Vogliono stare in mezzo alla gente

Non fuga dal mondo, ma servizio concreto. Come i seguaci di san Gaetano Thiene vivono il suo “carisma di riforma” oggi.
Padre Carmine Mazza

Un bed & breakfast che si chiama “Paradiso” sito in via del Purgatorio? Recita proprio così, con humour partenopeo, una tabella pubblicitaria accanto alla basilica di San Paolo Maggiore, vero museo di arte barocca sorto sulle rovine del tempio dei Dioscuri. Mi trovo nella centrale piazza di san Gaetano, già foro della Napoli greco-romana, dove la folla di passanti e venditori non deve essere minore rispetto a duemila anni fa. Attiguo alla basilica è il convento dei padri teatini, che ingloba una parte del teatro dove si esibì nientemeno che Nerone: ad affacciarsi in uno dei cortili, si ha la visione diretta del muraglione del retro-scena. Non basta: a due passi da qui percorri la famosa via di san Gregorio Armeno, detta “dei presepi” per le sue botteghe artigiane di pastori e addobbi natalizi.
In questo concentrato di storia, arte e folclore mi accoglie padre Carmine Mazza, responsabile della comunità teatina insediatasi in San Paolo Maggiore fin dal 1538, dai tempi del fondatore san Gaetano Thiene, le cui spoglie si venerano nel sottostante santuario. Quarantasette anni, calabrese di Caloveto, padre Carmine è entrato a far parte dei teatini da ragazzo, dividendo la sua formazione di religioso tra Morlupo (Roma) e Napoli. E qui, durante un periodo di crisi e di ricerca, è avvenuto il suo incontro con la spiritualità dei Focolari.
«Mi ricordo che tutte le mie problematiche, i miei dubbi (mi faccio prete o mi sposo?) sono passati in second’ordine: a me importava ormai Dio solo. Se poi lui mi chiamava a seguirlo da teatino, mi stava anche bene. Nei contatti che ho con sacerdoti e laici, questa libertà spirituale è un aiuto a “entrare” negli altri, a capirli e a offrire loro le risposte che servono. L’annuncio: quel Vangelo che cerco di comunicare nella sua essenzialità, in modo semplice e attingendo al mio vissuto, secondo l’insegnamento di Chiara Lubich. E la gente non resta indifferente a questo Dio vicino, è invogliata a corrispondere al suo amore. Giorni fa, sentendomi parlare di relazioni interpersonali, una signora si è stupita: “Ci vorrebbe qui mio marito ad ascoltarti… Ma come fai, tu che sei un consacrato, a capire così bene certe dinamiche tra sposati?”. Le ho risposto: “Mi aiuta l’esperienza che faccio in comunità. Anche se il tuo è un rapporto fra sessi diversi e noi religiosi siamo tutti maschi, il problema di fondo è come entrare in relazione positiva con chi è diverso da te”. Quest’arte di “farsi uno” con l’altro, io l’ho imparata dalla spiritualità focolarina».
Come la mettiamo allora con l’appartenenza a una famiglia religiosa di ricca e antica tradizione spirituale? «Io ho sempre “letto” san Gaetano alla luce del carisma dell’unità. In fondo, l’esigenza di un cristianesimo più autentico che animava questo figlio del XVI secolo era analoga a quella di Chiara agli albori del suo movimento, in quel di Trento».
 
