Voglio essere sicuro!

“Gentile dottore Arigliani, da più parti ho letto con interesse di campagne informative per ridurre il rischio di incidenti ai bambini. Personalmente, cerco di adottare per i miei figli tutte le misure per la sicurezza che conosco (salva-spigoli, prese elettriche di sicurezza, baby-monitor per quando dormono, farmaci e detersivi in posizione irraggiungibile, cinture sempre allacciate in macchina, uso del casco quando vanno in bici, ecc” ). Inoltre li accompagno e li vado a prendere a scuola, mentre quando giocano con gli amici in cortile mi accerto che vi sia sempre un adulto presente, per ogni evenienza. Insomma cerco di eliminare per loro i possibili rischi, ma proprio per questo mio marito mi incolpa di creare in famiglia un clima che lui definisce “da 11 settembre”. Sono io che sbaglio o è lui a sottovalutare i problemi?”. Lettrice “molto ansiosa” In Italia vi sono diverse norme obbligatorie per legge, quale l’uso delle cinture in auto, del casco in moto, di prese elettriche con salvavita, ecc., che tendono ad aumentare la sicurezza e a ridurre il numero e la gravità degli incidenti. Non bisogna stancarsi di insistere sulla loro reale utilità ricordando che gli incidenti domestici e automobilistici sono tra le prime cause di patologia dell’età infantile, nonché causa di morte di circa 400 bambini ogni anno. Particolarmente importante è che il bambino viaggi in automobile nell’apposito seggiolino e non in braccio ai genitori o sul sedile anteriore: questa norma è troppo spesso non compresa nella sua importanza come misura di profilassi ed è considerata di difficile applicazione. Ho costatato che se i genitori abituano da subito il bambino, nella maggioranza dei casi le proteste e le difficoltà saranno limitate. Al contrario una scarsa determinazione avrà come conseguenza sempre maggiore e insistenti richieste di potersi muovere liberamente in macchina, rendendo realmente faticoso e difficile il trasporto in sicurezza. È utile parlare anche dell’ eccesso di sicurezza. Lei mi racconta che l’attenzione verso i suoi figlioli è proiettata a “eliminare per loro i possibili rischi”” e che questa sua scelta è fonte di stress e discussioni in famiglia. I bambini hanno indubbiamente il diritto di esplorare il proprio mondo, correre, arrampicarsi sugli alberi, paradossalmente anche di sbucciarsi le ginocchia o ferirsi, verificando direttamente il limite oltre il quale spingersi procura danno e dolore! Dove dobbiamo porre, noi genitori, tale limite? Ciascuno dovrà dare la sua risposta, di volta in volta. Certamente non è garantire la giusta sicurezza impedire loro di fare cose “normali” per l’età, anche se potenzialmente con qualche pericolo. È utile assumere coscienza che spesso dietro l’eccesso di intervento verso i figli si nascondono (come lei stessa ha notato) nostre paure, determinate da sofferte esperienze personali mai realmente superate o indotte da una cultura mediatica della notizia, che indica pericoli, mostri e pedofili ad ogni angolo e contribuisce a creare un clima di incertezza. Applicare intelligenti presidi che rendano più sicure le normali attività (sia per gli adulti che per i bambini!), è tutt’altra cosa da ingabbiare i ragazzi in un recinto, che sarà forse sicuro ma rimane una prigione, che racconta a nostro figlio, con l’esplicito linguaggio dei fatti, che abbiamo poca fiducia in lui. Chi vive tutta una vita in gabbia quando sarà esposto alla vita libera avrà non poche difficoltà di adattarsi, mentre il desiderio di spezzare le sbarre è probabile che prima o poi esploda: i drammatici giochi di corse con l’auto a tutta velocità nella notte o tante altre situazioni in cui di fatto la probabiltà di farsi seriamente del male è molto alta, ha spesso le radici in bisogni non soddisfatti di libertà e di autoaffermazione, repressi da un affetto che involontariamente è stato soffocante.

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