, come lo furono Modena (sette volte) e Ravenna, con le due proprie squadre a conquistare il titolo. A loro però mancava uno come padre Aldo, un po’ cappellano un po’ amico fidato. Impermeabile allo scetticismo dei confratelli in convento: Hanno un interessamento un po’ … freddino, ecco, ma poi mi chiedono sempre come è andata. A scuola, alle medie, cosa insegna ai ragazzi: Insegno ai ragazzi che sono schiavi dei modelli della moda e che con lo sport imparano a stare lontani dalla droga, imparano a crescere. Don Bosco diceva che se vuoi capire un ragazzo devi guardarlo quando gioca, lì è il suo lavoro. Anche lo sport può aiutare l’incontro con Dio, basta farlo bene.

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