San Gaetano, questo secondo patrono della città che qui tutti ritengono napoletano, pur essendo di origini vicentine, è noto fra il popolo come il “santo della provvidenza” nelle situazioni difficili. E difatti all’epoca promosse i “monti di pietà” per giusti prestiti ed elargizioni, istituì ospedali, orfanotrofi, ospizi, lebbrosari… Replica padre Carmine: «Non è tanto questo aspetto però che caratterizza il suo carisma: lui è stato un riformatore, nel senso di un ritorno alla purezza del messaggio di Cristo; voleva per i suoi preti una vita comune perché, imparando a mettere in pratica la mutua carità, trovassero uno stimolo nella via della santità, a tutto vantaggio della Chiesa, che nel tempo in cui egli visse attraversava un periodo di grave decadenza spirituale. Ma non aveva affatto l’idea di fondare un nuovo ordine con relativa regola. Per lui, la regola esisteva già: era il Vangelo. La visione della Chiesa come popolo di Dio, offerta dal Vaticano II, ha messo poi in grande rilievo l’apporto dei laici. Ciò che è di stimolo a noi teatini per ripensare il nostro modo di intendere e vivere la comunità. Forse come preti abbiamo assunto, col tempo, certi compiti che oggi competono meglio ad altri; forse le nostre comunità clericali devono aprirsi, con modalità diverse, per rendere più partecipi i laici di questo che è essenzialmente un carisma di riforma».
 
I teatini collaborano con le parrocchie soprattutto per quanto riguarda la catechesi, prestano vari servizi di carattere spirituale ad altre comunità religiose; inoltre il loro storico edificio è aperto all’accoglienza e ospitalità. Ma come sono visti dal popolo? «Di solito chi ci incontra si sente subito messo a suo agio, avverte un senso di famiglia. La nostra è una pastorale dei rapporti personali. Non per niente, secondo san Gaetano, il prete è uno che deve stare in mezzo alla gente. Per cui, i più vicini cercano momenti di condivisione con noi, oltre a quelli che trovano in parrocchia: per approfondire la Parola di Dio, con scambio di esperienze relative e ricerca delle modalità per metterla in pratica, a partire dalle necessità della gente attorno. Così, un nostro amico, che opera in una comunità di recupero di ex tossicodipendenti, ha messo su con altri una sorta di “fattoria” per provvedere al fabbisogno alimentare di alcune famiglie. Con quello che si risparmia, vengono aiutati altri indigenti. Ci sono poi anziani che vivono in solitudine: siccome nel centro antico non tutti i palazzi sono forniti di ascensore, spesso queste persone rimangono confinate nelle loro case, specialmente durante la stagione invernale; senza contare la difficoltà di deambulare per queste strade affollate, senza marciapiede e col selciato sconnesso. Ecco allora chi si offre per far loro la spesa, pagare le bollette, prestare insomma quei piccoli servizi che per loro però sono importanti».
 
Alcuni ragazzetti, di cui alcuni vistosamente non napoletani (nel quartiere è presente una colonia dello Sri Lanka), stanno tirando calci a un pallone, incuranti dello spazio asfittico di un vicolo dove la gente passa e sfrecciano i motorini. «Ecco uno dei grandi problemi del centro storico napoletano: la mancanza di spazi adeguati per attività sportive o ludiche. Veramente, il cortile della nostra casa non sarebbe adatto a partite di calcio, ma intanto abbiamo piazzato all’interno di esso due porte per far giocare i nostri ragazzi. Altri ambienti sono stati adattati a palestra, e una persona amica vi tiene gratuitamente lezioni di arti marziali. Tutti modi per sottrarre i giovani ai pericoli della strada e impegnarli in un’attività sana».
La palestra ricorda a padre Carmine un altro episodio. «Un giorno è capitato da me un novizio buddhista, italiano: cercava una sala per fare la meditazione con altri come lui. Per un anno, lui, che non si aspettava tanta disponibilità, ha usufruito della palestra. Un giorno alcuni di loro, dopo la meditazione, incuriositi per aver saputo che ero un sacerdote, mi hanno bersagliato di domande. Durante quel colloquio ho potuto chiarire loro vari aspetti della nostra fede, a partire dalla scelta di Dio amore… Fra l’altro, ignoravano che esiste anche un modo di meditare cristiano. In breve, da allora hanno ripreso a frequentare la chiesa. Erano infatti cristiani, prima di aderire al buddhismo. Si vede che la loro formazione catechetica si era limitata a qualche nozione superficiale. Mentre è diverso quando gli si mostra un Gesù vivo, col quale è possibile trovare un rapporto intimo non solo con la preghiera, ma amando il fratello: è una scoperta che cambia la vita».

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