Volenti o nolenti, questo è il tempo dei beni comuni

La relazionalità del noi come prospettiva per uscire dalla crisi. È la tesi dell'ultimo affascinante libro di Luigino Bruni secondo il giornalista Giuseppe Frangi per la rivista "Vita"
Elinor Ostrom

Già nel 1968 il biologo Garrett Hardin parlava, sulla rivista Science, di "tragedia dei beni comuni". Da qui riparte la riflessione del giornalista Giuseppe Frangi per la per la rivista "Vita" per capire cosa ha mosso l'economista Luigino Bruni a titolare e a "puntare" i riflettori sul luogo dell'agire economico come luogo di rilancio per i beni comuni nel libro Le nuove virtù del mercato nell’era dei beni comuni edito da Città Nuova. La recensione, un'analisi lucida e attenta a sfumature diverse sul mondo globalizzato, la riportiamo in versione integrale.

«C’è un’affermazione apodittica nel titolo del nuovo libro di Luigino Bruni che sulle prime può lasciare spiazzati. Le nuove virtù del mercato nell’era dei beni comuni: davvero quindi siamo in una stagione in cui i beni comuni hanno ritrovato una posizione centrale nel pensiero e nelle scelte della politica? Che la questione stia tornando d’attualità nella coscienza delle persone è testimoniato dal fatto che quest’anno ha fatto persino breccia tra le tracce dei temi di maturità. I tecnici del ministero hanno infatti messo i beni comuni al centro del tema storico-politico con citazioni da San Tommaso, Rousseau, Luigi Einaudi e De Rita. Ma oggi non siamo in realtà nella stagione della "tragedia dei beni comuni"? Un’espressione è mutuata da un celebre articolo di un biologo americano, Garret Hardin, uscito nel 1968 sulla rivista Science, e su cui Bruni si sofferma a lungo in uno dei capitoli centrali del libro.

«Secondo Hardin oggi il mondo vive una tensione drammatica tra la libertà degli individui e le risorse comuni. I collassi di tante civiltà sono stati originati da dinamiche: gli individui massimizzano al massimo benefici per loro e scaricano i costi sociali sulla collettività. Come aveva scritto il Nobel Elinor Ostrom (nella foto), premio Nobel nel 2009, morta il 12 giugno scorso, i beni comuni tendono a essere distrutti quando diventano “beni di nessuno".

«E allora, in che senso Luigino Bruni sostiene che siamo nell’“era dei beni comuni”? Bruni non parte da un’opzione volontaristica che alla fine fa prevalere i buoni propositi su quelli distruttivi. Piuttosto aggancia il tema dei beni comuni a quell’altra entità oggi dominante che potrebbe essere imputata del saccheggio di quei beni. Cioè il mercato. Come spesso ha sostenuto Amarli tya Sen, uno degli autori di riferimento di Bruni, il problema del mondo di oggi è che «i Paesi industrializzati utilizzano una quota sproporzionata maggiore di ciò che definiscono "i benio collettivi globali”».

«Il fenomeno avviene in ordine sparso, all’insegna di un individualismo che ha perso ogni dimensione di razionalità. Ed è su questo punto che Bruni coglie un varco di fragilità del sistema a cui contrappone, in una delle sezioni più affascinanti del libro, la "razionalità del noi”. È quella razionalità che sta alla base dello stesso mercato, inteso nella sua vera natura di grande e densa rete di rapporti di mutuo vantaggio. Il mercato oggi è incagliato nell’iperfìnanziarizzazione dell’economia attuale» e per liberarsi e tornare a essere davvero profittevole ha bisogno di nuove virtù. Il momento è cruciale. Essere “nell'era dei beni comuni” significa che in questo crocevia si decide la partita».

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