Volano le “colombe” di Zandonai

“Francesca da Rimini”, di Riccardo Zandonai. Roma, teatro dell’Opera. “Quali colombe dal disio chiamate”. I versi danteschi (Inferno, V) sul sarcofago sbrecciato in primo piano ritmano i quattro atti del dramma dannunziano, nel libretto di Tito Ricordi, con la “prima” a Torino nel 1914. L’allestimento, intrecciato fra gusto floreale e un medioevo barbarico quasi hollywoodiano (alla Cecil De Mille) rende l’atmosfera di preziosità formale (linguistica, evocativa) cara a D’Annunzio che forse sarebbe stato più che soddisfatto dei costumi raffinati (Odette Nicoletti), di molte scene alla Dante Gabriele Rossetti (Mauro Carosi) e della regia di Alberto Fassini, che ha rivisitato postmodernamente – il busto di Dante nell’ultimo atto è il nostro occhio che guarda al passato – la tragedia di Paolo e Francesca. L’idea-guida dell’allestimento sta nel verso “Noi che tignemmo il mondo di sanguigno”, data la predominanza del colore rosso-sangue: sfondo nell’apparizione (“lohengriniana”?) di Paolo sul cavallo bronzeo nel prim’atto, ferrigno nella “battaglia” del secondo, sensuale nel terzo atto del “bacio”, di fiamma nell’epilogo cruento. Una rievocazione originale di un “clima”: la direzione di Donato Renzetti, di alto livello, ha suscitato dalla splendida orchestra timbri e colori “impressionisti” che, con la matrice wagneriana, formano la sostanza di questo quasi “poema sinfonico per voci e orchestra”: strumentazione scaltra e preziosa, senso del teatro sintetizzato in temi da “colonna sonora di film”, voci drammaticamente sulla tessitura acuta, di stampo “verista”. Ma Zandonai è sé stesso nel terzo atto, il cuore dell’opera, con quel lunghissimo duetto d’amore – memore di Tristano (ma anche di Otello) – in cui Daniela Dessì (voce bella, piena” rugiadosa”, attrice splendida) e Fabio Armiliato ( assai maturato come cantante-attore) danno vita a Paolo e Francesca nell’estasi d’amore: dove il “tema di Paolo”, cantato nel primo atto dal violoncello (l’ottimo Andrea Noferini) diventa sentimento “allargato” nell’orchestra. Forse il momento migliore di una partitura che mostra delle rughe, ma che a Roma, grazie al cast – bravissimi Alberto Mastromarino (Gianciotto), le damigelle (Bernadette Lucarini) – e il coro delicato e forte, si è riproposta nella sua originalità rispetto ai lavori dei più fortunati Mascagni e Puccini. Pubblico, alla “prima”, fin troppo contenuto per un’operazione che, a parte il risultato assai notevole, suona come un atto d’amore per un “clima” che è ancora dentro di noi. Chiesa di San Paolo dentro le mura. Un magnifico Weber. Che concerto, il n.1 per clarinetto e orchestra di Carl Maria von. Abituati ad un’orchestra che accompagna, sentirla invece cantare in controluce i suoi temi mentre il clarinetto fa pazzie lunari, in un mixt di horror romantico fra sussurri d’archi e tremolii di timpani, ritmi rossiniani, e melodie sognanti con inflessioni nel registro grave di sbalorditiva ricchezza armonica, è qualcosa di magico. Il solista Calogero Palermo, primo clarinetto dell’Opera romana, fa dello strumento un “personaggio d’opera”, passando dal virtuosismo più “paganiniano” a sonorità morbide e cantabili – eccezionale il finale dell’Adagio – si direbbe di una mediterraneità sensibile e dolce. Pubblico entusiasta, e giustamente. L’orchestra Nova Amadeus, diretta con saggezza da Silvano Corsi – a Weber è poi seguita la Settima beethoveniana – non ha prevalso sulla linea del canto strumentale, ma ha percorso il proprio lucido tracciato in armonia col solista. Teatro Argentina. Orchestra Sinfonica Giovanile di Roma. Il tempo, spesso, e l’allenamento, aiutano a crescere. Lo si è notato con questa giovane orchestra che, guidata da un direttore di sicuro avvenire per musicalità e carisma come Giuseppe Grazioli, ha affrontato con baldanza ammirevole Stravinskji (Pulcinella, suite per orchestra) Prokof’ev (Sinfonia n.1 “Classica”), S?ostakovic? (Sinfonia n.9). I maestri russi del Novecento non sono facili, si sa, nemmeno per le orchestre più mature. Qui un giovane complesso produce sicurezza negli attacchi, omogeneità di suoni (negli archi), bei colori nei legni e una gran senso del ritmo che hanno conquistato i giovani e no in sala. C’è qualche migliorio (le trombe) da fare, naturalmente, per acquistare una più spiccata personalità. Ma il futuro è tutto dalla sua parte.

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